Sfigati

C’era una volta il bamboccione, che il caro Tommaso aveva usato per designare coloro cresciuti a pane e bambagia. Ora è venuto il momento dello sfigato, che lascia le melodie da Accademia della Crusca del suo predecessore per un aggettivo da uomo della strada.

Ma chi è lo Sfigato?

Hai più di 28 anni e non hai ancora finito l’università perchè fai i turni in fabbrica? Dicesi “Studente-Lavoratore”.

Hai più di 28 anni, ti comporti come uno che ne ha 18 e passi le tue serate tra una discoteca e l’altra a spendere i soldi di Papà offrendo da bere a tutti, tanto chissenefrega dell’università fino a che c’è qualcuno che mi copre il culo? Sì, sei uno Sfigato.

Hai 24 anni e ti sei laureato con pieni voti ad entrambe le prime sessioni di laurea utili sia alla triennale che alla specialistica, ovviamente con il massimo dei voti, e come se non bastasse hai trovato lavoro prima che finissi l’università e hai dovuto pregarli di farti incominciare dopo la laurea anche perchè il lavoro era, così giusto per fare un esempio, in Svezia? Rimani lo stesso un pò Sfigato. Secchione sarà anche bello ma arrivano certi giorni e ti chiedi: perchè questa corsa? Le ragioni ci sono e sono anche buone. Fino a che ero (ehm… sei. Va bè, qui si parla di me, se non si era capito!) all’università vivevo sulle spalle dei miei genitori e a poco servivano i lavoretti estivi a sbarcare il lunario: le migliaia di euro di tasse universitarie non le coprivano nemmeno mesi di cameriera senza contare l’appartamento e così via. Poi a fare la parte da leone c’è la sindrome da prima della classe che mi affligge dal 1986 e quella è un morbo incurabile. In più, studiare per me non è mai stato difficile: anche nel periodo della mia vita A.F. (Avanti Facebook) trovavo il modo di cazzeggiare su internet, invece di stare sui libri eppure quello che facevo era sufficiente a barcamenarmi senza puntare al 18. Quando ero all’università sentivo che per me quello era il mio lavoro e come tale dovevo dedicargli un tot ore a settimana e un p di devozione.

Con il senno di poi mi chiedo a cosa sia servita tutta quella fretta e che forse a prendersela comoda, magari lavorando 9 mesi con un lavoretto qualsiasi per guadagnare quanto basta per farsi gli altri 3 mesi alle falde del Kilimangiaro o chissà dove. Ma come si be sa del senno di poi sono piene le fossa e adesso a 25 anni mi trovo in Svezia a metà del mio secondo anno di dottorato.

Hai più di 28 anni, non hai ancora finito l’università ma vivi in Svezia? Qui sei uno nella norma. Con il fatto che gli studenti hanno uno stipendio (una miseria, capiamoci, ma è pur sempre qualcosa!) il prendersela comoda in realtà assume più le sembianze di godersi la vita senza troppi stress e, credetemi, l’università svedese difficilmente offre qualsiasi tipo di stress. Per avere il titolo di dottorato devo seguire alcuni corsi con gli studenti della specialistica e nella maggioranza dei casi ci sono due terzi di lezioni e un terzo di esercizi in cui si risolvono in gruppo, con l’aiuto del professore degli esercizi identici a quelli che si troveranno all’esame. Per l’ultimo esame che ho fatto eravamo una quarantina in corso e dopo un paio di giorni dall’esame il professore invia una mail in cui dice che ha valutato solo metà delle prove ma che da una prima correzione generale tutti (!) hanno passato l’esame. E questo era l’esame di Chimica Farmaceutica, che nella maggioranza delle Università italiane miete vittime che nemmeno la peste.

In conclusione, il buon Martone si sarà forse fatto prendere un pò dall’entusiasmo e ha usato un termine d’effetto. Ha dipinto una situazione a tinte grigie con un bello squarcio nella tela con questo exploit: speriamo che ne possa uscire una discussione costruttiva piuttosto che tante polemiche fomentate anche da chi una laurea ce l’ha e non si sa come gli è arrivata tra le mani, vero Maria Stella?

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