Insegnante allo sbaraglio

Come se già non ci fossero abbastanza problemi che affliggono questo mondo, si è pensato bene di farmi fare da insegnante a dei poveri studenti della laurea specialistica qui in Svezia. Il corso era una semplice esercitazione di laboratorio: 6 studenti ogni settimana per un totale di sei settimane, che fanno su per giù 36 studenti, senza contare qualche piccola defezione.

Presa dall’entusiasmo per questo nuovo incarico mi ero anche messa a raccontare via twitter piccoli episodi collezionandoli sotto l’hashtag #studentathlon, a sottolineare il fatto che era una prova multipla, tipo un decathlon ma con gli studenti. Un’inventiva saltabeccante, lo so. E adesso la smetto di saltare di palo in frasca e la racconto dall’inizio questa cosa dell’insegnamento che ci tengo.

Premetto che discendo da una stirpe di insegnanti, due alla scuola materna e due alle elementari, per cui mi sono sentita un po’ investita dall’onere e dall’onore di ricoprire questo ruolo, per la prima volta in vita mia, davanti a un pubblico composto da più da una persona. L’argomento d’insegnamento lo destreggiavo bene, alla fine è una piccola parte di quello che faccio normalmente in laboratorio, anche se è un campo minato di imprevisti, che durante un laboratorio con sei esperimenti in parallelo può essere difficile da gestire. Il mio unico cruccio era la pedagogia: ho fatto richiesta per un corso di una settimana in tecniche pedagogiche per prepararmi al meglio al mio ingresso trionfale nel mondo dell’insegnamento, sotto lo sguardo vigile dei miei consanguinei predecessori, ma la mia università mi ha gentilmente mandato a quel paese e mi ha detto che se voglio frequentare il corso lo devo fare a Gennaio 2014. Va be’, meglio tardi che mai, no? Alla fine mi sono detta: “Sono stata studentessa fino a una manciata di mesi fa, vuoi che non sappia come inculcare nella testolina di un branco di Svedesi qualche nozione?”.

Ecco no, alla fine viene fuori che essere stato studente non è sufficiente per essere insegnante, ma di questo ne riparlo dopo. In realtà non me la sono cavata affatto male, e questo non me lo sono detta da sola dandomi delle balde pacche di autoincoraggiamento sulla spalla, sia chiaro. Sono state due mie colleghe a dirlo, quelle che assieme a me si sono occupate di preparare il materiale per le esercitazioni, poi però loro sono apparse come le Madonne per qualche ora qua e là mentre io mi sono sciroppata la quasi totalità delle lezioni. La ragione per questo sobbarcamento non è (solo) un forte senso autolesionistico ma soprattutto il fatto che io non ho figli e loro sì, e in questo stato del welfare figlio batte tutto mille a zero, e quindi il laboratorio lo insegno io. Però mi hanno fatto i complimenti, che volevo anche vedere se mi dicevano che facevo cagare.

I tipi umani che mi sono passati davanti in queste settimane sono vari ed eventuali.

Ci sono quelli che mi hanno trattato come fossi una matrona, soprattutto via mail prima di avermi visto ed essersi resi conto che avevo solo qualche anno in più di loro: c’è chi mi ha chiamato Madam e chi mi ha augurato che “this mail finds you in good health“, nemmeno avessi in programma di trapassare.

Ci sono quelli che si sono presi un sacco di confidenza. Dopo due giorni che li intimavo di non creare bolle nella soluzione, di non avere bolle d’aria nei tubi e che scattavo sull’attenti appena li sentivo dire la parola bolla, alcuni ragazzi mi hanno detto che sembravo il pesce giallo del cartone Nemo.

Ci sono gli entusiasti che mandavano le mail  prima del corso e mi auguravano di “passare giornate piene di sorrisi”, che non capivo se erano particolarmente felici di vivere o cercavano di lisciarmi con qualche frase presa dall’ultimo libro di Fabio Volo.

Ci sono tante persone diverse che ti passano sotto gli occhi per qualche giorno e li vedi che ci provano a fare quello che sono venute lì a fare e dà una grande soddisfazione vederli paciugare con quei tubi e quelle provette e sperare che alla fine porteranno a casa qualcosa di tutto quel tuo blaterare di bolle, colonne e proteine.

Ci sono quelli, infine, che ti insegnano qualcosa a loro volta.
Quelli che te lo insegnano con le buone, come gli studenti che ti fanno domande o che hanno un chiaro sguardo interrogativo stampato in faccia, facendoti capire che quell’ultima cosa che hai spiegato non l’hai resa comprensibile a tutti o hai dato per scontato informazioni non così ovvie, così che puoi migliorare nella tua esposizione e aggiustare il tiro sulle cose da sottolineare e quelle da tralasciare.
E ci sono quelli che te lo insegnano facendoti venire un travaso di bile. Come quelle due ragazze che dopo aver ricevuto le mie correzioni sulla loro relazione dell’esperienza in laboratorio, sono venute fino in cima al palazzo nel mio ufficio a reclamare con un certo cipiglio che avevano ragione loro: che i loro calcoli erano giusti, che avevano misurato tutto al minimo dettaglio e che ero io quella nel torto, nonostante avessi visto fare lo stesso esperimento 36 volte che dava per 36 volte il medesimo risultato. Non contente, si sono anche lamentate del fatto che avessi chiesto di provare a spiegare il perchè di un errore sperimentale: con uno sguardo atterrito hanno ammesso che loro non sapevano quale fosse la risposta giusta a quella domanda. Bambine, questa è la Svezia: le vostre relazioni non prendono nemmeno un voto e se ci sono errori tutto quello che succede è che io vi dico che è sbagliato e vi do un aiutino per trovare la soluzione: non vale la pena buttare a indovinare? Dopo un po’ di discussione sui volumi delle soluzioni e sull’impossibilità, a parer mio, delle loro misure, mentre cercavo di non perdere la calma davanti al loro ribattere che erano state precise, le ho liquidate dicendo loro che ai fini dell’esperimento i volumi poco importano, importa che avessero capito il procedimento (che è una cosa che mi hanno sempre detto ma a cui non ho mai creduto fino in fondo e che mi sono sentita poi in colpa di aver detto: se l’insegnante non insegna ciò che è giusto cosa sono qui a fare? Aria fritta?).

Quando se ne sono andate dall’ufficio, dopo poco mi hanno rispedito le correzioni e io ho accettato il rapporto senza ulteriori modifiche. Cercando di essere equa nella frase di valutazione finale, che non se la filerà mai nessuno se non quelle due. E intanto pensavo che se è vero che per essere buoni insegnanti bisogna essere stati prima studenti (anche se non è del tutto vero), allora per essere buoni studenti è necessario essere stati insegnanti.

(Colgo qui ed ora l’occasione per scusarmi con tutti i miei insegnanti per tutte quelle vote che sono stata una studentessa rompina, che dato il mio livello di secchioneria deve essere stato un problema praticamente quotidiano!)

  1. Clohe

    Il paragone con il pesce giallo è fantastico!
    Vero però, non dev’essere facile insegnare, secondo me è una di quelle cose per cui bisogna esser portati; avere il carattere giusto, sapersi far capire, riuscire ad adattarsi alle competenze/conoscenze di chi ascolta. C’è sempre il rischio di dar per scontate cose che non lo sono per niente e riuscire tenere sempre alto il grado di attenzione (tipo che il mio dopo 30 minuti era calato e stavo già pensando agli unicorni e alle fatine).
    Insomma un lavoro per niente scontato e spesso sottovalutato, soprattutto in Italia.

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