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Tornare indietro non si può

Questa è ormai l’ennesima versione di questo post, che per chissà quale ragione non riesco a scrivere. Forse l’unico modo per dargli un senso è raccontarlo dalla fine e a salire fino all’inizio della vicenda.

Erano più delle 3 di notte quando il taxista mi ha lasciato sulla soglia di casa, sono entrata e ho dormito un sonno spesso come non mi capitava da tanto tempo. Visto che ho una coscienza, il sonno era farcito di sogni con momenti e persone estrapolati dalla serata, come a ricordarmi cos’era successo.

Il taxi l’avevo preso dopo un terribile viaggio in treno. Lo straniero ubriaco che avevo incontrato all’aeroporto non la smetteva di parlare. In meno di mezz’ora mi aveva già raccontato tutta la sua vita. Ha una bambina di sei anni, ha comprato un appartamento di recente, lavora in un ristorante che ha quasi il mio stesso nome e mi ha snocciolato un serie di autori e sceneggiatori Italiani, perchè lui è un’attore quando non fa il cameriere. Era difficile da credere a vederlo ridotto in quelle pietose condizioni. Lui mi parlava in un inglese pietoso e io cercavo di rispondergli gentilmente ma senza dargli troppa corda. Parlavo piano, un po’ per la stanchezza e un po’ per prendere tempo. L’attore ubriaco mi ha chiesto se volevo andare a casa sua per la notte, così, dopo nemmeno un’ora. Accettare non era nemmeno una possibilità, ma non ho potuto fare a meno di chiedermi che genere di persona potrebbe accettare una tale offerta fatta da una persona in quelle condizioni. Le risposte che mi sono data non mi sono piaciute.

L’attore ubriaco l’ho incontrato all’aeroporto mentre aspettavo il treno, sembrava un po’ perso e io gli ho dato indicazioni. Dopo questa sera mi sentivo in vena di dare indicazioni a persone un po’ perse, per empatia e perchè sentivo di dover recuperare un migliaio di punti karma. Nell’attesa del treno di quasi un’ora all’aeroporto mi sono seduta su dei gradini e ho mangiato del cioccolato comprato al chiosco ancora aperto nonostante la tarda ora. Mi ha calmato un pochino. Mentre aspettavo e mangiavo, pensavo a quante persone ci sono di notte all’aeroporto. Non avevo idea ma forse c’erano degli aerei in ritardo o dei voli internazionali ma al terminal principale ci saranno state almeno cento persone.

La metro per l’aeroporto non passava mai, per cui avevo deciso di prendere l’altra metro e di raggiungere un’altra stazione dei treni per non perdere quello delle 1.26. Quando arrivo all’altra stazione, le transenne chiudono l’accesso ai treni: è chiusa di notte per lavori. Torno alla stazione della metro, sperando che passi presto una metro per l’aeroporto. Da parte a me c’è una coppia, sono belli si toccano appena e parlano con i loro corpi vicinissimi uno all’altro ed entrambe sorridono tantissimo.

Quando vado in albergo a ritirare i miei bagagli per poi andare a prendere la metro e il treno per arrivare a casa mi accorgo facendo le scale che i miei occhiali sono sporchi. L’impatto della mia faccia sulla sua pelle deve avere lasciato quel segno. Cerco un pannetto per le lenti e pulisco gli aloni.

Sono arrivata in albergo dopo una camminata di oltre mezz’ora. Non pioveva ma l’aria era umida. Avrei potuto prendere la metro fino all’albergo ma volevo camminare, anche se già sentivo che la gola mi faceva male e le narici erano chiuse, segno che il mattino dopo mi sarei svegliata con un bel raffreddore e magari un po’ di febbre. Il labbro inferiore mi formicolava e mordermelo come faccio sempre in queste situazioni era come toccare un taglio ancora fresco. Ho camminato veloce per smaltire tutti i sentimenti accumulati nel giro di quei dieci minuti. Rabbia perchè un anno fa non è stato e magari poteva essere. Rimorso perchè lui ha una ragazza e per quanto psicopatica lei possa essere, non se lo meritava, di nuovo. Eccitazione per quel contatto fugace che ha aperto un vaso di pandora di ricordi seppellito qualche tempo fa e che non pensavo sarei andata a rispolverare. Voglia di rimanere quando invece me ne sarei dovuta andare e basta, saltando quegli ultimi dieci minuti.

Gli ultimi dieci minuti li avevamo passati baciandoci, intensamente e senza curare che eravamo nella via principale. Tra un bacio e l’altro le frasi avevano solo condizionali.

Se vivessimo vicini. Se tu non te ne andassi. Se qualcuno ci vedesse.

I condizionali sono una bella invenzione in queste situazioni. Ci siamo salutati dandoci appuntamento al prossimo incontro di lavoro, che sarà più o meno tra dieci mesi. Un tempo sufficiente a far dimenticare l’accaduto. Da venerdì ad oggi non ne abbiamo ancora parlato, come a cercare di non ammetterlo e perchè in fondo non c’era niente da dire. C’è sempre stata chimica e stare a stretto contatto per quattro giorni l’ha fatto venir fuori. Punto e basta.

Quando mi ha accompagnata fuori dalla discoteca per darmi indicazioni sulla strada da prendere ci stavamo salutando ancora e le ultime parole che sono sicura di avergli detto suonavano come “Vedi, tra di noi è a posto. Quando hai voglia di sentire qualcuno per parlare dei tuoi scazzi dovresti chiamarmi. Sì, dovresti chiamarmi più spesso”. Ma poi ho aggiunto “Forse dovremmo smettere di flirtare e io me ne dovrei andare”. E invece non me ne sono andata. A sentire lui è stata tutta colpa dei miei occhi, lo guardavo come facevo un anno fa. Lui mi ha accompagnato fino alla strada principale, che era a meno di venti metri.

Stavamo ballando assieme ai nostri altri colleghi, la notte era più che piacevole ma iniziava a farsi tardi e se io volevo andare a casa con il sole ancora sotto all’orizzonte era meglio mettersi in marcia in quel momento. Inizio il giro dei saluti, che era piuttosto lungo e quando arrivo a lui mi rendo conto che non ho idea di dov’è il locale, per cui mi serve che l’unico autoctono del gruppo mi dia indicazioni. Lui dice che mi accompagna per un pezzo.

Prima che ci mettessimo a ballare, lo vedo che guarda il telefono continuamente. Approfitto di un momento di calma nella mia conversazione, mi giro e metto un mano a coprire lo schermo del telefono e sorrido. Lui capisce perchè l’ho fatto e mi sorride indietro. Iniziamo a parlare e io rimando alla domanda che gli avevo fatto quattro giorni prima, che era “Come va?” e a cui lui aveva risposto “Chiedimi qualcos’altro”. Adesso era il momento di rispondere. Nel frattempo lui si era praticamente trasferito dalla sua ragazza ma lei, come già sapevamo, è un’adoradrammi, una per cui un giorno è tutto bellissimo e il giorno dopo sono fuoco e fulmini. Lui non è da meno in quanto a complicarsi la vita ma lei batte tutti. Il problema è che lui non è in grado di mettere un punto a questa storia che è un tira e molla da ormai due anni. Perchè è innamorato, perchè avere qualcuno a fianco è meglio che stare da soli, perchè non se la sente. Lui dice che adesso con la sua ragazza è un periodo in cui le cose non vanno bene. In più, dovrà lasciare casa, quella solo sua, a Novembre e non sa come fare e dove andare. Lui però mi chiede come sto io e come va con il mio Amico Stalker. Il mio amico Stalker non mi parla più, sono uscita con un ragazzo che era un’idiota e mi sono invaghita di un altro che è un amico dello Stalker e con cui non è funzionata. Mi serve aria, non vedo l’ora di andarmene e ho conosciuto un ragazzo che vive in Olanda e poi chissà. L’ho detto quasi tutto d’un fiato. Dovevo riassumere tante cose che mi sono successe. E in fondo in fondo volevo fargli vedere come mi ero ripresa anche senza di lui. Lui dice che sono cambiata rispetto alla ragazza innocente che si era fatta vecchia aspettando il Principe Azzurro. Lo prendo come un complimento.

I giorni precedenti a questo sono allo stesso modo densi di successi sul lavoro, di apprezzamenti, di proposte. Ero e sono elettrizzata all’idea dei nuovi orizzonti lavorativi e geografici. Ci sarà l’Olanda ma non solo, e di questo se ne parlerà più avanti quando sarà il momento. Questi giorni di meeting per quanto intensissimi, sono una delle ragioni per cui mi piace il mio lavoro e non solo per quello che ho appena scritto ai paragrafi precedenti.

Un ultimo passo indietro per completare la storia. Appena arrivata, entro nell’albergo e lo vedo di spalle. Il suo aspetto è sempre lo stesso, anche se erano otto mesi che non ci vedevamo. E’ sempre bello. Sorrido e intono “Ehi, laggiù! Come stai? Come vanno le cose?”.

“Ok, chiedimi qualcos’altro”.