In the house

Notiamo l’albinoicità (o albionicezza) di questo contributo video, please.

Diciamo anche che riferimenti a fatti o persone reali continuano ad essere puramente casuali. Casualissimi, direi. Pure il titolo è proprio casuale, perchè io non ho visto un film che si chiama così, no. E il film che non visto non parla di cose che accadono in una casa (o in più case a dire il vero, ma che ne so io se non l’ho visto!), o forse non succedono, e se succedono sono cose che fanno accapponare la pelle. Visto che io il film non l’ho visto magari ve lo vedete voi, questo qui.

Lascio da parte il film (o forse no) e ritorno a parlare della Casa. Il conto dei coinquilini aumenta di un’unità fisica più una paranormale.

Il Tedesco è un ragazzo più basso di me, senza collo, che parla con un accento che nemmeno il dietologo di Fantozzi. Nonostante questo sia stato presente nella casa da due settimane l’ho visto solo una volta ed era di fretta perchè stava uscendo, ça va sans dire. A giudicare dalle due parole scambiate sulla porta sta vivendo i giorni migliori della sua vita e dormire gli sembra uno spreco di tempo, e come dargli torto! Se ho capito bene se ne va tra poco, quindi non affezionatevi al personaggio.

L’Indiano non l’ho mai visto ma so che c’è. Il Belga ha sentito nenie mugugnate alle ore più improbabili del giorno e della notte e io ho visto la luce della sua camera accesa all’una di notte di Sabato. La stessa notte sono stata punita per aver visto quelle luci perchè una serie di rumori inconsulti provenivano dalla sua camera, tipo un mini trasloco, alle 6.30 di mattina. Ho anche sentito i suoi passi mentre ero in bagno. Tra le passioni dell Indiano, a parte i traslochi e la meditazione sul fuso orario di Nuova Dehli, annoveriamo la micologia vista la coltivazione di muffette nel suo barattolame in frigo.

Nella casa altre cose stanno succedendo, come quel pasticciaccio brutto con l’Algerino.

Lo incontro sabato mattina all’una, mentre io mi preparo una pasta lui fa colazione perchè la sera prima ha fatto tardi con i suoi colleghi e mangia dei biscotti al cioccolato che hanno un profumo così intenso che quasi mi fanno passare la voglia per i miei tortelloni con il sugo. Mentre io mangio lui mi fissa e qualche volta mi parla. Tengo la conversazione viva pur di non cadere in un imbarazzante silenzio e come mio solito finisco a raccontare di dettagli della mia giornata che annoierebbero chiunque. Non lui però, che quando racconto di come voglio fare la laundry ha un guizzo e realizza che prima o poi anche lui dovrà lavare i suoi averi. Ci salutiamo sul pianerottolo e io mi metto a preparare il mio bagaglio di lordura, tre borse della spesa di sudore e microbi. Quando esco dalla stanza con il mio fardello lui esce in sincrono dalla sua stanza che manco i tuffatori Cinesi e mi dice: vengo a fare la laundry pure io!

Ma ce l’hai la scheda per le lavatrici? Ce l’hai il detersivo? No, lui ha solo mezza borsina di panni vari e un tempismo perfetto. Andiamo, lo aiuto, gli presto il prestabile e facciamo partire le lavatrici: io scelgo il programma “delicati” e lui dopo un’attenta valutazione delle opzioni della lavatrice e della gamma cromatica dei suoi panni preme per “colorati”. Questo mi regala un buon quindici minuti di vantaggio sul suo programma, che significa che non dovremo più venire insieme a scaricare e caricare l’asciugatrice. Ah, sì perchè dopo la lavatrice si fa l’asciugatrice, dico io. Ma qual è l’asciugatrice?, chiede. L’asciugatrice è quella con su scritto asciugatrice, Monsieur Lapalisse. Ma le cose escono già stirate dalla asciugatrice?, incalza. Se l’asciugatrice è una di quelle buone riattacca anche l’etichetta con il prezzo e i capi sono come nuovi.

Dopo questa surreale conversazione realizzo che forse il suo fissare e il suo seguire e il suo coordinarsi altro non erano il frutto di una mamma che gli ha fatto il bucato fino ad oggi e la necessità di una mamma-bis che lo introducesse nel magico mondo di cestelli e centrifughe.

O forse no. Perchè dieci minuti dopo avermi fatto cadere le braccia con quella domanda sull’asciugatrice bussa alla mia porta e mi chiede che programmi ho per il giorno a seguire. Io, come uno scolaretto colto a rubare la merendina al vicino di banco, abbozzo. Forse, voglio andare in una città che comincia con L a fare un po’ di compere, forse. Ok, allora se vuoi posso venire anch’io, dice lui. Sì, ma tu ci sei già stato in quella città che comincia con L, non è un po’ noioso quando hai mille altri posti in cui poter andare? No, a me è piaciuta L, questo fine settimana volevo andare a N in realtà ma io ci torno pure a L! Ma guarda che io sono un notevole piede nel culo quando vado a fare shopping, forse è meglio se vado da sola. Cioè, se vuoi puoi venire a L poi però io vado a fare le mie commissioni da sola. Insomma, abbi pazienza, ci penso e ti faccio sapere se davvero ci vado a L.

Alla fine a L non ci sono andata, un po’ per non dover lasciare a casa il porta borse o per non dovermelo tirare dietro controvoglia. Ho fatto le mie spese, ho mangiato la mia torta, bevuto il mio tè e pensato che alla fine qui non è poi così male. Ma se lo penso non è per merito dell’Algerino, oh proprio no!

À suivre…

  1. Pingback: Infine. Finalmente. | Appartamento Svedese

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