Etichettato: Cazzi miei

Revolucion Buenaventura

Era il 6 Gennaio e stavo per bere un tè che non aveva nessun sapore. Il bar, apparentemente molto rinomato e in pieno centro, si chiamava Buenaventura, Horno San Buenaventura. E se sei una a cui piacciono i segni del destino non puoi fare altro che credere che quella non fosse una coincidenza.

Qui urge un rewind spaventoso perchè la mia latitanza dal blog (che posso spiegare!) rende tutto molto fumoso.
Allora, appena arrivata a Barcellona ricevo la mail da un’azienda a cui avevo mandato un curriculum, di quelli senza troppa speranza messo insieme alla buona, e mi invitano per un colloquio per metà Dicembre. Per due settimane quindi sono stata impegnata nella preparazione di una presentazione su misura per questa azienda, oltre che nell’invio matto e disperatissimo di altri brillioni di CV. Una cosa che ho scoperto in questo mese di Dicembre da disoccupata (anche se in trasferta) è che io sono una che non è capace di rimanere a casa senza far niente. Fare il planning settimanale delle pulizie/lavanderia di tutto, anche il cambio estivo/preparazione di un menù variato e sano non sono cose per me. La vita da casalinga non è il mio pane e nemmeno la vita di quella che se ne va allegra a zonzo senza prospettive in tempi brevi. Mi piacerebbe essere quella che prende e se ne va senza paranoie del futuro e invidio chi lo fa, ma è saltato fuori che questa non è roba per me. Che ci posso fare?! Buono a sapersi, dico io.

Nonostante la lunga preparazione per l’intervista, non ero particolarmente nervosa per il colloquio in sè. Mi sono detta che in qualche modo l’avrei svangata. E se proprio fosse andata male che ci sarebbero state altre occasioni. Così in un viaggio quasi Fantozziano (sveglia alle 3.30 del mattino, taxi e volo alle 6.20. Rientro 10 ore più tardi con un’ora di jet lag e occhiaie da panda) mi sono recata all’intervista. La prima intervista vera della mia vita, se non contiamo quella del dottorato in cui avevano sbagliato a segnare il giorno e nessuno era preparato per ricevermi. Io, nel mio inadeguato look total black con i jeans neri pure loro, non sapevo a cosa andavo incontro. L’intervista andò, a mio parere, peggio delle più tetre previsioni. Durante la mia presentazione sono stata interrotta più volte con domande a bruciapelo e dopo la presentazione non è andata meglio. Praticamente un esame di Chimica Organica di quasi 2 ore, che io chimica non sono, durante il quale stramaledicevo il mio professore di quel corso di inizio triennale, quello che si era lamentato che solo 19 persone su 200 avessero passato l’esame. Esame composto di tre, dico tre!, prove in itinere di durata di tre, ridico tre!, ore ciascuna. Corso in cui l’assistente per le esercitazioni (il Dott. Porta) era stato ripudiato per volontà popolare e sostituito da un dottorando (si chiamava Andrea) che ha fatto più del bene lui in qualche ora che il professore e il Dott. Porta in un corso intero. E con questo vorrei anche aprire una parentesi su quante informazioni totalmente inutili conservo nella mia memoria. Terabyte di ciarpame che vengono buoni solo ad allungare questo post di dimensioni già spropositate.

Dicevo. L’intervista è stata le Termopili, una Caporetto, Waterloo e tutte le altre debacle degli ultimi millenni. Quando il fuoco incrociato di domande è finito mi sono risieduta al tavolone presidenziale con poltrone in pelle umana della sala riunioni e mi è stato detto “Hai qualche domanda da fare tu a noi?”. Che cosa vi chiedo?! Come ho recitato?! Capirai… Sta figuraccia che ho fatto! Ho abbozzato una domanda che nemmeno ricordo e ho disconnesso totalmente. Dopo, quando mi hanno affidato a qualcuno per farmi fare un giro della struttura, penso di aver avuto un’espressione catatonica e di aver annuito a caso e sorriso qua e là. Insomma, un’esperienza fortemente traumatica.

Così, sono tornata a casa con le pive nel sacco e non la volevo più nemmeno nominare quell’intervista. Anzi, ero già pronta il lunedì seguente a ricevere una mail di benservito, visto che poi sarebbero arrivate le vacanze di Natale, e mi ero fatta l’idea che avrebbero scelto prima della pausa. Con mia sorpresa non ci furono più notizie. Non prima di Natale e non dopo. Almeno non fino al 6 Gennaio.

Quel 6 Gennaio, davanti al tè insapore, vedo una mail del responsabile risorse umane che mi chiede un numero di telefono alternativo perchè non riesce a contattarmi ed inizio ad agitarmi. Se mi vuoi dire che non hai scelto me, perchè mi vorresti telefonare? Rispondo e aspetto. Arriva la chiamata ed esco in strada, che era appena meno rumorosa del bar in cui stavo. Mi dicono che il posto è mio, se lo voglio. Seguono, pezzi di frase a caso in inglese mentre mi esibisco in pubblica piazza in una galleria di espressioni di stupore.

Nei giorni seguenti alla telefonata non potuto fare a meno di chiedermi se fossero davvero sicuri, se non ci fosse stato uno scambio di file da qualche parte, se le identità non fossero state confuse. Sai che bello arrivare il primo giorno e sentirsi dire “Ah, ma sei tu?! No, perchè c’è stato un errore… Ma davvero credevi che avessimo scelto te?!”.

A botta fresca ho pianto. Non per la gioia ma per la consapevolezza di avere un sacco di cose da fare in poco tempo, ripartire da zero in un posto nuovo che non conosco, almeno all’inizio da sola, e per dover lasciare una vita da señora che non mi soddisfa ma che ha i suoi vantaggi. Poi ho iniziato a razionalizzare e a pensare che se tra tutti hanno scelto me un motivo ci sarà. Che gli inizi sono sempre un po’ spaventosi. Però un’altra cosa che ho imparato in questi anni è che a me gli inizi mi fanno sì tremare le gambe ma poi mi gasano anche. Sono quelle situazioni in cui devi tirare fuori il meglio di te e questa sfida m’intriga da sempre.

E quindi sono qui, in una camera d’albergo di una cittadina universitaria a nord di Londra, bagnata dal fiume Cam (giusto per non confondersi con quell’altra!), alla ricerca di un nuovo posto da chiamare casa. Ho un contratto firmato nella borsa, un po’ di emozione per il mio primo vero lavoro e anche un po’ di strizza.

Di solito ad inizio anno ci tengo a scrivere un post sui buoni propositi per l’anno nuovo. È una di quelle cose che ritengo imprescindibili, che ci sia un blog da scrivere o che siano riflessioni che faccio tra me e me. Quest’anno invece, un po’ perchè avevo ospiti Svedesi a cavallo del nuovo anno e un po’ perchè il 2 Gennaio sono partita per una vacanza*, non ho scritto niente. E nemmeno mi sono impegnata a pensarci a cosa volevo per questo nuovo anno, in un limbo di procrastinazione e incertezza su ciò che sarebbe stato di me e sarebbe stato meglio per me.

Credo che alla fine questa notizia (leggi botta di culo) sia stata una benedizione. Forse. Così quest’anno il mio proposito è già bello e che pronto. Affrontare a testa alta questa nuova situazione, cercando di trarne tutto il meglio possibile, sia sul lavoro che per il resto. E buenaventura a noi!

*un fantastico mini-foto-reportage della vacanza presto su questi schermi!

All you need is

(E il caso vuole che quando io ero in quella città la ascoltavo mentre mi perdevo per i vicoletti e ora, che in quella città ci sono tornata per altre ragioni di cui vado ora a raccontare, eccola che ritorna con un nuovo album. Mi piacciono queste sovrapposizioni tra la musica e le mie esperienze. E adesso devo ancora capire dove e quando la riuscirò a vedere: se qui o là. Spero là.)

Sono partita per un viaggio. Più o meno. Avevo accennato a qualcosa tempo fa, avevo alluso a delle regole che mi ero messa e che avrei potuto infrangere. Viene fuori che, alla fine, del foglio delle regole ne ho fatto una palletta e l’ho buttata nel cestino. Io parto, non mi importa.

La volta precedente che mi ero imbarcata in un viaggio del genere dovevo averlo preso più come un viaggio spirituale e avevo sostenuto che ci volesse fede. Ma per una che in chiesa ci va solo per i matrimoni o i funerali, fa scena muta per tutta la cerimonia e si guarda con sospetto attorno pensando a quanto è surreale tutta la situazione, forse rifugiarsi nella fede non è la soluzione. E i fatti lo hanno provato.

Allora cerco di trarre vantaggio dai miei errori precedenti, invece di lasciare perdere un’occasione per paura di rimanerci ancora bruciata. E questa volta è un altro viaggio, metaforico e non, quello in cui mi sono imbarcata e quando si parte è bene fare una lista, per ricordarsi quello che serve, per non dimenticarsi le cose a casa.

Serve un biglietto aereo. Più d’uno, andata e ritorno. Per quella città in cui ascoltavo Sharon van Etten e uno per lui direzione Svezia. Serve un biglietto del treno, come quello su cui viaggio ora, con il mare sulla destra, grigio e arrabbiato come il mare d’inverno, che inverno non è. Ne serviranno altri di biglietti, credo.

Serve pazienza. Per convivere con le spigolosità che ho accumulato nel tempo, per la mia facilità di giudicare qualcosa dalla prima impressione. Serve pazienza per capire le spigolosità altrui e i punti di vista che non sono i miei, a volte così uguali e a volte no. Prendere quegli angoli e guardarli, non cambiarli. Che dire “lo cambierò” non ha mai portato a niente di buono e chissà che tutti quegli angoli non vadano a combaciare un giorno.

Serve un piumone più grande, chè l’estate Svedese è soltanto un ricordo e nemmeno dei più belli.

Serve una scatola in cui riporre tutti il “nostro”, per dividerlo dal “loro”. Ci sono cose che sappiamo solo in due. Cose che credo nemmeno questo blog verrà a sapere. Probabilmente è per questa ragione che mi ci è voluto così tanto a scrivere questo post.

Serve pazienza, che l’ho già detto ma ne serve ancora. Per quando non siamo insieme, che è la maggioranza del tempo. Meno poeticamente, serve uno smartphone, una serie di app di messaggistica online e skype. Preferirei non servissero ma servono eccome. Serve pazienza anche per passare la giornata ad aspettare di parlarsi e poi finire a raccontarsi cosa si è mangiato a pranzo, se c’era il sole o no e se la coinquilina è tornata a casa o è ancora fuori con quello là.

Serve un libro di ricette perchè ho sfoderato i miei più grandi successi culinari degli ultimi 28 anni e adesso sto raschiando il fondo del barile. Che non sono una massaia ma lo spirito da matrona Italiana si impossessa sempre di me in queste occasioni. Serve davvero perchè lui è più bravo di me a cucinare.

Serve dello spazio per riporre i bagagli di esperienze sentimentali accumulati in questi ultimi anni. Tanti piccoli bagagli per me, uno solo grande grande per lui. Alcuni di questi bagagli sono leggeri e si spostano alla svelta, altri pesano e rimangono in vista, a ricordare che ci sono stati e ancora occupano spazio.

Serve un nuovo vocabolario per colmare le differenze lessicali. Le parole di questo vocabolario sono:  cara ve, ces!, criminale, riposo gli occhi, tesoro. Dal dizionario sono state cancellate altre parole (alcune di queste non andrebbero mai usate a prescindere): baci baci, branda, buondì.

Servono altri due vocabolari, uno per ciascun paese in cui abitiamo.

Serve un piano, perchè a fare questo avanti e indietro mi sono già quasi stancata. Il piano si sta delineando poco per volta, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, sperando che le fondamenta su cui si trama questo piano reggano. Chè non si sa mai, anche i piani meglio pensati possono andare a finire in niente.

E con questo penso di aver preso tutto.

Si parte.

Det fixar sig

Qui in questo paese lo ripetono sempre: “det fixar sig, det fixar sig”.
Si aggiusta da sè, stai tranquillo, non c’è da preoccuparsi.
Don’t worry ‘bout a thing ‘cause every little thing is going to be alright.

E io non mi preoccupo, o almeno cerco di non pensarci troppo a come andrà finire.

È meglio pensare all’inizio.
All’inizio è bastata una chiacchiera in coda per una birra e un chilometro sotto la pioggia, sotto lo stesso ombrello, che aveva già sbaragliato ogni concorrenza. E per capire dove sarebbe andata c’è voluto solo un incontro in mensa, che quando l’ho visto da lontano arrivare verso di noi, prima con un sorriso e poi con una linguaccia, sentivo le guance riempirsi di un caldo infantile e innegabile. Infine con un lavoro di sguardi e gentilezze durato il tempo di una sera, le intenzioni sono state messe sul tavolo. È stato fin troppo facile.

All’inizio dovevo fare attenzione per trovare le famose sette differenze con quello di prima. Dottorando in una città non sua, dalla quale partirà presto, incontra dottoranda. La materia di studio è la stessa, certe passioni pure, certe uscite anche. Veniva da chiedersi se non stavo per entrare in una storia già vista solo per togliermi di dosso una volta e per tutte i fantasmi di quella di prima. Ma non è la visione d’insieme quella a cui si deve prestare attenzione, bensì alle differenze. E le differenze, nonostante il (poco) tempo per cercarle, sono tante.

Fa male ammetterlo, ma era da tanto che non avevo attorno qualcuno che ci tiene così. Ho fatto due conti, quando dico “tanto” credo di intendere almeno sei anni: c’è da tornare indietro per una serie di storie più o meno senza senso, ammesso che anche questa uno ce l’abbia, per trovare qualcosa di paragonabile. Ci vuole una certa strategia per infilarsi sistematicamente in relazioni in cui lui è coinvolto per il tempo funzionale a fargli avere qualche mero tornaconto. Mi ero dimenticata come ci si sta bene in un paio di braccia più lunghe e due mani più grosse. Che a lasciarsi stare un po’ lì dentro ripenso a tutti questi anni in cui l’ho svangata sempre da sola, contando solo su quello che avevo io, non uno di quei lui, e riprendo fiato da quella fatica.

È successo tutto così in fretta che gli ho dovuto spiegare il perchè delle mie ragioni e della mia scelta, per lui. Dico che mi ha colpito da subito, come mi succede sempre in questi casi. Lui con uno sguardo candido, con quell’occhio di due colori, mi dice che non gli era mai capitato di aver fatto colpo su qualcuno al primo incontro. Rido e non so se crederci. Penso alla mia miopia galoppante, se oltre che alle cose lontane mi sta impedendo di vedere anche quelle ben vicine o se ho acquisito chissà quale super potere, uno sguardo ai raggi X che va oltre le superfici.

Come ogni storia che si rispetti deve esserci un però.

Però lui partirà a fine mese. E se non fosse già troppo poco un mese per conoscersi, io partirò una settimana prima di lui per le mia vacanze, improrogabili causa impegni familiari da compleanno (non mio) con uno zero in fondo, a meno che Paolo Conte non decida di spostare il suo concerto di una decina di giorni.

Ho sempre saputo che se ne sarebbe andato, presto o tardi. Quando ho saputo la data con esattezza però ho sentito il dovere di mettere le mani avanti, ho dettato delle regole. Una parte più razionale di me ha preso il comando e ha ricordato al resto di tutti i voli pindarici (e non) dell’anno scorso, di quella grossa delusione che è la precedente relazione, di cui vorrei dimenticarmi e che invece a volte mi sembra un replay di questa. Questa parte razionale, mi ha fatto dire agli stessi occhi di due colori, che non sapevo se ci sarei stata dopo la sua partenza, ho raccontato per sommi capi le mie ragioni, gli ho fatto vedere qualche cicatrice. Lui non si è scomposto, mi ha fatto vedere le sue cicatrici, simili alle mie, forse più profonde. Dice che è tutta una questione di volontà, e lui quella volontà ce l’avrebbe, nonostante tutto quello che gli è già successo prima.

Di recente ho detto che fissare delle regole è il primo passo per infrangerle.
Manca meno di una settimana.
In ogni caso, si aggiusta tutto.

Sogni caldi/Aquila pericoli

Era da un po’ che non aggiornavo il memorandum dei concerti e visto che ce ne sono stati un paio degni di nota negli ultimi tempi, mentre di tempo per scrivere non ce n’è, ho pensato di metterli insieme e buona lì.

Il primo concerto (che risale a più di un mese fa!) è quello di Timber Timbre. Il biglietto, come al solito, è stato acquistato in un momento di improvviso entusiasmo. Ed è stato acquistato appena prima che i biglietti del concerto andassero esauriti, per cui, questa volta sì, sono andata davvero da sola. Premesso che non è la prima volta che andavo ad un concerto da sola (una volta durante un festival il mio amico mi pianto là da sola a metà pomeriggio dicendo “I’m a bit tired” e un’altra volta la mia amica era prima in ritardo e poi era rimasta imbottigliata nel traffico per ore e quindi mi ero fatta metà giornata da sola) questa volta mi ha fatto un po’ strano essere là solinga in mezzo alla folla. Che puoi guardare il cellulare per cinque minuti come un bimbominkia qualsiasi ma se arrivi con un’ora d’anticipo devi trovare qualcosa da fare. Per ovviare al problema mi sono messa a fare un mini esperimento antropologico e guardavo gli altri astanti del concerto. Tra tali astanti ho riconosciuto il signore che sedeva davanti a me al concerto di Moonface, quello che guardava continuamente l’ingresso come se aspettasse qualcuno che alla fine non arrivò. Anche questa volta era da solo con lo stesso sorriso speranzoso. Mi sono chiesta se il sorriso speranzoso non fosse in realtà un sorriso disturbato. La differenza tra le brave persone e gli psicopatici a me viene difficile coglierle.

Comunque inizia il concerto. Anzi no. Inizia il gruppo spalla. Niente contro i gruppi spalla ma certe volte mi chiedo se non li prendano scarsi apposta. Questo più che scarso era strano. Stranissimo.

Per quanto riguarda il concerto, ammetto che Timber Timbre io non è che li conoscessi proprio benissimo. Ci sono un paio di canzoni che mi facevano venire la pelle d’oca. Come questa e questa. Ma soprattutto la seconda che mi è salita sulle spalle come una carogna durante il film “Stories we tell”. Non li avevo mai visti in faccia questi Timber Timbre e quando un signore sulla quarantina, stempiato, stretto in un completo giacca e pantaloni di una taglia più piccola della sua sale sul palco e si mette a cantare sono rimasta stupita. È questo l’uomo che canta con una voce tremula nel disco o è un impiegato delle poste? Le apparenze ingannano. Rimpiango i tempi di MTV in cui sapevi a cosa andavi incontro.

Il concerto passa tranquillo nella sua ora e qualcosina. Hanno fatto più o meno tutto il nuovo album “Hot dreams” e qualche canzone vecchia ma non la seconda la sopra, of course. Non so se era la situazione, se era il gruppo spalla, se era il concerto in sè ma non è stato poi questo gran che. Bravi, per l’amor del cielo ma di solito quando si ascolta la musica dal vivo si è sempre più coinvolti. Ma non quella volta. Vuoi forse perchè hanno cambiato ogni singolo arrangiamento delle canzoni che hanno suonato che era quasi difficile capire cosa stavano cantando? Forse.

Forse è per questo che ci ho messo tanto tempo a scriverne.

Si vede che mi ci voleva lo stimolo di un bel concerto per parlare della mezza delusione di cui sopra.

Per colpa dei miei genitori che mi hanno cresciuto a pane e Goran Bregovic, quando parte la cosidetta “musica balcanica”* mi si innesca un meccanismo di coordinazione piedi-bacino-spalle e devo assolutamente ballare. Tipo incantatore di sperpenti con il flauto, la cesta e il turbante. Uguale. Però se vai ad abitare in Svezia non ti puoi aspettare di trovare la “musica balcanica” e invece sì: non solo è musica ed è simil-balcanica ma è pure disco!

A farla sono un gruppo che si chiama Discoteka Yugostyle (nomen omen) e son proprio della cittdina in cui abito. E non solo! Due dei ragazzi che suonano nel gruppo lavorano nel mio supermercato di fiducia (ora ex supermercato di fiducia perchè ho traslocato ma il thè PG ce l’hanno solo loro per cui ogni tanto ci torno pure). Uno dei ragazzi (che non ho mai ben capito che ruolo abbia al supermercato) è quello che viene adescato con il biscotto e poi (spoiler) rimane schiacciato dalla lavastoviglie, invece l’altro che penso sia il fruttivendolo è quello che si accuccia e suona la tromba per vendicarsi dello schiacciamento del suo collega. So che sembra non aver alcun senso quello che ho scritto ma a guardare il video si capisce tutto e ci si fa un trip mica da ridere.

Ovviamente, i miei concittadini qui li ho già sentiti tre volte dal vivo, quattro con l’ultimo concerto. Come ogni gruppo beniamino del paese, godono di quell’aurea un po’ tipo Max Pezzali a Pavia ed ogni volta che suonano diventa sempre un evento.

La cosa più bella dei loro concerti sono loro e il pubblico. Nonostante siano algidi Svedesi gli deve scattare la molla pure a loro con la “musica balcanica” e alla fine si vedono scene di gente che si muove più o meno scoordinata e balla come se non ci fosse un domani. Bravi Discoteka Yugostyle!

 

* “musica balcanica” viene virgolettato perchè mi sembra di fare una generalizzazione spropositata. Poi magari i balcanici non se la prendono, ma io sì.

 

PS: questo post giaceva scritto e finito da qualche settimana. In realtà c’è ben altro che bolle in pentola di cui dovrei scrivere ma certe cose prima di scriverle bisogna passarci in mezzo. Cose belle, eh. Poi torno. Poi.

Prove di fuga #2: il mercato del pesce e altri scoramenti


È passato più o meno un mese dalla mia dichiarazione d’intenti di lasciare il villaggio in cui, che lo voglia ammettere o no, ho passato più di quattro anni della mia vita. Les jeux sont quasi fait, rien ne va plus qui in Svezia. Mancano cinque mesi alla difesa della tesi e sono scesa in campo per trovarmi un lavoro.

Riassunto della puntata precedente: appena presa coscienza della mia condizione di disoccupata nel giro di sei mesi, inizio a guardare su siti specializzati se qualcuno nel mondo ha bisogno di me, lavorativamente parlando. Sorprendentemente, le offerte di lavoro sono tante e ghiotte. Spesso, anche in posti non dimenticati da Dio, tipo Londra (o zone limitrofe). Armata di buona volontà, pazienza e (poca) coscienza di me stessa compilo un curriculum.

Eccoci, dopo che ho compilato il curriculum ho pure scritto una lettera di presentazione, e quest’ultima impresa si è rivelata ben più semplice. Con una frase a finale ad effetto che ero sicura avrebbe sciolto il cuore di ghiaccio di qualunque selezionatore delle risorse umane, ho mandato quel curriculum ad un’azienda vicino a Londra. E poi a un’altra (sempre a Londra). E un’altra a Copenhagen. E ancora un’altra a Copenhagen (anche se solo un mese dopo scoprirò che non avevo approvato qualcosa in qualche schermata finale perchè nel mio profilo non risulta che io abbia mai mandato un bel tubazzo).

Dopo un mese sono ancora qui, io e il mio bel curriculum e non è successo niente. Niente mail o chiamate notturne di capi di azienda anelanti per avermi nelle loro fila. E la cosa non mi sorprende più di tanto. Il pacco è che non ho nemmeno ricevuto un bel no come risposta, perchè a quanto pare, soprattutto in Scandinavia si risentono e fanno gli incubi se ti devono dare una brutta notizia per cui scelgono la via più facile (per loro): fare gli gnorri.

Per tenermi occupata però ho deciso di partecipare a un imprescindibile evento: una fiera del lavoro.

Già dal nome si dovrebbe subodorare che niente di buono può succedere in un posto del genere. A casa mia, quando si dice “fiera” si pensa alla “fiera d’agosto” o alla “fiera della gallina grigia”, eventi a cui un tempo si andava a vendere il bestiame, ora di quelle origini contadine sopravvive solo un’esposizione di macchine agricole e si trova per di più bancarelle con ciarpame di dubbia provenienza. Raramente si fanno affari sulla fiera, da cui il termine “aver fatto la fiera” quando questo accade. Per questa ragione, la fiera del lavoro (lavoro: sostantivo maschile, concetto intangibile) è un po’ la fiera dell’aria fritta.

Mi dicono che alle fiere del lavoro ci vai e fai networking, business card exchanging (ce-lo, ce-lo, manca), self-promotion e un sacco di altre cose che se le traduci in Inglese sembra che ti hanno fatto studiare. Io alla fiera del lavoro sono andata piena di buoni sentimenti e sono tornata con il mal di piedi e le idee confuse.

Forse era il mio approccio che era sbagliato, sai mai. Mi avvicinavo a uno stand e con un bel sorriso in faccia dicevo a uno di questi rappresentanti di questa o quell’altra azienda il mio nome, cosa faccio nella vita e che conosco/ero interessata a conoscere l’azienda e che volevo sapere di più su possibili opportunità per aitanti (presto) dottori. Al chè la risposta media era “guarda sul sito se ci sono degli annunci”. Che è un po’ la risposta che ti aspetti a una siffatta domanda. La quale domanda però è un po’ la cosa che ti aspetti ti venga chiesta a un evento del genere. Cosa devo andare a chiedergli al tipo dello stand? Allora, a casa tutto bene? Il gatto è ancora costipato?

L’unico scambio un po’ più normale che ho avuto è stato con un ragazzo di un’azienda, quella che fa la gnorri, e che mi ha raccontato un po’ la rava e la fava di com’è lavorare in quel posto lì. Però era tipo una chiacchierata normale, non una roba con dei sorrisi forzati in cui tu mi dici che la tua azienda è il posto migliore del mondo che fa le cose più belle del mondo e che però sì, devo guardare sul sito.

Agli antipodi si registra anche un tizio di un’altra azienda che quando io, ormai vaccinata, gli dico allora guardo sul sito lui mi risponde: “Sul sito?! No! Io per esempio ho mandato il mio curriculum alle risorse umane una volta a settimana per sette settimane. Alla fine è venuto fuori qualcosa che faceva al caso mio e mi hanno chiamato”. Pensavo avessero chiamato la neuro io, ma evidentemente si fa anche così  a trovare lavoro. Si stracciano le palle al prossimo.

Comunque non mi do per vinta, sia chiaro! Sta per partire una nuova controffensiva di curricula, uno in particolare a me caro. Un curriculum in direzione Germania sud, che ho pure dovuto farmi fare la foto da un fotografo con lo sfondo bianco, i vestiti della festa (ma solo sopra chè invece i pantaloni erano dei jeans di H&M che stanno insieme con lo sputo) e il sorriso finto.
Che io temevo di fare una faccia alla Chandler ma invece non è venuta poi nemmeno così male.

A-way

Temevo sarebbe successo prima o poi: mi tocca iniziare un post scusandomi per l’assenza. Che poi magari si stava vivendo benone anche senza il mio sproloquiare, sia chiaro, ma mi sento in debito io e lo devo mettere per iscritto.

Sono in debito di qualche storia, almeno di un concerto, un viaggio e di una rubrica “Prove di fuga”, se non di qualcos’altro, ma qui viene sera e c’è tutto da fare (come diceva la mia professoressa di lingue delle medie).

La ragione di questo non scrivere è proprio la mancanza di tempo per l’essere troppo a zonzo e quando non sono in giro sono in casa a fare pacchi, come questa sera, in cui mi sono autoinflitta una reclusione al sabato perchè sono uscita mercoledì, giovedì e venerdì, e se poi mi prende uno scioppone si sa con chi prendersela. E perchè comunque i pacchi non si fanno da soli.

Pacchi, dicevo. Sto impacchettando tutto perchè trasloco. Niente di trascendentale sulla carta, vado ad abitare a un paio di chilometri da dove sono ora, un po’ più distante dal mio ufficio per delimitare geograficamente casa e lavoro, un po’ meno circondata da quella menomata mentale della mia (ormai) ex coinquilina.
Costei è stata citata in questi luoghi ormai due anni fa e lungi da me andare a rivangare istanze passate, presenti e (speriamo di no) future. Però posso dire che ha messo a dura prova i miei nervi comportandosi scorrettamente in ogni modo possibile e immaginabile. Alla fine tutto è andato più o meno per il meglio per entrambe le parti, io ho avuto quello che chiedevo senza scendere al suo becero livello e lei ci ha guadagnato un centinaio di euro e un bilancio stranegativo di punti karma.

Se sono riuscita a superare il mobbing della mia coinquilina negli ultimi mesi lo devo un po’ anche a Christopher Owens, l’ultimo dei cantanti disadattati che mi scaldano tanto il cuore e che mi canta sempre la canzone giusta al momento giusto. Quest’anno con l’inno della buona creanza che ho messo sopra, l’anno scorso con l’album della storia a distanza naufragata penosamente, un po’ di anni prima con delle canzoni bellissime e basta in un disco che si chiama “Father son and holy ghost” che il mio compagno di ufficio aveva sperato in una mia conversione e invece poi viene fuori un capellone biondo, una decina di toni di tinta più chiara di gesù. Tra poco uscirà un suo nuovo album e se tanto mi da tanto parlerà di traslochi, ricerca di lavoro e di una deludente vita amorosa.

Nonostante la recente overdose di Christopher Owens, qualche notte fa mi è apparso in sogno Manuel Agnelli, che anche lui è un po’ un gesù con i capelli più scuri. Mi ha detto (in inglese) che andrà tutto bene, mi ha ricordato quali sono, o dovrebbero essere, le mie priorità e poi è suonata la sveglia.

Credo di aver bisogno di una pausa ma dopo questo trasloco si cambia musica. Figurativamente parlando.

Hey, that’s no way to say goodbye

Questi giorni. In questi giorni ce ne sono troppe da raccontare, alcune allegre, altre meno. Bisogna iniziare con ordine, anche se questa sarebbe la seconda, a voler andare con ordine, ma va bene così.

In anni come questi, senza un posto fisso in cui abitare, circondata da persone che arrivano, passano e (irrimediabilmente) vanno, sono diventata immune agli ultimi  saluti. Che, nota bene, non devono essere vissuti come delle estreme unzioni, perchè queste persone continueranno ad essere, altrove, senza avermi più attorno, che a quanto mi hanno detto è una cosa fattibile. E se con il tempo ho perso il dramma aggiunto ad ogni saluto, non ne sminuisco invece il valore. Quando saluti qualcuno per la forse ultima volta credo che sia come riconoscere a quella persona il fatto che ci sia stata per quel lasso di tempo e che la sua presenza fosse stata (più o meno) indispensabile.

Ho visto ogni sorta di saluti.

Ho visto saluti fatti con leggerezza, come se ci dovessimo rivedere il giorno dopo. Una ragazza che è stata qua in Svezia per qualche mese e con cui non ho particolarmente legato, l’ultima sera che era qui ha fatto la strada per tornare a casa insieme a me e arrivate al bivio della strada ci siamo salutate con un abbraccio, di quelli un po’ Svedesi che ti spolveri la spalla a vicenda, e un “dai, ci si vede presto, in Italia o in Svezia!”. E ognuno è andato per la sua strada.

Ci sono saluti fatti come se fossero un film. La mia amica Spagnola dei tempi dell’Olanda l’avevo salutata già la sera prima di andarmene ma la mattina dopo, mentre stavo buttando la spazzatura la vedo all’altro capo del corridoio, che sta per uscire. Anche lei mi vede, rimaniamo un secondo a guardarci e io con gli occhi umidi le dico “P. you are the best”.

Alcuni saluti li ho raccontato già in capitoli precedenti. Fatti da parole sincere e di abbracci strettissimi, di quelli che mettono a dura prova le costole.

Altri saluti invece li ho fatti senza sapere che sarebbero stati gli ultimi, e le persona in questione è attualmente vivente e in salute. Un saluto normale, per quanto fossero anormali quegli incontri, il salutarsi, tergiversare, tornare indietro per un ultimo bacio e poi andare senza voltarsi, lui. Nei mesi a venire ho rivisto al replay quel saluto un’infinità di volte, pesandone i secondi, le pause, a cercare significati lasciati tra le righe, chiedendomi se fossi solo io a non sapere che quello era l’ultima volta che ci saremmo visti.

L’ultimo saluto di questa carrellata si è consumato un paio di giorni fa. A partire, e qui prometto che lo tiro in ballo per l’ultima volta, è quello che se ne va a fucking Cardiff. Ci siamo visti in un pomeriggio di sole in una Copenhagen bellissima, scintillante nella sua semplicità che non è sciatteria ma alto design. Il luogo dell’incontro era il nuovo mercato coperto, una costruzione di vetro con all’interno bar, ristoranti e piccole gastronomie con prodotti da tutto il mondo. Ci sediamo ad un caffè che dà sulla strada, la gente che passa dall’altra parte del vetro. Abbiamo parlato per un paio d’ore di una chiacchiera sciolta sugli ultimi preparativi prima della partenza, i piani, la sua nuova casa. Ci siamo aggiornati a vicenda sugli ultimi avvenimenti delle rispettive vite, io gli ho detto della mia persecuzione e lui della sua stalker Polacca, che non si rassegna alla sua partenza. Pochi riferimenti al passato, uno scherzo da parte sua al fatto che andrà a finire che andrò anch’io a lavorare a fucking Cardiff. A me è uscito un discorso delirante che faceva più o meno così “dovremo ricordarci di questo incontro perchè la prossima volta che ci vedremo saremo diversi” alludendo a le bellezze che allor più non avrai e che avesti nel tempo passato di cui parlava de Andrè. Lui non capisce e mi prende in giro, mi fa vedere il suo principio di calvizie, anche se con quei capelli cortissimi dello stesso colore della pelle è una sfida a trovarla. Insomma, il mio tentativo balengo di uscire con un pensiero profondo è stato mandato miseramente in vacca ma il pomeriggio è stato piacevole e va bene così.

Si è fatto tardi e ci avviamo alla metro, quando scendiamo le infinite rampe di scale mobili di Nørreport manca mezzo minuto all’arrivo del mio treno. Qualche parola di circostanza e quando si sente il rombo avvicinarsi ci abbracciamo, con lo spolvera-spalla alla Svedese, senza convinzione. Salto sul treno e non mi giro.

Tutto quello che riesco a pensare sulla metropolitana è che questo non è il modo di salutarsi.