Epigrafe da un appartamento Irlandese

(Dovevo scrivere dell’appartamento Albionese, chiudere il capitolo, ma altro è successo. Tornerò quanto prima sul seminato. Oggi purtroppo scrivo questo.)

Correva l’anno 2009. Erano i prodromi dell’Appartamento Svedese Erasums mode e io avevo deciso che dovevo imparare l’Inglese. Ma visto che andare ad una scuola estiva era troppo da brava ragazza, decisi di andare a lavorare in un ostello in Irlanda. Se già questa scelta può sembrare bizzarra, verrà definitivamente ricategorizzata come “bislacca” se l’ostello di cui sopra si trova in un’isoletta in mezzo all’Oceano Atlantico.

Zaino in spalla partii per tre settimane. Il posto era un sogno: l’ostello dava sul porto della cittadina e sulla via per raggiungere la cucina dove facevo colazione passavo per una veranda da cui si vedeva l’oceano e potevi seguire il profilo dell’isola all’orizzonte, fino a quando non finiva o si perdeva nella nebbia. Come ogni ostello che si rispetti, il fattore umano fu determinante per la buona esperienza. Il mio capo Irlandese lo vidi giusto un paio di giorni, complice la sua balbuzie e la mia modesta padronanza della lingua, capii zero di quello che mi disse. Il tuttofare era Italiano, nemmeno a farlo apposta, sospetto sniffasse cocaina o magari gli piaceva mettersi la farina sulle narici e c’erano altre due ragazze Italiane nello staff che con me e un’altra ragazza Americana facevano da pulisci-camere/receptionist/animazione/guide-turistiche/dicci-quello-che-dobbiamo-fare-e-noi-lo-facciamo.

Anche se rimasi sull’isola solo tre settimane riuscii a intrallazzare con la fauna locale, nella fattispecie U., il ragazzo che lavorava al pub accanto all’ostello. Dopo un ridicolo corteggiamento durato per diverse sere, U. riuscì a tirarmi fuori dal pub e a farmi salire sulla sua macchina. Aveva detto che mi doveva far vedere un posto speciale. Dopo una decina di minuti di guida nel buio dell’isola arriviamo al faro, una torre diroccata in cima al punto più alto dell’isola. Saliamo le scale traballanti e poi bum, un colpo al cuore a guardar cosa c’è la fuori. Notte limpidissima, oceano, luci dall’Irlanda che si riflettono in lontananza. Per quanto questa descrizione e la situazione in sé stessa possano sembrare solo un altro paragrafo di un libro di Nicholas Sparks, posso giurare che a trovarcisi in mezzo, la spocchia sparisce e diventa solo meraviglia per essere lì e in quel momento, felici per aver deciso di seguire quel ragazzo con i capelli rossi, finalmente. Non mi illudo di essere stata la prima a salire le scale di quel faro con lui in una notte limpida. Anzi, sono certa che quella era una mossa tatticissima che sfoderava al passaggio di ogni ragazza che acconsentiva a salire in macchina con lui.

Vuoi per il paesaggio, vuoi per i capelli rossi, vuoi perchè alla fine chi se ne frega, uscii con lui anche le sere successive. Ho ricordi lontani di quelle sere, un po’ per il tempo passato e un po’ per la birra (ma che lo dico a fare, se siamo in Irlanda?!). Mi ricordo quella croce enorme tatuata sulla sua schiena. La macchina verde che guidava fino a casa all’altro capo dell’isola, che aveva fermato nel mezzo del nulla più nulla perchè aveva avvistato tra le frasche un suo amico ubriachissimo a cui serviva assolutamente un passaggio a casa (e cosa ancora più sorprendente l’amico era davvero tra le frasche). Gli scarafaggi che camminavano ordinati nel bagno di casa sua. Un incisivo scheggiato. Gli sguardi dal bancone del pub e le burla del suo capo quando aveva sbagliato a fare un panino, neanche a farlo apposta proprio il mio. Lui che cercava di convincermi che ce la potevo fare a bere la Guinness con il succo di ribes nero.

L’ultima sera che ero sull’isola non si fece vedere, passò in macchina ubriacherrimo con i suoi amici, tutti rigorosamente maschi. Su un isola vigono leggi non scritte che noi personaggi di terraferma non possiamo nemmeno immaginarci. Lo vidi di sfuggita il giorno dopo mentre stavo per andare a prendere il traghetto, mi salutò senza dire una parola, alzando solo una mano dalla finestra del pub che dava sul molo, una faccia che rimpiangeva di aver bevuto ogni singolo bicchiere la sera prima e un mezzo sorriso asimmetrico in faccia.

Ho appreso l’altro ieri da Facebook, se non ci fosse modo ancora più triste di sapere certe cose, che U. è “morto tragicamente in Australia, dove si era trasferito per lavoro qualche tempo fa”.

Non ho molto da aggiungere a questo punto.

Non un saluto, la gente lì usa solo alzare una mano e fare una smorfia.

Questa notizia mi ha lasciata a bocca aperta, come il paesaggio del faro ma con un altro sapore in bocca. Non lo sentii più da quando lasciai l’isola. Tutto quello che ho da dire è banale ma veritiero: il tempo è corto e c’è tutto da fare.

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  1. zubenELG

    Quando ho letto dell’isola mi è salito alla mente il ricordo di Inishbofin e del villaggio di Cleggan in Connemara, ricordo che mi fa sempre un po’ commuovere dalla bellezza che mi è rimasta nel cuore. Sta di fatto che alla fine del post le lacrime agli occhi le avevo davvero. :’-(

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