Hey, that’s no way to say goodbye

Questi giorni. In questi giorni ce ne sono troppe da raccontare, alcune allegre, altre meno. Bisogna iniziare con ordine, anche se questa sarebbe la seconda, a voler andare con ordine, ma va bene così.

In anni come questi, senza un posto fisso in cui abitare, circondata da persone che arrivano, passano e (irrimediabilmente) vanno, sono diventata immune agli ultimi  saluti. Che, nota bene, non devono essere vissuti come delle estreme unzioni, perchè queste persone continueranno ad essere, altrove, senza avermi più attorno, che a quanto mi hanno detto è una cosa fattibile. E se con il tempo ho perso il dramma aggiunto ad ogni saluto, non ne sminuisco invece il valore. Quando saluti qualcuno per la forse ultima volta credo che sia come riconoscere a quella persona il fatto che ci sia stata per quel lasso di tempo e che la sua presenza fosse stata (più o meno) indispensabile.

Ho visto ogni sorta di saluti.

Ho visto saluti fatti con leggerezza, come se ci dovessimo rivedere il giorno dopo. Una ragazza che è stata qua in Svezia per qualche mese e con cui non ho particolarmente legato, l’ultima sera che era qui ha fatto la strada per tornare a casa insieme a me e arrivate al bivio della strada ci siamo salutate con un abbraccio, di quelli un po’ Svedesi che ti spolveri la spalla a vicenda, e un “dai, ci si vede presto, in Italia o in Svezia!”. E ognuno è andato per la sua strada.

Ci sono saluti fatti come se fossero un film. La mia amica Spagnola dei tempi dell’Olanda l’avevo salutata già la sera prima di andarmene ma la mattina dopo, mentre stavo buttando la spazzatura la vedo all’altro capo del corridoio, che sta per uscire. Anche lei mi vede, rimaniamo un secondo a guardarci e io con gli occhi umidi le dico “P. you are the best”.

Alcuni saluti li ho raccontato già in capitoli precedenti. Fatti da parole sincere e di abbracci strettissimi, di quelli che mettono a dura prova le costole.

Altri saluti invece li ho fatti senza sapere che sarebbero stati gli ultimi, e le persona in questione è attualmente vivente e in salute. Un saluto normale, per quanto fossero anormali quegli incontri, il salutarsi, tergiversare, tornare indietro per un ultimo bacio e poi andare senza voltarsi, lui. Nei mesi a venire ho rivisto al replay quel saluto un’infinità di volte, pesandone i secondi, le pause, a cercare significati lasciati tra le righe, chiedendomi se fossi solo io a non sapere che quello era l’ultima volta che ci saremmo visti.

L’ultimo saluto di questa carrellata si è consumato un paio di giorni fa. A partire, e qui prometto che lo tiro in ballo per l’ultima volta, è quello che se ne va a fucking Cardiff. Ci siamo visti in un pomeriggio di sole in una Copenhagen bellissima, scintillante nella sua semplicità che non è sciatteria ma alto design. Il luogo dell’incontro era il nuovo mercato coperto, una costruzione di vetro con all’interno bar, ristoranti e piccole gastronomie con prodotti da tutto il mondo. Ci sediamo ad un caffè che dà sulla strada, la gente che passa dall’altra parte del vetro. Abbiamo parlato per un paio d’ore di una chiacchiera sciolta sugli ultimi preparativi prima della partenza, i piani, la sua nuova casa. Ci siamo aggiornati a vicenda sugli ultimi avvenimenti delle rispettive vite, io gli ho detto della mia persecuzione e lui della sua stalker Polacca, che non si rassegna alla sua partenza. Pochi riferimenti al passato, uno scherzo da parte sua al fatto che andrà a finire che andrò anch’io a lavorare a fucking Cardiff. A me è uscito un discorso delirante che faceva più o meno così “dovremo ricordarci di questo incontro perchè la prossima volta che ci vedremo saremo diversi” alludendo a le bellezze che allor più non avrai e che avesti nel tempo passato di cui parlava de Andrè. Lui non capisce e mi prende in giro, mi fa vedere il suo principio di calvizie, anche se con quei capelli cortissimi dello stesso colore della pelle è una sfida a trovarla. Insomma, il mio tentativo balengo di uscire con un pensiero profondo è stato mandato miseramente in vacca ma il pomeriggio è stato piacevole e va bene così.

Si è fatto tardi e ci avviamo alla metro, quando scendiamo le infinite rampe di scale mobili di Nørreport manca mezzo minuto all’arrivo del mio treno. Qualche parola di circostanza e quando si sente il rombo avvicinarsi ci abbracciamo, con lo spolvera-spalla alla Svedese, senza convinzione. Salto sul treno e non mi giro.

Tutto quello che riesco a pensare sulla metropolitana è che questo non è il modo di salutarsi.

    • Frou Svedese

      Cohen co pigliq sempre. E per pa cronaca ho messo questa cover perchè I video di Cohen che ho trovato risalivano agli anni 60-70 in cui cantava con la faccia Da marpione. Il mio Cohen preferito è quello degli ultimi anni, con una puntina di arterio e che assomiglia un po’ di più a Tom Waits.
      E comunque, ce ne fossero di Cohen che ci dispensano consigli di vita in poesia…

  1. superbalduz

    Ah cara mia ancora una volta hai toccato un argomento a cui sono particolarmente sensibile! Gli addii che mi fanno venire più il magone sono quelli davanti ai mezzi di trasporto in cui è l’altra persona ad andarsene. Soprattutto quando ci sono di mezzo treni e aerei che ti mettono fretta, e non puoi tirarla per le lunghe quindi alla fine non riesci a dire quello che vorresti perché le parole giuste ti vengono in mente quando è troppo tardi! Che poi a volte non si sa neanche se sia un “addio a mai più”, che ammette un congedo melodrammatico, oppure un “arrivederci a data da destinarsi, chissà” dove ci si saluta con il sottinteso che basta volerlo e ci rivedremo. Come diceva Charlie Brown, “I’m tired of goodbyes, I need more hellos”, però intanto quella che parte sono io, Guatemala e Belize stavolta! Quindi bene 🙂

  2. Sara

    Eh, i saluti. Lo scorso anno ce ne sono stati un paio importanti. Poi un’amica è rientrata e sembra si fermi, per il momento, l’altra è qui ora, di passaggio. Sono in questi saluti, ma soprattutto nelle assenze successive che si capisce chi è davvero importante per noi. A proposito Frou, in che parte del mondo sei ora? 🙂

      • Sara

        Criptica dici? Forse cercare di decodificare le parole degli altri (intendo nel lavoro di dottorato) ha avuto un effetto contrario su di me! 🙂 Grazie, mi siete mancati! Non sei più in università, da quello che capisco…

      • Frou Svedese

        Fa piacere rivedere “facce” conosciute anche a me. Sono ancora in Università per sei mesi, poi tesi e dio sa cosa succederà. Ho iniziato a cercare lavoro ma ne ho ancora uno, lo so sono una paranoica 😉

  3. andreambetti

    In qualche modo tocchi sempre corde a me familiari. Proprio da qualche giorno affrontavo, con degli amici e soprattutto con me stesso, il tema del saluto. Mi sto rendendo conto che, per assurdo che sia, non riesco a non “salutare” qualcuno. Ho bisogno di un punto da mettere, nella mia testa. Sarà che io ho sempre bisogno di dire le cose, piuttosto che lasciarle lì ad aleggiare, come fantasmi. Se sei una persona importante che non vedrò più, anche per qualche giorno, devo trovare il tempo di vederti e dirtelo. Se poi sei una persona importante (per me, e lo sottolineo) che io scelgo di non voler più vedere, non ne parliamo, arrivo proprio a tirare fuori monologhi da film che finiscono per essere grotteschi, di cui poi mi vergogno a vita. Comunque, in generale, sono arrivato alla conclusione che il saluto sia davvero una brutta cosa: in qualche modo, almeno per me, si rivela sempre al di sotto delle aspettative.

    • Frou Svedese

      Che grande verità. “(Il saluto) si rivela sempre al di sotto delle aspettative”. Forse qui ne ho riportato qualcuno che era sopra le aspettative ma erano forse due su centinaia e centinaia. Tu comunque continua a fare i discorsi deliranti che nel mondo esistono persone che li apprezzerebbero tantissimo e (magari) ci scriverebbero sopra post infiniti. Persone tipo me, ecco. Che però riescono a scrivere post infiniti anche se i discorsi deliranti non li fanno e al più li ricevono… Comunque tu continua così! 🙂

  4. elithewalrus

    Non so come sono finita qui, è pure un post “vecchio”, ma ti ringrazio. Tu che citi De Andrè, lui che non capisce, tu che “non è questo il modo di salutarsi”. Son cose che vivo, e trovarti a dirle così mi fa sorridere di empatia.

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