Alla ricerca dell’albero azzurro

Le madeleine, sia quelle di biscotto che quelle figurate, sono difficile da mandare giù. Ingozzano. Sono uno di quei biscotti che, se non le accompagni con un bel tè caldo e un pacco di saliva, si attaccano alla gola e nella bocca e ti lasciano una sensazione spiacevole. Chissà se anche Proust ci aveva pensato.

L’ultima delle madeleine che ho mandato giù riguarda Dodò dell’Albero Azzurro. Il caso vuole, che mia mamma si è trovata a lavorare con la signora che ha inventato Dodò e un giorno lo ha portato a scuola per farlo conoscere ai bambini. Probabilmente, tutti bambini che in quel pupazzo non vedono niente di più che un uccello con il morbillo alieno, mentre per me Dodò è stato un fedele compagno di tante giornate. Quando ancora andavo all’asilo lo vedevo mentre aspettavo che il pulmino (termine probabilmente non universale per scuolabus) mi venisse a prendere. Invece, durante il tempo delle elementari uscivo di casa troppo presto per poterlo vedere all’ora a cui era trasmesso, per cui grazie agli ultimi ritrovati tecnologici lo registravamo su VHS. Una volta tornata da scuola, dopo aver fatto i compiti, vssssssssssssssss riavvolgi il nastro e fai partire Dodò, Claudio, Francesca, il signor Cavalli. A distanza di anni, automaticamente, al solo pensiero di Dodò, ho iniziato a canticchiare la sigla: albero azzurro, posto felice, albero azzurro posto di amici.

Una concatenazione di pensieri, visioni nitide di giorni passati, luci e sensazioni che mi ha attraversato in un secondo. Mi sono commossa, anche se ultimamente più o meno qualsiasi cosa mi commuove.

Poi i giorni sono passati e non riuscivo a togliermi dalla mente Dodò. Pensavo alla serenità dei giorni andati e a quanto sono lontani. A quanto, mai come ora, i problemi della vita adulta stiano venendo fuori uno dopo l’altro. Casa, affitto, lavoro, famiglia. Il tutto in un paese che non è il mio. Un paese che per quanto non mi dispiaccia, non riesco a sentire mio. Ho lasciato un po’ di cuore in Svezia (poco ma un po’ l’ho lasciato, quando vedo le foto delle strade di Malmö la sera o il ponte sull’Öresund come faccio a rimanere indifferente?). Un altro pezzetto di me è rimasto incastrato in quelle case supermoderne in Olanda, nonostante la popolazione facesse di tutto per scoraggiarmi. Barcellona ha preso un altro pezzo, è stato breve ma, come si suol dire, intenso. Una passeggiata sul lungomare, risalire per via Laietana scansando i turisti per andare a mangiare un gelato sui gradini della Cattedrale, cosa chidere di più? Poi, ovviamente c’è casa casa, quella sulle colline che rimane sempre lì, che cambia ma non ai miei occhi, dove la gente fa cose e io non lo vengo a sapere, che per me rimarrà la stessa che ho lasciato a gennaio 2010, fatta eccezione per poche cose, cioè persone.

E ora? Cosa ci faccio qui?

Ah, ci lavoro.

Perchè?

Perchè ho trovato questo lavoro. Questo e non un altro, un altro dei milioni di lavori che ci sono al mondo. Un lavoro che mi permette di  lavorare con quello che mi piace ma che, in certi giorni non mi sembra una ragione sufficiente per rimanere qui. Un lavoro che mi dà un salario sufficiente che per la gran parte va in un affitto (esorbitante) e che basta per togliermi qualche piccolo sfizio. Un lavoro che mi elargisce 25 giorni di ferie all’anno che, divisi per il numero di persone e posti che vorrei visitare, non mi permette di essere dove vorrei essere quando non deoe essere qua. Senza nemmeno parlare dei posti in cui non sono ancora stata e in cui vorrei stare. Senza nemmeno parlare del fatto che per andare dove non sono stata devo lavorare per avere la sussistenza per andare. Senza nemmeno parlare del fatto che devo trovare dei giorni di ferie in mezzo a tutto il lavorare per andare. Senza nemmeno. Nemmeno.

E allora quando mi aggroviglio in questi pensieri che sono una spirale di cani, gatti e topi che al mercato mio padre comprò mi fermo e penso a Dodò.

Penso alle cose facili. Penso all’albero azzurro. Penso che magari, prima o poi, lo trovo.

  1. virginiamanda

    Ehi!
    Calma!
    Fa’ un respiro profondo.
    Guarda che non era facile, la vita prima.
    E’ facile per te che la guardi adesso, con il carico di responsabilità di adesso, ma non era facile neanche prima, quando la affrontavi con i mezzi di un bambino.
    Il compito di storia delle superiori non era più facile dell’esame di storia dell’università, ero io che avevo altri mezzi, ed essendo più grande e più abituata a studiare potevo affrontarlo con altre risorse e metodi.
    Se il lavoro o il luogo non ti rendono felici, lo sai meglio di me: attivati per andartene. Sono sicura che non sia necessario stare lì per lavorare nel tuo settore no?
    Oppure prenditi un gap year, e ci pensi a luglio dell’anno prossimo…
    (Grazie per l’inboccallupo! Non so se sperarci o no, mah! Ho il cuore in subbuglio ora che i giorni fatidici si avvicinano!)
    Abbraccio!

    • Frou Svedese

      Avrei dovuto mettere un disclaimer prima di questo post in cui dicevo che lo avevo scritto appena dopo la dipartita (seppur temporanea) del convivente e mentre la pioggia ci dava dentro.
      Certo, ogni età ha le sue difficoltà, però mi sembra che diventino più complicate, non il contrario. E poi boh, io non li ho mai patiti così tanto gli esami e i compiti in classe… Solo la maturità è stata un’ansissima! Troppa fortuna e troppi pochi ostacoli da superare? Può essere.
      Un gap year non saprei. Il mio lavoro in sé mi piace. Il problema è il posto (per ora) e il fatto che a volte per qualche mese io abbia a che fare con dei progetti di merda. Certo, anche quelli durano per un paio di settimane, due mesi al massimo. E poi tutto passa. Anche i dubbi e le giornate di pioggia!

  2. Elle

    eh les madeleines 🙂
    la cosa bella è che il cuore può continuare a perderli indefinitivamente i pezzi. In 10 anni di vagabondaggio ne ho lasciato un pezzo in the US, un pezzo a Aix, uno a Roma e ormai anche Londra se ne sta prendendo uno bello grosso. Poi pezzi piccoli sparsi tra Ginevra e Lione. E un altro a Parigi. E se (o quando) mi trasferirò ancora sarà di nuovo così. Si perdono i pezzi ma se ne trovano altri.
    E se non ti piace il lavoro, cambia di nuovo, che quello giusto si trova prima o poi.

    • Frou Svedese

      Chissà se un giorno non mi struggerò anch’io davanti alle case con i mattoni e gli infissi bianchi e a questi parchi verdi e sterminati in mezzo alla città…
      Buon perdita di pezzi di cuore anche a te, quasi vicina di casa!

  3. elithewalrus

    Dire che ti capisco sarebbe un po’ mentire, sono solo all’inizio, o meglio, alla fine di un Erasmus e all’inizio di pensieri che tra una cosa e l’altra spingono a dover lasciare la casetta tra i colli di Un Paese. E non so nemmeno perché ti sto scrivendo, non sono nemmeno poi così brava e io stessa direi forse “ma questa che vuole?”. Però ogni volta che leggo quello che scrivi, anche se ho qualche anno meno di te, mi scoppia un “e lei come fa ad avere i miei stessi pensieri?”. In giro per l’Europa, direttamente o meno, sto lasciando tante fotografie: quelle che faccio o quelle che regalo a chi parte senza sapere se mai ci si rivedrà. Penso che si parte solo, come diceva Pavese, per avere una casa a cui tornare, sapendo che Un Paese resta sempre ad aspettarti. Che sia di terra, di parole, di carne. Penso che alla fine si parta, a tutti gli effetti, per trovare un pennuto con una strana varicella e 3 capelli gialli che, dopotutto, stava già ad aspettarci.

    Ah, tra parentesi: una mia collega di studi è la figlia di Empirio, quello dell’Emporio. Una madeleine con le gambe, ogni volta che la vedo.

    • Frou Svedese

      Oh, cara. Mi fa piacere sapere che ti ritrovi. Questo porta a due conclusioni
      1) che anche tu sei destinata a un’esistenza di peregrinazione, se non geografica almeno spirituale, perché ansietta is a state of mind
      2) che non sei l’unica al mondo ad avere certi pensieri e questo, almeno a me, dà un po’ di gioia
      Fermorestando che Pavese, anche lui amico dell’ansietta, aveva pienamente ragione su quello che riguarda il paese natale ti auguro tutto il meglio per i tuoi giri. E per curiosità dov’è che sei?
      Ps: gente come Emporio dell’Emporio dovrebbe essere patrimonio dell’UNESCO

      • elithewalrus

        Ero (purtroppo devo declinare al passato) in Erasmus per un anno tra le austriache caprette a Innsbruck, sono tornata ieri al Paese, vedremo poi cosa succederà dopo la laurea…

  4. wif

    Guarda che la vita è sempre dura e se vuoi stare nel ‘mitico estero’, lo è ancora di piú…
    Io poi non capisco come mai volete andare tutti a Londra e poi vi lamentate.
    È il posto peggiore d’Europa come costo della vita, competizione sul lavoro e negli studi, immigrazione in arrivo e già presente, criminalità, traffico, classismo e pure la qualità della vita non è un granché. Lo sapete che gli stipendi, seppur più alti che altrove, hanno il loro motivo: l’affitto costa un botto. Per non parlare del notorio clima di merda.
    Tutti che stanno a dire “ah, i musei sono gratis”. Beh, se hai il tempo di andarci…
    Se volete trasferirvi da qualche parte scegliete un Paese che vi assomigli e nel quale avete già delle radici culturali.
    Non si puó pretendere di avere tutto, con i pregi dell’Italia. Non esiste. Da nessuna parte.
    In bocca al lupo.

  5. Hippie

    Just a random thought for those saying Wall Street will help prop up the ma0k&te#823r; After looking at the lowballs, if all these Wall Street bonuses are going to help the RE market in the area, ask yourself these questions? Don’t Wall Streeters tend to get paid high salaries and bonuses? Than why are all these expensive homes being sold at all these lowball prices. Answer: Too much inventory and a dearth of buyers.

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