Perfetto.

Premessa: questo post contiene un po’ di disagio. Ho anche messo in cima i Verdena per rendere il tutto ancora più palese. Così, per avvertire.

E’ successo più o meno un mese fa mentre ero in vacanza. Quelle due settimane abbondanti di vacanza che mi sono ritagliata quest’anno, ben meno delle vacanze che mi sarei potuta prendere, ma si sa che qui dentro brucia il fuoco sacro dell’autolesionismo. Di queste due settimane di assenza avevo avvisato ripetutamente tutte le persone che, lavorativamente parlando, avrebbero potuto sentire la mia mancanza. Inutile aggiungere che queste mie e-mail sono state ignorate e mi sono continuate ad arrivare incarichi che dovevano essere fatti asap e che in casi veramente imprescindibili sono state anche svolte dalla sottoscritta asap (autolesionismo: burn burn burn!), con buona pace delle mie vacanze.

Il problema è sorto quando una e-mail diversa dalle altre è arrivata. Questa era la risposta dell’editore di un giornale scientifico riguardo alla pubblicazione di un mio articolo. Questo genere di lettere contengono pareri anonimi sul tuo lavoro e decidono se il tuo articolo può essere pubblicato o meno. Alla prima lettura ho avuto un nodo allo stomaco: gente che nemmeno sai chi è ha sparato a zero sul mio lavoro, chi giudicandolo buono ma con delle mancanze, chi cassandolo senza pietà, chi facendo domande superficiali. Tutti i commenti e le domande che ci (mi) ponevano sembravano essere fatte con spocchia, come se gli avessi fatto perdere il tempo più prezioso della loro vita e mi sentivo personalmente imputata di quelle mancanze verso cui loro puntavano il dito.

La realtà è un’altra. E’ che questa lettera ha toccato due dei miei punti debolissimi in una volta sola: l’iper-auto-responsabilizzazione per gli errori e l’ansia da perfezione.

Non so quale sia l’eziologia di questi mali, forse sono un retaggio della latente cultura cattolica, o una cosa comune tra la popolazione mondiale, tipo l’intolleranza al lattosio, solo che la gente non te lo viene a dire a te che ha certe paranoie. C’è che nel mio piccolo mondo, con la mia piccola esperienza queste paturnie contano e mi influenzano. Il rimuginare all’infinito sul passato, su quello che è andato male, su quello che non ho fatto io. Senza mai pensare che magari io non ero l’unica persona coinvolta in quella situazione, che invece di andare male poteva andare peggio (poteva piovere!).

Da qui alla voglia di uber-perfezione il passo è breve. L’imposizione di standard creati da me medesima su tutto e tutti, che portano alla rimuginazione sul non raggiungere quegli standard, che portano alla creazione di nuovi standard. E questo vale in tutti i campi del pensare e del fare. Al lavoro. Con gli amici. Con me. E ovviamente con gli “amici speciali”.

Quando mia madre mi dice che non è che non lo trovo ma che non lo cerco, mi fa arrabbiare, ma ha ragione. Perchè per me uno normale non va bene nemmeno per provarci, per vedere che succede. C’era quello a cavallo tra l’etero e l’omosessualità (più d’uno), quello che affogava tra mille interessi, quello che aveva problemi di relazione con gli altri, ognuno con le loro piccole peculiari manie, che per me erano le cose che li rendevano speciali.

Perchè questo non è un paese per un Joe Sixpack qualunque. O almeno vedremo.

Alla fine di tutta questa pippa esistenziale, il mio articolo è stato accettato per la pubblicazione. Perchè sono andata oltre alle critiche che avevo visto come personali, le ho affrontate e controbattute. Alcune accettandole, altre rigettandole con delle motivazioni. Un po’ come in una grande metafora di quello che dovrei fare quotidianamente. Invece che stare qui a ripensare a Joe Sixpack.

  1. zubenELG

    Va be, ma pretendere che ci sia qualcosa di speciale che ti faccia scattare la scintilla mi sembra solo doveroso! L’importante è non cercare scuse per non mettersi in gioco, ma non mi sembra il tuo caso…

  2. virginiamanda

    Annuisco davanti allo schermo e comprendo tantissimo l’ansia da fare tutto ma fatto bene e il voler sempre stupire se stessi. Hai tutta la ragione di cercare il meglio dagli altri e da te stessa ma c’è un solo limite (che ho imparato) ed è: la salute. Io se mi stresso troppo ne risento, non dormo più, ho i crampi alla pancia, i cali di pressione etc etc… e quello che mi importa ancora più del perfezionismo è rimanere viva.
    Una volta no. Nella mia lista di priorità c’era prima il fare bene e dopo il rimanere in salute. Sarà che sono invecchiata, ma adesso sono invertiti.
    Vogliti [sic] più bene.
    Poi tutto s’aggiusta (anche se per quanto riguarda l’altra metà, devo ammetterlo: vedendo la fauna scandinava io farei come le svedesi, mi butterei sui rapporti on-line)

    Un abbraccio

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