Hai ascoltato la pioggia?

Non voglio parlare di tempo, sia chiaro. Questo è un altro di quei post in cui parlo di un concerto a cui sono andata e il titolo del post è quel che è perchè traduco in Italiano il titolo dell’ultimo album. E questo non è nemmeno un album ma un EP perchè siamo ancora allo stato embrionale di cantante e in un certo modo anche di concerto: il cantante perchè è nato nel ’93 (facendo sembrare Tom Odell un anziano) e il concerto perchè era in un locale molto piccolo con al massimo un centinaio di persone, nonostante fosse sold out.

Per una volta nella breve vita di questa serie di post ci sono buone possibilità che il cantante sia conosciuto in Italia, meno all’estero, nonostante lui sia di Bristol, che è guarda caso in Galles che fa parte del Regno Unito, che sembra essere un po’ il filo conduttore dei mie ultimi post. Comunque divagazioni a parte, il Gallese che mi ha cantato a venti metri un paio di sere fa è George Ezra. E in questo caso è d’obbligo mettere al massimo il volume, e far partire il video in cima al post (sperando che non parta la pubblicità) e ascoltare in religioso silenzio e straordinaria ammirazione il primo minuto e spiccioli di solo voce. La qualità audio del video non rende giustizia alla performance dal vivo, che è ancora più vibrante, ancora più blues, ancora più brivido sulla schiena.

A un certo punto di quel minuto si vede che alza lo sguardo e inizia a guardare il pubblico, uno per uno, e anche l’altra sera mi sono trovata più d’una volta ad avere un prolungato contatto visivo con il mio migliore amico George. Chè anche i cantanti hanno gli occhi e a un certo punto dovranno pur guardare da qualche parte. Per non provocare svenimenti, deve aver scelto di ignorare le teenager in visibilio appena giù dal predellino e si è affidato agli occhi di quelli più contenuti nelle seconde linee del pubblico (che sono contemporaneamente seconde linee e penultime linee visto il bugigattolo in cui ci troviamo). In seconda linea ci siamo io, il mio amico L. e i suoi due compagni di viaggio.

Il mio amico L. l’ho conosciuto ai tempi dell’Erasmus, faceva parte del gruppo di amici hippie da morire che giravano in lungo e in largo la Svezia in autostop, con cui ci si divertiva con poco (tipo rubare le chiavi del monolocale di un amico, riempirgli la stanza di palloncini per vedere la faccia che fa) e che si cibavano di bacche e radici. Infatti prima del concerto mi hanno portato in un ristorante a Vesterbro che serve solo cose biologiche, e avrei trovato la cosa fantastica se nel piatto che ho ordinato ci fosse stato qualcos’altro oltre alla verdura biologica, tipo qualche carboidrato biologico, un legume solingo, o qualcosa che non fosse fatto di fibre e acqua. Fortunatamente c’era la birra più buona che esista a farmi dimenticare (anche un po’ letteralmente) la fame e anche un buon numero di cose da fare la mattina dopo al lavoro, ma questa è un’altra storia.

Il mio amico L. è senza ombra di dubbio lo Svizzero più fantastico che io conosca, e non solo per quella storia dei palloncini o perchè a distanza di anni mi chiama e andiamo a un concerto o perchè quasi tutti gli Svizzeri che conosco abbiano fatto tutto il possibile per risultarmi detestabili. Lui è uno di quelli che un po’ invidio: nella vita fa il critico musicale per un giornale Svizzero che parla di cinema teatro e musica, che non sarà Pitchfork o Rolling Stone, però va a un sacco di concerti gratis. Ok, la paga da giornalista è una miseria così per arrotondare aiuta a organizzare festival cinematografici e anche questo sembra proprio un brutto lavoro. È una vita un po’ sregolata, fatta di non sapere che ne sarà da qui a un mese ma per il momento, a lui, va bene così. Soprattutto perchè da quattro anni a questa parte è una fonte inesauribile di ottimi consigli e perchè anche se siamo cambiati tutti e due quando L. è in giro succedono sempre cose magiche. Dopo il concerto, stavamo andando a prendere una birra, un’altra, e sulla via c’era una chiesa con delle persone dentro. Così siamo entrati e ci hanno dato in mano una candela e sparse per la chiesa c’erano delle foto da guardare in quella luce flebile, che non erano foto bellissima ma io non lo avrei mai trovato senza L.

L. secondo me si è un po’ innamorato di George Ezra e infatti lo aveva già visto a Zurigo ma ha colto l’occasione di rivederlo anche a Copenhagen e non gli si può dare poi torto. Quando fanno quella domanda stupida da Novella 2000 e chiedono “qual è la cosa che attrae di più in un uomo?” e sento rispondere “le mani”, io prenderei quelle stesse mani e assesterei un coppino bello secco: che cosa te ne fai della mani se poi uno ha una voce come Paperino? George Ezra ha una voce che io potrei ascoltare per giorni, unita a uno di quegli accenti british sciogli-mutande che buttiamolo via. Non solo canta con quella voce profondissima ma pure ci parla, come Filippo Timi ma con una faccia un po’ più raccomandabile.

Avevo già ascoltato George Ezra su consiglio di L. qualche mese fa e mi era piaciuto ma se non ci fosse stato lui non so se sarei andata a vederlo suonare. Gli arrangiamenti dell’album sono fatti un po’ alla cazzo di cane, soprattutto quello di Did you hear the rain?, che nella versione Spotify ha per tutti i 2 minuti e 57 di canzone una specie di soffio a ritmo che mi ha dato noia fin dal primo ascolto. Fortunatamente, al concerto George Ezra arriva da solo e suona con la sua chitarrona bene, ma proprio bene, e quando chiude il concerto con questa canzone decreto che chi gli ha mixato l’album dovrebbe essere esposto alla gogna. A un certo punto si mette anche a fare i coretti in farsetto perchè non ha le coriste ma ci piace così, un po’ ruspante.

A metà concerto suona la sua canzone più famosa, Budapest, e racconta in breve la storia che ci sta dietro. A quanto pare, era in giro a fare il backpacker e doveva prendere un treno per andare a Budapest ma lo perse e a Budapest non ci arrivò mai. E ci starebbe un bel chissenefrega, non fosse che la ragione per cui perse il treno era che ha fatto le ore piccole nella bolgia della festa al parco durante l’Eurovision dell’anno scorso a Malmö, a cui ero anch’io. Insomma, Geroge Ezra: uno di noi.

Ammetto che la voce e le musiche fanno la parte del leone, mentre i testi sono un po’ miseri ma il ragazzo ha potenziale. A vostro rischio e pericolo lascio qui sotto il video a un’altra sua canzone che sto cantando ininterrottamente da due giorni e che mi ci vorrà un esorcista per mandarla via dalla mia mente. Schiacciate play, se avete il coraggio.

  1. superbalduz

    Questo George Ezra mi piace un sacco!! Ieri sera ho cercato un po’ di sue canzoni su youtube, decisamente c’é da fidarsi dei tuoi gusti musicali. Ah ma lo scorso anno eri a vedere l’Eurovision?? Io l’avevo visto in Islanda alla tv…che spettacolo meravigliosamente trash!!

    • Frou Svedese

      Mi fa piacere che ti piaccia!
      L’Eurovision più vai verso il circolo polare artico e più diventa un momento imprescindibile dell’anno. Un po’ come Natale. In più col fatto che ce l’avevo praticamente in casa è stato praticamente impossiblie sottrarsi. Così mi sono trovata in mezzo a una bolgia tra i maxi schermi a fare un tifo sfegatato per Marco Mengoni. So che c’è da vergognarsi ma è lo spirito dell’Eurovision (che è uno spirito orribile!!!) a farti fare certe cose.
      Quest’anno si replica con l’Eurovision a Copenhagen ma per l’Italia c’è Emma Marrone, quindi credo che oltre allo spirito dell’Eurovision credo mi serviranno altri tipi di spirito per replicare il tifo dell’anno scorso.
      E tu che hai fatto in Islanda? Hai applaudito ogni volta che davano un punto all’Italia? 🙂

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