Paese che vai, cucina che trovi: lekker o räcker?

Tutta inorgoglita per questo titolo che contiene il gioco di parole multilinguistico del secolo, vado a iniziare un nuovo post in cui mi lagno per gli usi e costumi Olandesi. E poi non ditemi che non vi avevo avvertiti.

Nel titolo (che adoro e che ho partorito due ore fa mentre camminavo sotto la neve. Ah, le sinapsi congelate!) mi chiedo: la cucina Olandese è gustosa (=lekker, in Olandese) oppure ne ho avuto abbastanza per il prossimo lustro (=räcker, in Svedese)? Che poi io della cucina Svedese non ne voglio nemmeno parlare, e già so che appena rimetterò piede in un ICA bacerò il suolo come un ostaggio dei Pasdaran dopo una lunga e debilitante prigionia. Perchè invece qui…

Iniziamo il nostro viaggio culinario dal supermercato. Sfortunatamente, il supermercato più vicino a casa non è un Albert Hejin, che sarebbe il supermercato figo Olandese, ma uno sfigatissimo c1000, che ogni volta che ci entro mi si stringe il cuore. Mi ricordo ancora del primo giorno in cui calcavo suolo Olandese e andai spavalda a fare la spesa: passai più di un’ora ad aggirarmi spersa tra quelle corsie, nemmeno fossi atterrata su un’altro pianeta. Chè qui hanno una corsia, UNA!, con salsicce in scatola ma poi non vendono la pasta Barilla (che poi tanto la farebbero scuocere, quindi non gettiamo le perle ai porci). Hanno muri di pane molliccio, brioche con prosciutto e formaggio, che iabò!, ma mezzo ripiano di panini con la crosta dura, che vengono razziati alle prime luci dell’alba da orde di emigranti insoddisfatti delle prelibatezze locali. Già.

Come in ogni paese straniero, si fanno sempre inaspettati incontri (o scontri) cone prodotti locali, acquistati sull’onda di un temporaneo entusiasmo per l’umanità. Anche quella che pascola queste lande.

Fu così che venni a conoscere i Cracotte.

E giuro sulla corsia delle salsicce in scatola che sono proprio come si vede in questa immagine: pallidi, noiosi e con una vaga somiglianza a un foglio di compensato, non solo nell’aspetto.

Al primo morso ti chiedi se sono dolci o salati, così come al secondo e al terzo. Al quarto,  si corre a prendere un bicchier d’acqua perchè mezzo cracker si è assorbito tutta la vostra saliva e la lingua si è appiccicata al palato nel vano quanto vitale tentativo di staccare quella patina di cracotte che vi fodera la bocca.

Poche persone possono vantarsi di essere sopravvissuti ai Cracotte, ma ancora più temerari sono quelli che hanno sfidato il packet lunch con l’insalata.

Di primo acchito, questo pacchetto si presenta come una interessante alternativa per un pasto veloce. Insalata, altre verdure e tutti gli ingredienti del mondo! Mele, ananas, crostini di pane, gamberi, i soliti due pomodori e due cetrioli tristissimi, pollo, bue, asinello, scaglie di parmigiano tagliate a quadratino che secondo me c’è un omino che taglia le scaglie così regolari per professione. Che se non fosse per l’accozzaglia di cose, un po’ di buon senso potrebbero evitare una scelta incauta, MA due cose turbano i miei sogni. Uno, la bustina di maionese a tutti i gusti più uno, che servirebbe a condire l’insalata (ma questo pure i Vichinghi lo fanno, per cui passi pure); due, il letto di pasta scottissima che giace sconsolato sotto la coltre di lattuga e che emerge quando scuoti la scatola come in un remake de la notte dei morti viventi. Se fai silenzio, forse la puoi sentire ancora piangere per quanto a lungo l’hanno fatta bollire.

Davanti a questo crimine contro la pigrizia da pausa pranzo, l’Italo-Svedese media si rifugia in una mensa per mettere un freno alla fame. Andare in mensa è come avere un quotidiano deja-vu, il menù è sempre lo stesso: zuppa, panino, crocchetta.

Crocchetta, zuppa, panino.

Panino,crocchetta, zuppa.

Una chiara dimostrazione che cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

Ipotizziamo ora, che il vostro stomaco nonostante il trittico della morte (zuppa, panino, crocchetta) cominci a brontolare e a richiedere cibo. Se è il vostro giorno fortunato, passerete da parte a un banchetto che vende il pesce, dove è possibile acquistare un’aringa (una di numero). Come vi mostra la graziosa donzella, pigliatela per la coda e ficcatevela in gola, con la stessa presenza scenica di un mangiatore di spade. E non dimenticatevi di panarla con della cipolla cruda, che se no non vi si cauterizza il gargarozzo.

Altro elemento fondamentale dell’ingoio dell’aringa, è la nonchalance con cui tutta questa pantomima ha luogo, che equivale a prendere un caffè in Italia. “Mi fa un’aringa incipollata?” “Arriva subito!”,  butti giù e te ne vai. E ciao pure.

Ordunque, Italiani all’ascolto, se per ragioni tutte vostre decideste di emigrare in Olanda sappiate che gli inverni non sono rigidi ma rimpiangerete amaramente le panelle e le paste al forno, forse, più che in ogni altro paese Europeo. (E qui so di aver fatto un’affermazione importante, ma sfido io a trovarmi un peggio posto che questo).

Postfazione:

Dopo questa manifestazione del mio disagio davanti alla cucina Olandese, devo fare ammenda e scrivere almeno un paio di cose che vale la pena provare:

Stroopwafel in tutte le sue declinazioni

Stampotten (na sarsiccia cor purè, che non è male ma devono lavorare un po’ sulla presentazione del piatto)

Snert (la zuppa di piselli con la densità pari a quella del mercurio)

Eet smakelijk!

 

 

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