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Col bianco tuo pandor, neve

La mia famiglia si sta ancora divertendo alle mie spalle perchè 23 anni fa io mi sono messa a cantare questa canzone in piedi su una sedia (a grande richiesta di tutto il parentame) sbagliando clamorosamente le parole. Dopotutto, per una quattrenne il “candor” è un concetto molto più astratto di un “pandor” e poi aveva abbastanza senso che un pandoro fosse bianco. Un po’ meno che la neve scendesse con un bianco pandoro, ma vallo a sapere te che cosa fa la neve?

Di Natale non ne ho mai fatta una malattia: non lo aspetto facendo il conto alla rovescia da Novembre né sbuffo ogni volta che qualcuno osa nominare la parola Natale. Una roba media. Natale per me vuol dire prevalentemente vacanze, casa, famiglia, amici e fancazzismo spinto per un paio di settimane, che buttalo via!

Il bello di questo tipo di ricorrenze è che c’è una routine che si ripete negli anni e che, anche se è noiosa e per certi versi può essere irritante, dà conforto sapere che ogni anno si ripete immancabilmente allo stesso modo.

Come ogni anno, i primi a fare gli auguri di Natale a mezzo facebook sono tutti i miei contatti Olandesi (23 Dicembre) preceduti solo da una Tedesco-Svedese con manie di persecuzione (21 Dicembre, addirittura). Entrambe le categorie sono personcine che vivono quotidianamente con un sacco di ansia e che, giustamente, ogni anno, mantengono fede alla loro natura e si sincerano di fare gli auguri centinaia di ore prima. Grazie amici ansiogeni, le anti-anti-antivigilie di Natale non sarebbero le stesse senza di voi!

Come ogni anno, mia mamma si sta dando da fare in cucina da giorni. Quest’anno oltre ad offrire il mio aiuto mi sono addirittura candidata a preparare il dolce, che avevo già sperimentato riscuotendo un successo intercontinentale quando ancora in Svezia. Puntualmente, ho ricevuto un invito a rilassarmi sul divano. La cucina di casa mia è come sempre una zona off-limits per me, con cecchini assoldati da mia madre con l’ordine di annichilirmi se provo a mettere mano ai fornelli: al massimo posso pensare di apparecchiare la tavola.

Come ogni anno, mio padre mi regala dei prodotti di erboristeria e un libro. Il libro lo compra sempre nella stessa libreria, un bellissimo deposito di polvere e libri, che avvolge i regali sempre nella stessa carta rossa e davvero sottile. Così quando mio padre lascia il pacchetto sotto l’albero non resisto e vado a intravedere che libro mi ha regalato. Quest’anno siamo finalmente usciti dal tunnel di Ohran Pamuk, che tanto ci aveva angustiato e deliziato negli anni precedenti, ed è toccato a Alice Munro con la Danza delle ombre felici.

Ci sono però anche delle cose che quest’anno non succederanno.

E’ finalmente successo che ho dimenticato di ricaricare il mio telefono per più di un anno, cosicché la mia povera sottosfruttata SIM Vodafone è stata disattivata. Sto avendo delle lunghe conversazioni su base giornaliere con quelli del 190 sperando che si ripiglino a resuscitarla, sperando che oer il miracolo non debba aspettare fino a Pasqua! Questo vuol dire che quei pochi ultimiamici vintage che ho che mi faranno gli auguri con un messaggio o una chiamata sul telefono non mi troveranno. In particolare penso a Diego, l’amico del mio ragazzo del periodo delle superiori che, instancabile, dal 2002 mi manda gli auguri di Natale. Il bello è che ogni anno si inventa delle frasi sempre nuove piuttosto complicate in cui la parola “felicità” è largamente abusata. Diego, sappi che se non ti rispondo quest’anno non è colpa mia ma tu mandamelo lo stesso il messaggio!*

Inoltre, quest’anno per la prima volta di una lunga lunga serie non andrò più da mia nonna per Natale. Ormai erano anni che da mia nonna andavamo solo io e i miei genitori: gli altri miei zii avevano altre tradizioni per il pranzo di Natale e poi noi abitavamo più vicini. Lo scorso Natale non avevamo nemmeno mangiato insieme allo stesso tavolo, lei aveva mangiato prima perchè ormai non ce la faceva più da sola e la sua salute era già tento peggiorata. Ogni anno, nonostante i suoi problemi di memoria, a Natale recitava delle poesie che aveva imparato quando era giovane e soprattutto cantava una canzone che faceva più o meno così: “In ogni casa c’è un albero di Natale/Ma c’è un nido triste ancora/dove un bimbo piange e implora,/con la mamma sua morente e in America è il papà./Campane non suonate stasera/Campane come dolce preghiera/E sembra che dica alle genti/”non invidiate le alcove dorate della città”“. Cantare le canzoni a Natale deve essere una di quelle degenerazioni di famiglia: la prima volta che l’ha cantata eravamo rimasti tutti basiti per il cipiglio moralizzatore di questa canzone,  le parole complicate (alcove?) e per la sfiga infinita di sto povero bambino. Con gli anni poi è diventata il nostro piccola tradizione di cantarla tutti insieme, pure bei convinti. Quest’anno non c’è più la nonna a cantare questa canzone delirante ma credo che la canzone la canteremo lo stesso.

Non penso sia nel mio stile fare auguri per Natale, che poi alla fine è solo un giorno e mi sembra uno spreco di energie augurare qualcosa di buono per un massimo di 24 ore. Però cerchiamo di fare del nostro meglio, ecco.

*Aggiornamento del 24 Dicembre: alla fine il telefono è stato ripristinato, non prima di aver avuto e fatto avere un travaso di bile a quelli del 190 di Vodafone. Così, puntuale, il messaggio di Diego è arrivato! Riporto pari pari: “Eccoci qui alla fine anche di questo 2013 un po’ sfigatello come anno ma pur sempre ricco di sorprese e avventure per molti di noi… Giorno di Vigilia, oggi, di un nuovo Natale e quindi di nuove speranze… Non ho grandi parole da dirti ma solo quelle che sperano possano veramente avverarsi ossia che ti auguro un sereno e felice Natale ma soprattutto che l’anno nuovo ti porti un mondo di felicità e di fortuna. Un abbraccio, Diego

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Before midday

Triangles are my favourite shape: three points where two lines meet.

Se hanno fatto tre film che si chiamano, nell’ordine, Before sunrise, Before sunset e Before Midnight, allora io posso scrivere un post con questo titolo, Before midday. Perchè la storia finisce a mezzogiorno, perchè è la storia di due persone, un lui e una lei, perchè uno è una vecchia conoscenza di questo blog e quando si parla di lui si parla sempre di film.

Notturno, esterno. Una grande costruzione grigia e austera sullo sfondo. Lei sta di fianco alla sua bicicletta, si guarda attorno. Ha un mezzo sorriso in faccia, lo stomaco in subbuglio da ore. Sta pensando che arrivare in anticipo agli appuntamenti le è sempre piaciuto, le piace quel guardarsi attorno, cercare di indovinare la direzione da cui la persona arriverà, vedere un puntino lontano che si avvicina: guardarlo, abbassare lo sguardo e sorridere.
Un urlo e due mani arrivano da dietro e la prendono di sorpresa. Lei si gira, è lui. Si abbracciano, come l’ultima volta, con le costole che le sembrano destinate a rompersi in quella presa forte. I primi minuti sono d’imbarazzo, sono passati sei mesi dall’ultimo incontro e le cose da dire escono in ordine sparso, una sull’altra, come se non ci fosse già tempo a sufficienza e troppe parole da dirsi.

Interno, bancone di un locale affollato, musica e chiacchiericcio di sottofondo. Lui e lei ordinano delle birre in bottiglia e si fanno dare due bicchieri. Lui in uno slancio di cavalleria prende le birre e i bicchieri e si avvia verso il tavolo. Assieme ai bicchieri lui prende anche il vasetto delle mance, lei cerca di fermarlo ma non è in grado di proferire parola. Ride, come non rideva da mesi a questa parte, una risata bonaria, cristallina, il suono rotondo che fluisce, circola, ricircola e contagia. Anche lui.

Interno, camera di lei, è nel letto, sola. Si sveglia e ripensa al sogno che ha fatto, uno di quei sogni che ti prendono di prima mattina, che non sai mai se ti sei già svegliata o se sei ancora sotto le coperte. Sa che quello che ha sognato non succederà, ride perchè il suo subconscio non ci è ancora arrivato.

Esterno, davanti a casa di lei. Lui arriva con il suo zaino, l’ultima notte avrebbero dovuto passarla insieme in una città vicina ma all’ultimo momento i piani sono cambiati e lui passerà la notte da lei, su un materasso di fortuna. Arriva alla porta con un sorriso e un bacio sulla guancia per lei, di quelli che le labbra schioccano sulla pelle, sotto lo zigomo. Lui entra, sale le scale e si siede al tavolo e beve un bicchiere d’acqua, giusto il tempo per rischiarare la voce e ricominciare a parlare con lei. Continueranno a farlo per le prossime sei ore.

Esterno, stazione dei treni, poche persone sulla banchina, un ragazzo con la giacca di jeans è seduto su un gradino. Lei lo conosce e lo saluta, il ragazzo fa lo stesso ma è alterato dall’alcol. Iniziano a parare in attesa del treno che arriverà da lì a poco. Il ragazzo ha un forte accento francese che, unito all’alcol, rendono la comprensione delle sue parole difficili. Il ragazzo fa qualche domanda di circostanza a lui e poi chiede “Why are you leaving?“. O almeno entrambi, lui e lei, così capiscono e poco importa che la domanda fosse in realtà “Where are you living?“. Lui risponde “Perchè ci sono delle persone che mi aspettano”, lei soppesa quella risposta e pensa che non le dispiacerebbe se lui non partisse affatto, ma lui questo non lo sa.

Interno, locale affollato, lui e lei sono in piedi con una birra. Parlano di una cosa farebbero se incontrassero una persone uguale in tutto e per tutto a loro. A volte fanno queste conversazioni senza senso, ma le portano avanti con serietà, come se quello fosse un problema che li riguarda quotidianamente, che è bene discuterne e risolverlo. La loro concitazione deve aver attirato l’attenzione di alcuni ragazzi seduti lì vicino che si alzano e vengono a parlargli. Lui si ritrova una bionda un po’ chiatta con degli occhiali senza lenti, lei ha un tizio bassino con i rasta e un anello al naso dalle dimensioni preoccupanti. La marcatura è a uomo, i due figuri cercano di separarli. Sia lui che lei sono in imbarazzo. Dopo qualche minuto entrambe le conversazioni languono, lui e lei con la birra ormai finita ad un segno complice decidono di abbandonare il campo. Il ragazzo chiede a lei il numero di telefono, lui dà a lei dei colpetti con il gomito come un gesto d’intesa. Lei deve mantenere un certo aplomb e non scoppiare a ridere mentre salva quel numero, che non userà mai.

Interno, stazione dei treni sotterranea. Lei dice che quella stazione si chiama Triangolo e che a lei fa molto ridere l’architettura della stazione. Lui dopo poco realizza che è pieno di triangoli, ovunque, all’interno, all’ingresso, sui muri. Quasi subito arriva il treno. Lui e lei salgono e continuano a parlare, tanto per cambiare. Lei chiede quando sia il suo compleanno perchè lui non le ha mai voluto dire il giorno esatto e continua a non volerlo fare. Spiega che la ragione di questo segreto è che delle persone a lui care si sono dimenticate di fargli gli auguri, una volta fu una sua ragazza, un’altra volta sua sorella se ne dimenticò, da allora non vuole che si sappia di questo giorno e che se può si rifugia in un posto isolato in cui stare da solo. Lei pensa alla fragilità di lui nascosta sotto l’apparenza di un ragazzo normale, a quelle zone sensibili che lui le ha già mostrato alcune volte, al suo evitare le delusione proprio perchè evita di mettersi in condizione di averle, le delusioni. Lei pensa che gli regalerebbe una scatola con 31 pacchetti, uno per ogni giorno del mese, così non potrebbe dimenticarsi del suo compleanno. Lei pensa anche che non ce ne sarà bisogno.

Interno, casa di lei, camera da letto. Lui e lei sono appena tornati ed è il momento di cambiarsi e andare a letto. Vanno in bagno a turno, lei è un po’ imbarazzata, non hanno mai condiviso una camera prima d’ora. Lui dormirà su un materasso di fortuna ai piedi del letto di lei che lascia poco spazio per muoversi nella camera. Quando lei torna dal bagno lui è già avvolto nelle coperte, sul materasso ai piedi del letto. Dopo gli ultimi accordi per il risveglio al mattino successivo spengono le luci. Lui si rigira nel letto. Lei pensa a cosa succederebbe se si alzasse e si infilasse sotto le coperte sul materasso ai piedi del letto. Dopo pochi minuti lei dorme.

Interno, casa di lei, cucina. Lui e lei stanno facendo colazione, lei guarda l’orologio. La conversazione la mattina è più lenta e scattosa rispetto al fiume in piena dei due giorni precedenti. A un certo punto parlano anche del tempo, forse complice la pioggia che batte forte sui vetri della finestra. Lei guarda l’orologio perchè il treno per l’aeroporto parte a mezzogiorno, mancano una ventina di minuti, giusto il tempo necessario perchè lui corra alla stazione. Lei glielo fa notare, dice che non vuole buttarlo fuori di casa ma che se vuole prendere quel treno deve andarsene ora. Lui si alza dal tavolo e in tutta tranquillità lava i denti, non prima di aver raccontato una storiella divertente sul dentifricio che è solito usare, raduna le poche cose che aveva lasciato ancora in giro, infila la giacca e prende un ombrello che lei gli offre per ripararsi dalla pioggia. Lui le promette che gli restituirà l’ombrello quando lei andrà a fargli visita. Lei lo accompagna giù dalle scale fino alla porta, si abbracciano, le costole vacillano come al solito, lui fa per andare, poi torna, le scocca un altro bacio sulla guancia e infine se ne va. Lei chiude la porta e risale le scale, guarda fuori dalla finestra ma lui ha già voltato l’angolo della strada e non si vede più.

C’era una volta un re (l’ultima della serie)

C’era una volta un re

Seduto sul sofà

Che chiese alla sua serva

“Raccontami una storia!”

La storia incominciò…

 

C’era una volta una casa, con la muffa negli angoli delle pareti, una scrivania da ufficio, un armadio a ponte e due letti. In quella stanza sgarruppata iniziarono ad abitare due fanciulle: una ero io, l’altra era lei. Io e lei ci eravamo scelte dopo qualche mese di conoscenza per andare a vivere insieme nel periodo dell’università e visto che non eravamo ricche ereditiere, avevamo deciso di condividere una stanza, con tutto quello che implica essere nello stesso spazio per cinque giorni a settimana, respirare la stessa aria, addirittura, seguire gli stessi corsi.

Abbiamo iniziato nella casa con la muffa, per poi arrivare alla casa dei ghiacci, che d’inverno dormivo affogata sotto a due piumoni tirati fin sopra la testa, io, invece lei, che viene dalla montagna, affrontava il freddo con un certo aplomb. Quella casa fredda, una casa di bulle diceva un cartello in cucina, ne ha viste di tutti i colori. Ha visto lei che si lasciava con il primo moroso di sempre, lei che piangeva ascoltando una canzone che nemmeno mi ricordo più, forse era De Andrè, ma mi chiedo se mai la radio blu metallizzato della cucina lo abbia suonato De Andrè. Lei ha avuto qualche momento in cui non sapeva bene dove andare a parare, ma poi ha iniziato a parlare del suo amico, quello di cui è spuntata una foto in camera, dove sorridono a una festa con il pollice in su tutti e due.

Il suo amico, più grande di lei ma solo in età, ha sempre avuto un problema, che è comune a tanti ma proprio tanti, quello che non sapeva se voleva, cosa voleva e soprattutto perchè voleva. Il suo amico, oltre ad avere quel problema, ne aveva anche un altro, ovvero che il papà era ammalato e in poco tempo se ne andò. Lei, che è una con i controcazzi, in quel periodo si prese cura di lui, che si prendeva cura di suo padre, senza avere niente in cambio, senza pretendere niente.

Dopo qualche mese, dopo l’estate, mentre io e lei stavamo condividendo altre stanze più provvisorie, piene di letti a castello e di zaini di girovaghi in un’isola lontana, mi raccontò che lui non ancora si era deciso. Però forse era un po’ più convinto di prima. Un po’. Ad ogni mese che passava, lui si decideva un po’ di più. Un po’.

Ci è voluto un altro po’, ma alla fine la settimana scorsa si sono sposati. Perchè a volte uno lo sa subito, a volte uno lo ha sempre saputo e altre volte uno lo sa un po’.

A tutti serve una buona ragione per andare al lavoro

(Ho abbozzato diversi post davvero pesanti, della stessa densità dell’iridio, ma quello di cui ho voglia qui e ora è qualcosa di leggero e quindi eccoci qui a raccontare di questa ennesima stronzata)

Sono passate già tre settimane e due giorni da quando le mie vacanze sono finite, e mancano tre mesi esatti a Natale, giusto per dare l’idea di quanto non mi pesi questo ritorno al lavoro. Mille scadenze, di cui una, la più grande scadenza di tutte, è fissata moralmente per il prossimo Giugno, quindi sono qui a testa bassa a pedalare.

Ça va sans dire, che le scadenze (e occasionalmente un po’ di amore sfuso per il mio lavoro) sono quelle che mi mandano al lavoro tutte le mattine verso le otto e mezza. Però quest’anno al mio ritorno dalle vacanze ho trovato una piacevole sorpresa ad attendermi, che aveva la forma di nuovo PostDoc bello bellissimo in una maniera quasi imbarazzante.

Costui viene da un’università in cui ho contatti (e in cui dovrei aver transumato per un certo periodo l’anno scorso) e una sua ex-collega a Luglio mi aveva detto che un ragazzo sarebbe venuto a Settembre. Io ho preso l’informazione, l’ho scritta su un post-it che ho incollato nel lobo occipitale destro, poi sono andata in vacanza e il post-it deve essersi staccato ed è finito dietro a tutto l’adipe che ho immagazzinato a furia di panelle e arancini. Così il primo giorno di ritorno dalle vacanze, mentre stavo affogando tra le migliaia di revisioni del mio articolo, vengo prelevata da uno dei professori che mi vuole assolutamente presentare ad un nuovo PostDoc che è appena arrivato. E lì appena lo vedo ho un paio di secondi di vuoto totale in cui penso che questo lo devono aver mandato per sbaglio quelli del casting dei modelli di H&M, e poi ho avuto l’epifania. Nemmeno fosse uno dei membri dei One Direction e io una fan in preda ad un attacco isterico, gli punto il dito contro e esclamo “Ma io so chi sei! Sì, A. mi aveva detto che saresti venuto!”. Ottimo inizio, una roba sobria per non farsi riconoscere.

Qualche giorno dopo arriva il fine settimana e io che sono sempre stata una Wendy per tutti i bambini sperduti che approcciano queste lande, non mi tiro indietro davanti a un PostDoc, così lo incontro per i corridoi e gli chiedo se ha piani per il sabato e se mi vuole dare il suo numero di telefono. Ma ricordiamoci che il soggetto in questione è bello bellissimo in una maniera quasi imbarazzante, per cui mi sento in dovere di sottolineare le mie intenzioni puramente umanitarie di questa richiesta, farfugliando una frase sconnessa che conteneva le parole “colleagues”, “beer”, “saturday” e “normal”, non necessariamente in questo ordine. Un po’ stupito per il mio essere diretta o perchè mi voglio prendere cura del suo equilibrio psicologico facendogli incontrare altri bipedi dal pollice opponibile, accetta a darmi il numero, che ovviamente scrivo correttamente solo dopo mille tentativi perchè il suo accento inglese, diciamocelo, fa un po’ cagare, in netto contrasto con le sue doti fisiche, nel caso non lo avessi sottolineato già a sufficienza.

Iniziamo a uscire insieme con colleghi e con altri amici e inizio a scoprire cose di lui che farebbero venire degli svenimenti isterici a qualunque donna eterosessuale tra i 16 e i 65 anni, di cui vado a fare un dettagliato elenco:

  •  fa triathlon, corre maratone e ha un passato da ciclista
  • parla quattro lingue e vuole imparare pure lo svedese
  • è un chimico (che a mio dire è ragione necessaria e sufficiente per almeno uno svenimento)
  • preferisce i cinema piccoli ai multisala
  • gli piace Londra

Diciamo che quando ho pensato di fare questo elenco mi ero immaginata di venire fuori con una lista della spesa che non finiva più (e gli ultimi tre punti sono trascurabili per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale) e invece questa défaillance mi conferma la conclusione a cui ero più o meno giunta qualche giorno fa, non appena sono riuscita a superare le caldane e i risolini isterici quando ci incrociamo in corridoio. E la conclusione è che sarà anche bello bellissimo in maniera quasi imbarazzante ma dopo di quello, bah…

Va bene, non è da tutti sapere parlare quattro lingue e correre a destra e a manca più veloci della luce ma qui non stiamo compilando un questionario delle proprie abilità e quello che marca più crocette (check!) vince. Qui stiamo parlando di budella in subbuglio e per quanto mi riguarda il mio intestino sta vivendo in tutta tranquillità la sua vita (di merda).

Queste sono le (amare) conclusioni che traggo dopo questi mesi un po’ così e una recente sovraesposizione a film pseudo-realistico-romantici in cui con un occhio si guarda alla perfezione dell’amore in 16:9 e dall’altra ci sono degli sprazzi di cinismo quotidiano che io facevo sì sì con la testolina e mettevo una firma sotto quelle parole. Tipo quando dicevano che da giovani (sic!) siamo portati a pensare che è facile trovare persone con cui connettere e invece con il tempo ci si rende conto quelle persone capitano raramente nella vita e alla fine mandiamo all’aria quelle occasioni e ci riduciamo a “connetterci malamente”. E per quanto mi riguarda non è nemmeno detto che le connessioni di cui si parla qui sopra siano delle connessioni realmente esplorate, ma piuttosto intendo connessione che sono rimaste in potenza, sospese, racchiuse in uno spazio di tempo limitato e, soprattutto, passato.

E quindi va così. Il PostDoc rimane dov’è, senza che io nemmeno mi improvvisi una panterona da laboratorio (salvo imprevedibili rivelazioni semi-personali del sopramenzionato soggetto che mi rivoltino come un calzino e facciano sbarbattare il mio cuore come una carpa spiggiata sulle rive del Po).

Però almeno ogni giorno, quando vado al lavoro, c’è lì qualcuno che mi saluta ed è bello bellissimo in una maniera quasi imbarazzante. Che insomma, buttalo via!

Una fisarmonica e i tetti dai camini alti e il sacro cuore. E poi.

Questa è la scena con cui ho salutato Parigi (e te).

Ero sulla RER in direzione dell’aeroporto e questa volta, come la precedente, mi ha preso un po’ di malinconia quando ci siamo salutati. Sul treno c’era un mendicante che suonava una melodia con la fisarmonica e la carrozza riaffiorava dalla galleria, con Parigi che sfilava fuori dal finestrino.

C’erano i binari del treno e i fili che come onde si muovevano su e giù. Palazzoni alti e sottili, con camini a gruppi di tre o quattro che affollavano quei tetti dalla forma che non so spiegare ma che si vede solo a Parigi.

A un certo punto dalla selva dei palazzoni, in mezzo a due caseggiati marroni, si vede la collina di Montmartre e il Sacro Cuore.Da lontano e in mezzo a tutta quella desolazione è ancora più imponente rispetto a quando ci sei dentro e vedi tutta Parigi (ma non la Tour Eiffel).

A vederlo così mi è sembrato tutto ovvio: non siamo altro che un’isola di cose belle in mezzo a tutto il resto, dozzinale e indistinguibile.

Volevo fare una foto, per ricordarmi di quella sensazione, per averne una prova visiva. Ma quando ho finalmente trovato il telefono in un angolo nascosto della borsa era troppo tardi. Il Sacro Cuore era sparito di nuovo dietro ai palazzi e il momento era passato. E il tempo è poco, quasi insufficiente per capire cosa sta succedendo, troppo poco quasi per farne un ricordo.

E poi.

E poi non so cos’è successo. Giorno dopo giorno tu hai fatto un passo indietro, detto una parola di meno. Fino a quando sei scomparso per poi riapparire ora. Sei sfuggente, o meglio sfuggi e basta, e quando ti chiedo delle spiegazioni mi dici che hai degli impegni e io non voglio delle spiegazioni scritte in un fumetto. Le voglio sentite dire da una voce vera.

Non devono essere spiegazioni buone, non ci deve essere per forza un buon motivo, ma voglio capire. Hai visto che verbi uso? Dovere e volere, e non al condizionale. Perchè se ancora non ti era chiaro, sono una che non lascia le cose incompiute. O meglio non lascio certe cose incompiute. Oggi, più che ieri, grazie a degli incontri casuali che ti fanno aprire gli occhi, so che tu sei una di quelle certe cose per cui è necessario sporcarsi le mani, è doveroso sporcarsi le mani. Mi sembra di non aver dato tutto il possibile, di non essermi messa dentro a questa storia mostrandomi completamente. Sono stata sincera ma non trasparente, sono stata carina ma non brillante.

Il problema è che quando ti parlo ancora balbetto e le parole a volte mi escono un po’ stropicciate e per una settimana prima di ogni incontro mi sveglio all’alba e non riesco più a riaddomentarmi. Forse è per questo: perchè quando ti vedo sono in debito di sonno e a volte fatico a mettere una frase insieme, che diciamocelo, non sono proprio degli ottimi presupposti.

Non voglio forzarti di fare quello che tu non vuoi, se non vuoi, ma io sono pronta adesso e voglio farlo e devo.

Perchè tu sei diverso, in mezzo a tutto questo ciarpame, dozzinale e indistinguibile.

 

 

(La prossima volta che mi trovate a scrivere robe melense di questo genere siete autorizzati a spararmi a vista)

C’era una volta un re, seduto sul sofà…

… Che chiese alla sua serva: “Raccontami una storia!”. La storia cominciò.

C’era una volta in un tempo lontano una coinquilina che amava leggere i giornali. Le piaceva così tanto che anche se era una poco più che ventenne studentessa senza fisso stipendio li comprava quasi tutti i giorni.

Il caso volle che a vendere i giornali ci fosse un bel ragazzo. La coinquilina se ne innamorò subito, anche se dal gabbiotto dell’edicola si vedeva solo il viso le mani e un po’ di busto: l’edicolante l’aveva ammaliata fin dal primissimo Corriere della Sera. Da lì in poi, ogni giorno la coinquilina aspettava con ansia il momento dell’acquisto del giornale, sperando che ad attenderla ci fosse il bell’edicolante e non un altro commesso.

Gli introiti di quell’edicola crebbero esponenzialmente in quel periodo perché quando la coinquilina raccontò alle amiche dell’aitante venditore tutte vollero valutare con i propri occhi quel portento di giornalaio. Chi comprò ricariche del telefono, chi Focus e ci fu perfino chi comprò il Cioè. I giudizi sull’edicolante non erano unanimi ma questo non faceva vacillare l’infatuazione della coinquilina.
I mesi passavano, le copie del Corriere si impilavano in un angolo del corridoio ma la coinquilina non otteneva altro dall’edicolante che un giornale e un sorriso (e per il primo doveva pure pagare). L’esasperazione delle sue altre coinquiline stava raggiungendo il limite: la coinquilina era sempre più innamorata e quelle poverette dovevano ascoltare le lodi dell’edicolante, impotenti davanti alla totale mancanza di interesse per la povera coinquilina innamorata.

Allora un’altra coinquilina, quella che aveva comprato Cioè, fece una magia. Una sera la coinquilina del Cioè, grazie alle informazioni carpite durante i numerosi acquisti all’edicola e a due valenti aiutanti, dal nome Pagine Gialle e Facebook, scoprì nome e cognome dell’edicolante e li rivelò alla coinquilina innamorata. Grazie al magico folletto blu, che i più ricordano con il nome di Facebook, la coinquilina scrisse all’edicolante la peggiore lettera d’amore che il mondo delle fiabe ricordi. Per giustificare questa inaspettata interazione si inventò una scusa falsa come banconota da 7 euro e mandò un messaggio all’edicolante. Con grande stupore delle altre coinquiline, il baldo edicolante rispose subito, nonostante la piatta inventiva della coinquilina. Lo sbigottimento arrivò alle stelle quando leggemmo il suo messaggio: l’edicolante non si poneva problemi logico-probabilistici per l’arrivo di quel messaggio, ma anzi se ne rallegrava è auspicava che presto, oltre a un giornale, là coinquilina avrebbe voluto sorseggiare una bevanda facendogli dono della sua compagnia.

Grande festa alla corte di Francia per quelle parole, che può essere riassunta con un urletto isterico e da lì a poche ore i due si incontrarono fuori dall’edicola e si piacquero troppissimo.

Dopo quel giorno, tanti altri giorni felici seguirono. Ce ne fu anche qualcuno triste ma per lo più erano bellissimi. Ed insieme giunsero fino all’altro ieri, quando dopo quattro anni insieme convolarono a giuste nozze.

E vissero per sempre felici e contenti.