Etichettato: 2013

L’importante è partecipare

Come se fosse necessario un ennesimo commento a questa tornata elettorale. Come se a qualcuno gliene importasse qualcosa, io lo voglio raccontare.

Nel caso non si fosse capito, io abito in Svezia e non mi sono voluta iscrivere all’AIRE, per cui mi prendo le mie responsabilità e muovo il culo, prenotando con mesi di anticipo il volo, spendendo poco con una compagnia low-cost. No, non quella Irlandese, l’altra.

Esco da lavoro verso le tre per non perdere il volo, mi precipito in aeroporto e dopo che il personale di terra ci ha stipato oltre i cancelletti dell’imbarco, come un branco di lama, aspettiamo che si aprano le porte. All’improvviso un annuncio “Ops, si sono rotti i freni”. Niente paura, solo sette ore dopo arriverà un altro aereo per portarci a destinazione.

L’aereo decolla nel cuore della notte ma dopo poco sono svegliata da un odore acido. Il ragazzo seduto dietro di me aveva deciso di ammazzare l’attesa in aeroporto bevendosi una caraffa di birra (cioè, un sudoku, no?) e si è messo a vomitare a spruzzo. Lo trascinano in bagno, ma nel frattempo due dei suoi amici vomitano pure loro per simpatia. E su un aereo non è che puoi aprire un finestrino, ecco. Arrivo alle cinque di mattina a casa disgustata e stremata, ringraziando quelle anime pie dei miei genitori che mi sono venuti a prendere all’aeroporto ad un orario improponibile, in un revival dei vecchi tempi in cui andavamo a ballare e poi c’era il genitore sfigato di turno che ti veniva a prendere alle 3 e un quarto.

Il giorno dopo, con troppe poche ore di sonno sulle spalle, arriva Narnia. Venti centimetri di neve si sono ammonticchiati nel giro di qualche ora, le strade erano impraticabili perchè alla provincia hanno tirato la cinghia sui mezzi antineve e io ero bloccata a casa e non ho potuto incontrare i miei amici.

Domenica sono andata a votare, prima del primo rilevamento a mezzogiorno, come al solito, nel turno con gli anziani coi problemi di insonnia, dei contadinotti che scendono in paese per il mercato e delle beghine che vanno a messa. So che è il turno degli sfigati ma le tradizioni sono tradizioni e lo faccio per dare un vago valore statistico a questi rilevamenti del Quirinale.

Lunedì mio padre mi dà un passaggio in aeroporto. Abbiamo chiacchierato tanto, una di quelle chiacchiere intense come la giornata che sarebbe arrivata da lì  a poco. Abbiamo parlato di lavoro, di futuro e di politica. Lui era ottimista, credeva che si sarebbero smacchiati leopardi, giaguari e tutte le fantasie animalier. L’ho abbracciato forte e l’ho salutato con un sorriso in faccia, credendoci anche.

L’imbarco per l’aereo del ritorno era alle 3, in concomitanza con l’uscita delgi exit-poll, maledetta a me e a quando prenoto gli aerei senza controllare questi dettagli. Non ho internet e gironzolo nervosa in prossimità degli schermi sperando che il finto telegiornale filo-mediaset di Malpensa trasmetta qualcosa che non sia un oroscopo o i risultati di Serie A. Arriva l’ultima chiamata e degli exit-poll neanche l’ombra.

Appena sbarco accendo il telefono. Mi connetto e mentre cammino spedita per il lungo corridoio cerco di caricare la pagina di Repubblica. Sono le cinque e mezza: Bersani è al 37%, Berlusconi al 29%, Grillo sotto il 20. Sussurro “Sì!” e mi avvio spedita verso la stazione dei treni, perdo la connessione wireless che ritroverò solo dopo una mezz’ora.

Quando ho nuovamente accesso a internet e posso ricontrollare i risultati su Repubblica penso ad uno scherzo. Bè, non c’è bisogno di raccontare quello che è successo. Lo sappiamo tutti, lo sanno pure gli Svedesi, quindi conto sul fatto che i risultati elettorali siano di dominio pubblico.

Ho controllato la pagina mille volte: in treno, alla fermata dell’autobus, sull’autobus, ma niente: i risultati si ostinavano a non cambiare. Anzi, se possibile peggioravano! Piango la prima volta sulla via di casa, mentre trascino la valigia. Chi mi ha incrociato deve aver pensato a tutto il peggio del mondo ma di sicuro non che stavo piangendo perchè i miei connazionali sono un branco di pecoroni ignoranti.

Appena arrivo a casa chiamo a casa per un commento a caldo. C’è solo mia madre. Nemmeno un minuto e sono ancora in lacrime. Questa volta piango semplicemente perchè ho ammesso ad alta voce che le elezioni erano andate di merda. Me la prendo quasi con lei, taglio corto e dico che non voglio parlare. Inizio a disfare la mia misera valigia del fine settimana elettorale, cerco di mendare giù qualcosa anche se la fame proprio non c’è.

Visto che mi sono ricomposta decido di chiamare a casa di nuovo a casa per rassicurarli. Stavolta c’è anche mio padre e anche lui come me è visibilmente incazzato, ma cerca lo stesso di rassicurarmi. Dice che comunque le cose si metteranno a posto, in qualche modo, che non mi devo preoccupare, che io sono fortunata perchè sono all’estero e che loro, anche nella peggiore delle ipotesi se la caveranno. Io nel frattempo mi sono messa a piangere di nuovo. Questa volta piango per tutte quelle brave persone come i miei genitori che si ritrovano in questo cul de sac, il risultato di anni di lobotomie di massa, nasi turati, memorie corte.

La serata passa ascoltando La7 e ricevendo messaggi su facebook e skype da tanti amici, anche loro sbigottiti da quanto successo.

In ultimo mi ha chiamato pure lui, quello del tuffo, se ne parlò sul blog l’ultima volta anche qualche tempo fa. Anche con lui è andata in scena la solita tribuna politica, le lamentele, le domande che rimarranno senza risposta (ma se noi non l’abbiamo votato chi l’ha fatto? dici che dobbiamo tornare in Italia a votare un’altra volta?).

Poi abbiamo cambiato discorso. Come a dimenticarci di quello che era successo. Abbiamo parlato di vacanze, di tende, di estati, di primavere, di fine settimana, di aerei. Ho riso finalmente, perchè lui mi fa ridere sempre. Non sono sicura che quei piani prenderanno davvero vita, se l’ho capito almeno un po’ non dovrei sperarci troppo. Almeno per un’ora quella sera non ho pensato a tutti questi brutti pensieri che la mia nazione mi dispensa a larghe mani ogni volta che i suoi cittadini sono chiamati a eleggere democraticamente chi deve rappresentarli.

Giannino voleva Fare per fermare il declino.

Io sono dell’idea di Flirtare per fermare il declino.

Piccolo Spazio Pubblicità

(e questo era 17 anni fa, per dire…)

Avevo sbrodolato una cosa lunghissima su cosa votare, perchè e per come. L’ho cestinata e voglio scrivere solo di un piccolo aneddoto.

Era l’Aprile del 2006, il lunedì delle elezioni. Dopo un ottimistico exit-poll che dava la coalizione guidata da Prodi in vantaggio del 135% su tutti gli avversari di tutto il mondo, si arrivò in serata al vantaggio in Senato di Forza Italia, o il Popolo delle Libertà, o la Casa della Libertà, o come cazzo si chiamava quell’anno tanto ci siamo capiti. Mentre si consumava questo sfacelo, io alle 20.30 di quella sera ero sul divano davanti alla televisione a piangere calde lacrime perchè non ritenevo possibile che gli Italiani avessero votato quell’imbecille e che ce lo saremmo dovuti sorbire per altri cinque anni. Io piangevo proprio con i lacrimoni che sgorgavano e non riuscivo a fermarmi. Per dire quanto non mi avesse già snervato sette anni fa.

Ad oggi la mia immaginazione, seppur fervida, non riesce a concepire come esistano ancora persone su questo pianeta che gli affiderebbero il cane da pisciare, figuriamoci mettergli in mano un paese da governare. Ma tant’è: mia nonna diceva sempre che il mondo è bello perchè è vario.

Io quest’anno per votare devo prendere due aerei e quei santi dei miei genitori mi devono scarrozzare da e per l’aeroporto, per farvi capire quanto mi sbatto per mettere sta sacrosanta crocetta.

Alle 15 di Lunedì, quando si chiuderanno i seggi e verranno rivelati gli exit-poll, io sarò all’aeroporto in coda per imbarcarmi sul volo di ritorno. Se ci tenete alla mia dignità e non volete che io faccia tutto il volo a piangere sulla spalla del mio vicino di sedile (che mediamente è un grande obeso o una coppietta che abusa di desinenze come -pucci, -ccino e -lletto), allora mettetevi una mano sul cuore e fate ciò che è in vostro potere perchè quest’anno non si perpetri un altro abominio al buon senso collettivo.

E votate bene, mi raccomando.

NON propositi per il nuovo anno ma opere di bene/3

Questo è l’ultimo proposito opera di bene, credo. Ci sarebbero altri frilioni di cose su cui dovrei aggiustare il tiro (oh, le gioie di essere le più grandi critiche di sé stesse!) ma credo di aver già messo parecchia carne al fuoco.

Ricapitolando, avevo deciso che ci sarebbero stati meno sìssignore e più sticazzi e che I need a fashion shower.

L’ultimo punto che vorrei aggiungere alla mia lista dice ricordati che devi morire.

Adesso spiego. Non che consideri l’eventualità come necessariamente prossima, ma come il frate dice a Troisi in Non ci resta che piangere, ecco: ricordatelo. Infatti mo’ me lo segno.

Chè alla fine io potrei stare qui e annoiarvi con le mie paturnie cosmiche però il nostro tempo è finito (in quanto non destinato a perdurare in eterno) e alla fine c’è da prendere ciò che viene quando viene. E dico prendere non inteso come accontentarsi ma come cogliere ogni occasione. Infatti, mentre io sono qui sul letto, a scrivere queste righe con il computer incastrato tra una costola e una gamba prima di prepararmi per stasera, là fuori il tempo scorre, le persone fanno cose e tu (e io) abbiamo meno tempo di quello che avevamo quando hai iniziato a leggere (scrivere) questa frase. E anche se il concetto è banale adesso che anche tu ne sei a conoscenza l’importante è non farsi prendere dal panico.

Chiudere il computer e iniziare a correre in tondo con le mani nei capelli per l’ansia che potrei averti messo addosso non serve: quello che bisogna fare è farsi prendere da un panico costruttivo.

Per questo, quando capita uno di quei giorni in cui tutto va troppo bene, quando cammini per strada canticchiando nella tua testa “I’m walking on sunshine” e ci credi pure, quello è il momento giusto per farsi prendere dal panico. Un’ansia di vivere, di assaporare appieno quei momenti perchè tempi come quelli non capitano tutti i giorni.

Quest’anno voglio fare cose, non pensarci troppo, sbagliare, rifarle, sbagliare di nuovo, rimanerci male o magari essere soddisfatta. Perchè alla fine devi morire. Magari nel 2113 ma è matematicamente provato che capiterà. E allora tanto vale arrivarci con un sacco di  esperienze e storie da raccontare ai bisnipoti (o ai gatti) piuttosto che essere quella che ha centrato l’obiettivo, si è accontentata e si è seduta lì, smettendo di vivere. Ecco, io non mi voglio sedere, quest’anno rimango in piedi, oh se rimango in piedi.

Cari miei, vi auguro un 2013 pieno di tutte le cose bellissime che volete voi. E ricordatevi che dovete morire.

NON propositi per il nuovo anno ma opere di bene/2

La seconda opera di bene per il prossimo anno dice che, per citare nientemeno che Anna dello Russo, I need a fashion shower.

Che non vuol dire che il mio prossimo acquisto saranno questi stivalissimi infravaginali, nè tantomeno sento il bisogno di andare in giro con una poiana impagliata tra i capelli. Nonnorononnonò!

L’epifania l’ho avuta qui in Olanda, dove ogni mattina esco di casa e prendo l’ascensore. Come in ogni ascensore che si rispetti, anche in questo c’è uno specchio il quale, impietoso, ogni mattina mi riflette. E riflettimi oggi che ti rifleggo domani mi sono resa conto che io la mattina esco di casa che nemmeno un caso disperato di Ma come ti vesti?.

(A questo punto vorrei far notare come in meno di dieci righe abbia già citato ogni icona della moda nazional popolare, dimostrando una certa conoscenza in materia, seppur solo teorica. E ho appena cominciato con questo post vanesio!)

Dicevo che ho realizzato che alla veneranda età di 26 anni, 27 il prossimo Maggio, sarebbe anche il caso che mi dia una sistemata la mattina. Non dico di andare a lavorare in tailleur, che non è proprio il caso visto quello che faccio, ma almeno di impegnarsi un po’ a scegliere cosa ci si butta addosso per una giornata qualunque.

A questo punto se fossi in un qualche pseudo-reality show in cui viene messo alla berlina il mio stile, mi difenderei dicendo che io mi vesto comoda, e da quanto ho capito da fugaci sovraesposizioni a Real Time, i vestiti comodi sono l’anticristo del fashion.

Se devo sbilanciarmi e fare delle promesse, arriverei al compromesso di essere “un po’ meno comoda”. Che equivale a dire che d’ora in poi basta comprare i cardigan larghi e senza forma chè tanto sotto a un cardigan ci butti una maglietta a caso e siamo a posto; basta con gli scarponcini con il pelo sempre e comunque chè non sono uno sherpa e non ascendo pendii per guadagnarmi da vivere; e soprattutto basta a uscire di casa così nature.

Non sono solita usare trucchi la mattina per uscire di casa (e non sono troppo solita nemmeno a usarli nel fine settimana, fatta eccezione per un velo di ombretto messo male, matita nera e mascara la cui applicazione mi è stata insegnata guardando Clio Make-up, ché io prima lo passavo come fosse una cazzuola).

Se devo dare delle motivazioni per questa opera di bene non sarò banale dicendo che lo faccio per me. Se fossi io a decidere, mi farei bellissima ogni volta che devo vedere qualcuno a cui tengo ma non vuol dire che questo accada ogni santa mattina.
Se lo voglio fare è per loro non per me. Vorrei che le persone mi prendessero un po’ più sul serio e credo che da parte mia devo far vedere che anch’io sono più seria, almeno esteriormente. Dentro rimango la solita combinaguai.

(Recenti acquisti, a dimostrare la mia serietà a riguardo:
1. Ankleboot con tacco 11 e plateau, che se viene sommato al mio già egregio metro e settanta mi porta ad essere la donna col torcicollo per via che l’altezza media dei miei parenti era 20 centimetri in meno della mia.
2. Una matita nuova (che l’altra l’avevo rovinata disegnando baffi ad una festa) e un ombretto.
3. Un cardigan largo, però prometto di usarlo con intelligenza e moderazione!

NON propositi per il nuovo anno ma opere di bene /1

Sì, lo so: sono in anticipo. Ma posso spiegare!

L’incombente apocalissi che ci inghiottirà tutti e buonanotte al secchio mi ha fatto pensare. Seppure sono donna di scienza, ad oggi non posso essere certa che ci sarà un 2013 quindi non posso privarmi del masochista piacere che c’è nel rimuginare su un anno di avvenimenti, soppesare ogni gesto e infine giudicare a ritroso se era cosa buona o meno. Io non sto proprio nella pelle, per cui inizio già ora chè tanto di cose da soppesare in quest’anno ce ne sono.

Però, il solo elencare gli errori fatti non è sufficiente. Un tempo lontano in cui abitavo ancora in Italia avevo una coinquilina molto saggia. Di fronte alla scena in cui io mi struggevo per l’ennesima storia andata male lei mi disse: “Frou, non preoccuparti. Con questo non è andata ma almeno adesso sai un po’ meglio cosa vai cercando, perchè lui ti piaceva. E ci saranno state pure cose di questo tizio che ti davano sui nervi, quindi hai imparato anche cosa non vai cercando. Che non è mica poco!”.

Io questa donna ancora ad oggi la amo proprio. E anche se questo successe nel 2008, ad oggi faccio ancora tesoro di queste parole e voglio guardare a quello che mi è successo nei mesi scorsi con un occhio critico e trovare dove era l’inghippo per non farlo più, o almeno provarci!

Forse è a questo punto in cui dovrei accennare al fatto che sono un’ipercritica e che potrei far andare avanti questo post per migliaia e migliaia di parole. Quindi mi riservo qui e ora il diritto di essere prolissa quanto mi pare e se super le mille parole interrompermi, chè non ho intenzione di bissare Guerra e Pace.

Dire meno “Sìssignore” e più “Sticazzi”

Iniziamo subito da un ostacolo non indifferente, perchè anche se io mi dilungo solo raccontando di quanto sia misera/divertente la mia vita di emigrante single non vuol dire che io non combini un cazzo tutto il santo giorno. Eh no! Io lavoro. E di solito quando dico che lavoro faccio con le ditina il segno delle virgolette perchè per certi aspetti sono ancora una studentessa ma vengo pagata profumatamente per studiare. Comunque, io lavoro, con o senza virgolette, e come tale ho dei capi. Una cosa che ho imparato da quest’anno è che i capi hanno il potere decisionale e in quanto tali ti daranno cosa devi fare e quando lo devi fare. Bene, ricordati che nel 90% dei casi i capi non hanno la benchè minima idea di quello che ti stanno chiedendo e di conseguenza non si ricorderanno cosa ti avevano chiesto.

Ergo, invece di scattare come un soldatino al minimo ordine più o meno assurdo impara a sorridere, annuire e pensa “sticazzi che lo faccio”. Soprattutto se ti chiedono di costruire una riproduzione 1:100 del Taj Mahal fatta di fiammiferi nel giro di una notte, metaforicamente parlando. Comuqnue, il giorno dopo ti chiederanno che fine ha fatto la Tour Eiffel costruita con i meccano, quindi tanto vale non sbattersi e concentrarsi su quello che realmente devi fare e non sugli attacchi di estro improvvisi.

Lo stesso vale per tutte le scadenze fissate senza una particolare ragione, se non quella di creare degli scompensi emotivi, le richieste dell’ultimo minuto prima delle vacanze, le e-mail ad alta priorità mandate il sabato mattina alle 7.30 e altre varie ed eventuali. Capo, io ho una vita sociale o almeno tento di averla. Mi piace il mio lavoro ma io non sono solo quello e se non ti va bene, bè… sticazzi!

Non credo sia un proposito facile da mantenere, è molto più facile scriverlo che non metterlo in pratica, soprattutto se penso alla mia sindrome da prima della classe che mi tormenta dal Settembre del 1992, o forse prima se contiamo i ruoli da indiscussa protagonista nelle recite dell’asilo. Comunque io ce provo!

Continua…