Giulia con i pantaloni su II

Non che se ne sentisse il bisogno ma devo (devo!) raccontare il concerto di Moonface di ieri sera. Nella vita e quindi anche qui tendo a vivere di proiezioni di quello che sarà e poi mi dimentico di quello che succede davvero nella realtà, mi dimentico di riportarlo e me ne dimentico io.

Di solito, come preparazione a un concerto, ascolto a ripetizione quello specifico cantante, nemmeno dovessi studiare per un esame e poi dopo il concerto ho una specie di rifiuto dell’ascolto che dura per qualche mese. Con Moonface però è stato diverso: da quando ho comprato il biglietto ho centellinato gli ascolti, concedendomelo solo quando camminavo per strada con la neve che cadeva, che va bene che non abito a Capo Verde però non è successo spessissimo. Così sono arrivata a ieri con la mente sgombra.

Alla fine non sono andata da sola, il mio coinquilino di quattro anni fa, lo stesso che mi aveva trascinato al precedente concerto di Moonface, è venuto con me. Il che mi rende una Giulia con i pantaloni su un po’ a metà nelle intenzioni originali della favola della donna semi-indipendente, però è stato bello condividere quest’esperienza con lui, una delle persone con cui avrei dovuto passare più tempo, ma che le contingenze (e la pigrizia?) hanno fatto sì che fosse più una comparsa che una vera e propria presenza negli ultimi anni. Tanto più che fra un po’ si trasferisce in Kazakistan e buonanotte al secchio di andare a fare i presi bene ai concerti. Perchè lui è un po’ barbarian, sometimes.

Comunque, su queste panche di una chiesa sconsacrata si è consumato il concerto. Non c’erano tante persone, a spanne più o meno 200, e il concerto non era nemmeno sold out, ma tanto meglio, visto che noi eravamo in quinta fila in posizione perfetta non solo per sentirlo ma anche per vederlo suonare. A proposito di gente che va da sola ai concerti, nella fila davanti alla nostra c’era un signore sui cinquant’anni che era seduto lì e per tutto il tempo prima del concerto si girava a guardare l’uscita, si alzava in piedi, controllava il telefono. Aveva un aspetto buffo già di suo, non bello e con un qualcosa che gli dava l’aria di essere fuori posto. Ho voluto credere che avesse dato appuntamento a qualcuno. E che lei (o lui) non sia venuto. L’ho rivisto mentre uscivamo dopo aver recuperato le giacche al guardaroba: era ancora da solo e mi sembrava sorridesse.

Adesso però la smetto di divagare e prometto che racconto del concerto. Come ha detto lui prima di iniziare a suonare, per la prossima ora e mezza ci sono io da solo che suono il piano, so che è noioso quindi se ve ne volete andare non c’è problema, non mi offendo. Che poi lui quando canta ha questa voce piena e forte ma appena toglie le mani dal pianoforte e si mette a parlare con il pubblico tra una canzone e l’altra si vede che è un timidone e il tono si fa più flebile, quasi un sussurro, dice le sue cosine che non capisci se ci è o ci fa, fa un sorriso dritto e sottile che intravedi appena i denti  e poi ritorna a suonare. Sorprendentemente ha parlato parecchio con il pubblico, ha dato l’impressione di essere quasi felice e non più il lanciatore di libri della volta scorsa.

La ragione per questa felicità forse è data dal fatto che adesso vive a Helsinki, come ha tenuto a farci sapere prima di cantare Helsinki winter 2013. Visto che non pretendo che la sua storia personale sia conosciuta come quella di una Kardashian qualsiasi faccio un riassunto. Qualche anno fa Moonface si lascia con la morosa e la band in cui suona si scioglie, per non impazzire appena prima dell’inverno si trasferisce da Montreal a Helsinki, dove però si rende conto che non c’è niente da fare per cui inizia a suonare il piano come terapia occupazionale. Più o meno accidentalmente c’è una donna a Helsinki (Julia?) ma fino ad ora non ci era dato sapere cosa fosse successo dopo.

Io nella mia infinita tracigicità mi ero fatta persuasa che lui fosse tornato da dove se ne fosse venuto, complice l’ultima canzone dell’album, Your chariot awaits. Una delle cose che amo dei concerti è che canzoni che non mi avevano colpito fino a quel momento tutto a un tratto mi esplodono davanti: è un emozione difficile da spiegare, come un’epifania, ed è bellissimo e speciale ogni volta. Questo mi è capitato con Your chariot awaits, nella sua fiera rassegnazione di un’alba triste prima di una partenza. E ovviamente ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale.

Invece contro ogni previsione Julia, la finlandese Julia, sembra avercela fatta a superare l’inverno con Moonface e un po’ sono contenta per lui. Dall’altra parte dell’oceano però è rimasta Jenny Lee, quella della canzone che ho messo all’inizio, una canzone che non è nemmeno nell’album ma che suona solo dal vivo, come fosse una nota a margine, per non far pesare il confronto a Julia, per non esporsi del tutto. Jenny Lee è rimasta in Canada, è tornata nella parte in cui parlano inglese perchè lei ha avuto il buon senso di chiedere per qualcosa di più, mentre lui è andato a inseguire Julia in Finlandia, (And now you live back with the anglophiles/ And I am where my lover needed me to go/ And I love her so I step onto the ice/ While you possess the common sense to demand paradise). Brivididabadibidi, per le parole e per la musica.

I brividi venivano perchè lui suonava il piano non solo con le mani ma con tutto il corpo, tanto che a un certo punto la testa ondeggiava avanti e indietro a ritmo della musica e i capelli lunghi arrivavano dove ci sono le corde e io mi chiedevo se fosse possibile che gli si incastrasse la chioma in mezzo a tutte quei meccanismi che ci sono dentro a un pianoforte. Per la cronaca non si è incastrato. Ma quando non rischiava il trauma cranico dondolandosi, lui e il suo pianoforte facevano cose difficili da raccontare. Sono difficili da spiegare i mille riverberi che si propagavano nel silenzio della chiesa nelle pause dalla durata più perfetta che si possa immaginare; i pianissimo e i fortissimo, ma soprattutto gli ultimi; gli arpeggi infiniti, ripetuti cento volte sempre con una piccola variazione che non volevano essere una dimostrazione di bravura ma sembravano più un prendere fiato, uno sperimentare sul posto, un momento privato in cui lui stesso si stava perdendo per poi ricordarsi che invece ha davanti un pubblico e deve continuare.

In definitiva, nel caso non si fosse capito, mi è piaciuto il concerto e tutto quello che c’è stato attorno. Ero un po’ meno soddisfatta del ritardo del treno e della sveglia maledetta di stamattina, però ne valeva la pena anche solo per tornare a casa da sola per le strade deserte ascoltando nelle cuffie ancora Moonface, come se non fosse stato abbastanza.

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