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C’è un motivo se

C’è un motivo se metto sempre una canzone in cima ad ogni post.

(E sarebbe stato bellissimo saperlo prima e mettere insieme una playlist con tutti i festival di San Remo di trilioni di anni fa)

Come un film

C’è da dire che quando trovo una metafora mi ci attacco fortissimo: il tema cinematografico la fa da padrone nel mio racconto Albionese!

Giusto per ammazzare le vostre aspettative su questo post vi dico subito che per quanto riguarda i “gossip sugosi” vi tocca aspettare ancora un po’ perchè il Belga torna Martedì. Lo so, avevo promesso sarebbe tornato questo venerdì ma è dovuto andare in Belgio e torna tra qualche giorno. Piuttosto compatite me, che a venerdì mattina mi sono alzata con lo stesso entusiasmo di un bambino alla mattina di Natale e a mezzogiono mi vedo un sms che mi annuncia l’infausto ritardo! L’improvvisa defezione non solo ha dato un’accettata ai miei livelli ormonali (che erano up in the sky with diamonds) ma ha anche fatto sì che questo fine settimana fosse del tutto senza piani.

E adesso che faccio?

Dans la maison (cit.) non c’era praticamente nessuno (d’interessante o quantomeno intellegibile!) e le mie colleghe erano sparse per i contadi di Albione. L’unica saggia soluzione che non prevedesse la mia morte per inedia era quella di mettersi gambe in spalla e andare a visitare una città a caso nel raggio di cento chilometri. Così, un po’ a casaccio, ho scelto un posto e ci sono andata. E lì, su una gradinata al sole ma con un cielo che era grigio blu con delle nuvole intrise d’acqua ho capito. Ho capito tutto lì.
L’Inghilterra io l’ho già vista tutta.
Mi spiego meglio: l’incauta scelta della mia meta è ricaduta su una città di medie dimensioni, una volta polo industriale, ora un posto che si sta inventando come tirare avanti per non cadere in rovina. Cammino per le stradine grigie, con la cartina in mano che il signore all’ufficio informazioni mi ha dato in mano spiegandomi dove andare e cosa fare. Alla fine delle sue dettagliatissime indicazioni fa un cerchio e mi dice “tu vorrai stare in quest’area”. Incuriosita dall’invito, esco alla prima occasione dal “cerchio di terrore” e mi avventuro verso il una zona indicata come il mercato. Belli i mercati, eh? Quelli che vendono i fiori, gli ortaggi e il pesce: i mercati a me fanno subito casa.
Bè, non questo mercato! All’esterno c’era qualche bancarella con merce varia. Il più memorabile era un uomo dall’età indefinibile tra i 30 e i 50, un’espressione corrucciata e lo sguardo vacuo, vendeva prese elettriche e similaria e urlava rivolto a una signora interessata al suo banchetto “It’s fifty piiiiiiiiiiii. Every piece is fifty piiiiiiiiiiiii!“. Non contenta entro al mercato coperto e respiro il profumo di Salmonella a pieni polmoni. Mi guardo attorno e i banchetti sono pieni di cose che hanno visto epoche in cui io non ero ancora nata (cibo compreso), c’erano dei caffè con le cameriere scongelate da una tavola calda degli anni 80, le luci artificiali, le tazze spaiate. Gli avventori del mercato erano una collezione di facce scavate, zigomi sporgenti, occhi segnati da eccesso di metanfetamine, capelli dai colori chimici con le ricrescite di mesi.
Ero parte di Trainspotting e non lo sapevo! Io pensavo che Trainspotting era ad Edinburgo, ma pare che ci sia una succursale pure nel regno di Albione.
Ma non è finita qui. Nel mio lungo peregrinare, sono uscita di nuovo dal cerchio di terrore, con buona pace dell’ omino all’ufficio informazioni, e sono andata verso un parco. La strada per arrivare era lunga e in salita (ci potevate pure mettere le isoipse su sta maledetta cartina!), le case tutte uguali (of course!), in giro nemmeno un anima. Aspettavo che Billy Elliott spuntasse da dietro l’angolo ballando.
Quando sono tornata dal parco (che doveva essere, il parco più bello di tutta Albione, a sentire le guide. Ecco, per inciso, MAI fidarsi delle guide!), vedevo tavolate di uomini nei pub bettole, con dei bicchierozzi di birra alle 3 del pomeriggio, che davvero io alle 3 al massimo mi posso fare un tè caldo, ma ditemi voi! E in effetti l’unico film che per ragioni geografiche mi potevo davvero immaginare era Full Monty. La mia memoria di quel film è purtroppo deviata da una scena iniziale in cui una donna fa la pipì in piedi e io mi sono sempre chiesta come fosse possibile. Purtroppo non sono riuscita a trovare la scena di Full Monty ma là fuori c’è un mondo di donne con l’invidia del pene (queste in particolare prendono la questione molto seriamente).
Albione però non è solo fatta di film moderni.
Per esempio, io abito in mezzo al set di Orgoglio e Pregiudizio.
In fondo a destra c'è Mr Darcy!

In fondo a destra c’è Mr Darcy!

 

Purtroppo questa foto è stata presa nell’unico momento di sole pieno e le mucche erano tutte transumate dall’altra parte del sentierino che non è così spettacolare, ma vi assicuro che con un po’ di nebbia e la luce bassa sull’orizzonte vi potete immaginare la scheletrica Keira che scorrazza felice per i campi con quella sua espressione un po’ così, quella con la bocca semi aperta, che è anche l’unica espressione che fa.

La ciliegina sulla torta è il classicissimo chiesa diroccata con annesso cimitero con lapidi assortite.

Ricordati che devi morire! Mo' me lo segno...

Ricordati che devi morire! Mo’ me lo segno…

Cotale amenità giace accanto alla fermata dell’autobus (e qui la luce mi è un po’ più favorevole rispetto alla precedente immagine!) e la foto in questione è stata scattata il primo giorno d’Albione, mentre cercavo di indovinare la via di casa e il sole incominciava a tramontare. Nel caso mi fossi persa avrei sempre potuto bussare alla porta di questa chiesa diroccata e…

Fine primo tempo

(Se mi dicessero che questa è l’unica canzone che posso ascoltare da qui alla fine dei miei giorni, non la prenderei troppo male)

Sono arrivata a poco più di metà della mia avventura Albionese ed è già tempo di bilanci. Così come è successo durante il periodo Olandese, sono felice. Sono felice della stessa felicità per cui non c’è niente di incredibilmente perfetto da farmi svegliare alla mattina con un sorriso. Ma che lo voglia o no, quel sorriso ce l’ho in faccia.

Sono quasi quattro settimane. Ci sono stati giorni in cui mi sono chiesta che cosa ci facevo qui. Per la prima settimana non ho nemmeno disfatto la valigia, ce l’avevo aperta in mezzo alla camera, con ancora i vestiti piegati all’interno. Nemmeno dovessi decidere di chiuderla, prendere la porta e tornare da dove sono venuta. E invece niente, dopo un po’ la valigia l’ho disfatta e adesso ci ho pure preso gusto.

Scrivo di sabato sera, perchè sono a casa. Il sabato sera a casa era una cosa che non mi succedeva da secoli: il fine settimana, per me sacro e dedicato a qualsiasi attività purchè fuori di casa e in compagnia, non è più imprescindibile. Alla fine qui conosco una manciata di persone, nella casa stasera penso ci saremo solo io e la Cinese.

L’Italiano è probabilmente fuori con la Brasiliana (ve l’avevo detto che c’è una Brasiliana? No? Bè, mi sta sul cazzo e questo è più o meno quanto). L’Algerino è disperso altrove. L’Hondurena visto che non spiccica una parola di Inglese è andata a Vienna per una settimana, magari il Tedesco le riesce più congeniale. L’Indiano se ne è andato e non ritorna più. Il Tedesco sta copulando con la sua ragazza (poichè ho scoperto che questa è la ragione per cui non è mai a casa). Il Belga sta copulando con la sua ragazza pure lui, probabilmente, visto che per qualche giorno è a Londra, con lei e mille altre persone. E io invece sono qui, con la piantina di basilico che il Belga mi ha pregato di curargli in sua assenza, come in una rivisitazione della scena finale di “Leon”, dove alla fine rimango da sola, io con la piantina. Che poi io nemmeno le so curare le piante e se non ci si crede, chiedete a mia mamma del genocidio botanico quella volta che i miei sono andati in vacanza per una settimana e mi hanno lasciato i vasi da innaffiare. Ho seriamente pensato che i miei mi avrebbero disconosciuta quella volta.

Le altre persone che conosco sono le ragazze del laboratorio e con loro sono uscita ieri sera. Alle cinque siamo andate al pub per “una birra”, che è diventata un’altra birra, che è diventata una cena, seguita da tre giri di sambuca e ancora una birra. Morale della favola, alle undici il pub ha chiuso e ci ha buttato per strada, che mai fu così difficile da percorrere anche se erano solo dieci minuti fino alla mia prigione. Oltre a non avere il senso della misura per l’alcool, devo dire che quelle ragazze mi piacciono. A differenza di molta altra gente che conosco attraverso il lavoro, non si prendono troppo sul serio, il che è sempre un valore aggiunto quando il tuo progetto di ricerca riguarda cose che nemmeno a quelli che lavorano nel tuo campo gliene potrebbe fregare di meno.

Questo è il mucchietto di persone che mi accompagnano in questa avventura. Certo, ci sono tutti gli altri, quelli che sono disseminati da qualche parte nel mondo e che di tanto in tanto mi mandano una e-mail con dentro un po’ d’amore sfuso.

E sono felice.

Inizio a sospettare che la ragione di questa estasi, la mia droga, sia questa possibilità che mi è stata data, quella di viaggiare. Una vita da semi-nomade. La vita in Svezia, quattro mesi di fuga in Olanda, un paio in Svezia e poi ancora in Inghilterra. Ogni volta che approdo in un posto nuovo ho la possibilità di ripartire da zero. Zero è un numero che fa un po’ paura però è il brivido che conta, che ti dà la scossa e ti fa cominciare. Ogni volta posso reinventarmi ed essere quello che voglio.

In Svezia, all’inizio, ero quella piena di buoni sentimenti, quella che fa-la-cosa-giusta e dio solo sa a quali terribili risultati ha portato tutta la mia voglia di correttezza.

In Olanda sono diventata Italiana, ho rispolverato un amore per la mia nazione e per le persone che ci vivono. Come ogni mio amore, anche quello per l’Italia è un amore mal riposto, mi pare di capire.

Qui sono una radical-chic che ognuno nel mondo si dovrebbe sentire in dovere di odiare, imparo di film che anche la mamma del regista si è rifiutata di vedere e il Belga mi legge le poesie decadenti mentre mangio gli involtini primavera, mia unica vera fonte di sostentamento.

Il problema è che non posso condurre una vita con la data di scadenza in eterno. Verrà il giorno in cui dovrò mettere la testa a posto, in un unico posto, e provare a rimanerci. Temo quel giorno e allo stesso modo lo aspetto curiosa, per vedere chi sarò allora e quanto detestabile sarò diventata. Per il momento mi godo l’effimera felicità di questa nuova vita, che tra tre settimane finirà in un secondo, proprio come è incominciata.

Finestre

Avevo lasciato il post precedente in sospeso, avevo voglia di scrivere di cosa mi fa(ceva) stare così bene. Avevo superato le mille parole per raccontare del Tunisino e decisi di non accozzare argomenti diversi, ripromettendomi di aggiungere un capitolo successivo quanto prima.

Eccolo qui il capitolo, con un finale a sorpresa.

Nel mio bestiario degli abitanti delLa Casa avevo fatto un accenno a un Belga, descrivendolo come l’unica persona normale in questa casa (o almeno l’unico che sembrasse una brava persona e con cui si poteva avere una conversazione). Ma questo era dieci giorni fa. E di acqua, da allora, ne è passata sotto i ponti.

da allora, gli incontri con il Belga si fanno sempre più frequenti: ceniamo più o meno alla stessa ora, lui prima io dopo, e per questo di solito si siede con me e chiacchieriamo mentre cucino e mentre ceno. Magari dopo prendiamo un te. Magari chiacchieriamo ancora un po’. Litri di tè, fiumi di tisane.

Dopo l’ennesimo tè mi chiede se voglio andare a vedere un film con lui: l’appuntamento è venerdì sera. Che io non avevo capito se era un appuntamento. Se qualcuno in età da marito mi chiede di andare a vedere un film con lui cosa devo pensare? In realtà, a quel giorno la cosa che più mi preoccupava era il suo orientamento sessuale: innanzitutto ero determinata a scoprire se fosse gay o meno.

Siamo al cinema e durante i trailer (tempo in cui ridacchiamo facendo commenti) passa il nuovo film di Ryan Gosling, lui mi chiede se ho visto Drive. Ammetto che non l’ho visto e aggiungo sorniona: a differenza di molte ragazze non ho visto tutti i film con Ryan Gosling, per i miei gusti non è un gran meraviglia. La risposta è stata: se fossi una ragazza, neanche a me farebbe impazzire. Colpito e affondato.

Guardiamo il film, bello, piacevole, e poi andiamo per una birra. Mi porta in una bettola con i tavoli sporchi, che avevamo deciso essere uno standard imprescindibile per la scelta del bar, e beviamo una birra a un tavolo d’angolo accanto a una finestra. Non c’è musica nella sala ma non ci importa, non ci sono momenti di silenzio. Lui non appoggia la schiena alla panca, ha i gomiti al tavolo, la schiena in avanti e mi parla guardandomi negli occhi, sorride. Io faccio più o meno lo stesso, le mani attorno alla bottiglia di birra, le spalle in avanti. Dopo due birre e una breve passeggiata mi accompagna a prendere un taxi mentre lui inforca la sua bici per arrivare a casa. Io arrivo per prima, ovvio. Ma dopo due minuti mi arriva un messaggio: è lui.

La giornata successiva lo vedo solo a sera, ancora ceniamo insieme e lui dice che deve finire un lavoro e che andrà in camera a scrivere. Dopo un’ora un messaggio: è ancora lui. Mi invita per una partita a biliardo. Due partite a biliardo, discorsi semi-seri sui vegetariani, i poster della sala comune e politica. Si è fatto tardi e torniamo a casa.

Domenica lo vedo appena tornata dal mio giro di spese, mi aiuta a sistemare le nuove stoviglie che ho comprato e, ovviamente, ceniamo insieme.

Lunedì, ancora ceniamo insieme. Con noi c’è l’Italiano, che probabilmente non ci può soffrire entrambe, si siede in disparte e prende la porta quanto prima, lasciandoci soli, giusto in tempo perchè mi inviti ancora al cinema per la sera successiva. Questa volta andiamo a vedere un film molto triste (non bellissimo, non bruttissimo, un film triste però) e alla fine siamo tutti e due un po’ provati e decidiamo di camminare a casa, anche se ci vuole un’ora e io ho il computer di lavoro ancora sulle spalle e lui ha una bici. Riparliamo del film, di come io avessi preso in antipatia il protagonista, non gli racconterò che mi sembra l’ex partner di mia cugina; parliamo di tatuaggi, di quelli orribili come l’Hello Kitty di una ex di un mio amico e lui mi dice “Aspetta di vedere il mio!”. Non lascio cadere questa uscita e incalzo chiedendo una descrizione. Se ne esce con una battuta: se fino ad adesso ero abbastanza confusa riguardo al nostro rapporto, adesso inizio ad essere diversamente confusa. Cambiamo argomento e parliamo di storie d’amore, lui mi racconta di quando da bambino andava in bicicletta a scuola con una ragazza bellissima, e del suo amico che pedalava con loro dal paese successivo, che si innamorò della ragazza bellissima e che, ad oggi, sono ancora insieme. In questo turbine di buoni sentimenti rilancio con la storia della mia coinquilina e dell’edicolante (ah, ma questa ve la racconto tra un paio di mesi!). Ridiamo, lui mi prende in giro perchè il mio ufficio è senza finestre, mi passa una mano sulla schiena e mi promette di regalarmi una finestra il giorno successivo.

A casa lo invito per un tè, l’India ha ormai finito le scorte con tutto il tè che ci siamo bevuti!, e continuiamo a raccontarci di quando abbiamo preso la patente e di come lui non sappia guidare. Aggiunge che è un po’ preoccupato per il prossimo fine settimana perchè ha noleggiato una macchina per fare un giro nel sud dell’Inghilterra.

Con la sua ragazza.

Toc.

Toc.

Rumore di braccia che cadono.

Sento una scossa elettrica che parte dal fondo della mia pancia e sale su. Faccio uno sforzo per non cambiare espressione e continuare a sorridere come se nulla fosse, anche se sono certa che per un millisecondo lo stupore ha avuto la meglio, non sono mai stata capace di tenermi le emozioni per me. Nonostante tutto riesco a ribattere, faccio qualche domanda in cui lui si deve dilungare a rispondere, mentre io ho tutto il tempo per raccattare le mie braccia, riattaccarle e continuare dalla mano sulla schiena, dal tè, dai racconti della patente. E’ passata ancora mezz’ora, non ci sono più stati riferimenti alla ragazza, solo un nostro davanti alle parole amico in comune che li aspetta a Londra.

Ci salutiamo e vado in camera, basita. Non era amore, non era nemmeno un calesse. Era solo che mi ci ero abituata all’idea che ci fosse qualcuno e qualcosa che mi facesse tornare a Casa con un sorriso.

Oggi abbiamo cenato ancora insieme, era contento per i commenti positivi che ha ricevuto dal suo capo e per un regalo che un suo amico gli ha mandato dal Belgio. Con mio sommo stupore, gli ho sorriso, davvero, ancora. Continuo a non capire cosa sia successo: troppa ingenuità da parte sua, castelli in aria da parte mia, una combinazione delle due o niente di tutto questo. Va bene così, avere qualcuno con cui posso parlare di tutto e ridere di gusto è già molto di più di quello che altri non hanno. Anche se.

E comunque, stamattina, una finestra per il mio ufficio fatto di quattro mura me l’ha regalata davvero.

In the house

Notiamo l’albinoicità (o albionicezza) di questo contributo video, please.

Diciamo anche che riferimenti a fatti o persone reali continuano ad essere puramente casuali. Casualissimi, direi. Pure il titolo è proprio casuale, perchè io non ho visto un film che si chiama così, no. E il film che non visto non parla di cose che accadono in una casa (o in più case a dire il vero, ma che ne so io se non l’ho visto!), o forse non succedono, e se succedono sono cose che fanno accapponare la pelle. Visto che io il film non l’ho visto magari ve lo vedete voi, questo qui.

Lascio da parte il film (o forse no) e ritorno a parlare della Casa. Il conto dei coinquilini aumenta di un’unità fisica più una paranormale.

Il Tedesco è un ragazzo più basso di me, senza collo, che parla con un accento che nemmeno il dietologo di Fantozzi. Nonostante questo sia stato presente nella casa da due settimane l’ho visto solo una volta ed era di fretta perchè stava uscendo, ça va sans dire. A giudicare dalle due parole scambiate sulla porta sta vivendo i giorni migliori della sua vita e dormire gli sembra uno spreco di tempo, e come dargli torto! Se ho capito bene se ne va tra poco, quindi non affezionatevi al personaggio.

L’Indiano non l’ho mai visto ma so che c’è. Il Belga ha sentito nenie mugugnate alle ore più improbabili del giorno e della notte e io ho visto la luce della sua camera accesa all’una di notte di Sabato. La stessa notte sono stata punita per aver visto quelle luci perchè una serie di rumori inconsulti provenivano dalla sua camera, tipo un mini trasloco, alle 6.30 di mattina. Ho anche sentito i suoi passi mentre ero in bagno. Tra le passioni dell Indiano, a parte i traslochi e la meditazione sul fuso orario di Nuova Dehli, annoveriamo la micologia vista la coltivazione di muffette nel suo barattolame in frigo.

Nella casa altre cose stanno succedendo, come quel pasticciaccio brutto con l’Algerino.

Lo incontro sabato mattina all’una, mentre io mi preparo una pasta lui fa colazione perchè la sera prima ha fatto tardi con i suoi colleghi e mangia dei biscotti al cioccolato che hanno un profumo così intenso che quasi mi fanno passare la voglia per i miei tortelloni con il sugo. Mentre io mangio lui mi fissa e qualche volta mi parla. Tengo la conversazione viva pur di non cadere in un imbarazzante silenzio e come mio solito finisco a raccontare di dettagli della mia giornata che annoierebbero chiunque. Non lui però, che quando racconto di come voglio fare la laundry ha un guizzo e realizza che prima o poi anche lui dovrà lavare i suoi averi. Ci salutiamo sul pianerottolo e io mi metto a preparare il mio bagaglio di lordura, tre borse della spesa di sudore e microbi. Quando esco dalla stanza con il mio fardello lui esce in sincrono dalla sua stanza che manco i tuffatori Cinesi e mi dice: vengo a fare la laundry pure io!

Ma ce l’hai la scheda per le lavatrici? Ce l’hai il detersivo? No, lui ha solo mezza borsina di panni vari e un tempismo perfetto. Andiamo, lo aiuto, gli presto il prestabile e facciamo partire le lavatrici: io scelgo il programma “delicati” e lui dopo un’attenta valutazione delle opzioni della lavatrice e della gamma cromatica dei suoi panni preme per “colorati”. Questo mi regala un buon quindici minuti di vantaggio sul suo programma, che significa che non dovremo più venire insieme a scaricare e caricare l’asciugatrice. Ah, sì perchè dopo la lavatrice si fa l’asciugatrice, dico io. Ma qual è l’asciugatrice?, chiede. L’asciugatrice è quella con su scritto asciugatrice, Monsieur Lapalisse. Ma le cose escono già stirate dalla asciugatrice?, incalza. Se l’asciugatrice è una di quelle buone riattacca anche l’etichetta con il prezzo e i capi sono come nuovi.

Dopo questa surreale conversazione realizzo che forse il suo fissare e il suo seguire e il suo coordinarsi altro non erano il frutto di una mamma che gli ha fatto il bucato fino ad oggi e la necessità di una mamma-bis che lo introducesse nel magico mondo di cestelli e centrifughe.

O forse no. Perchè dieci minuti dopo avermi fatto cadere le braccia con quella domanda sull’asciugatrice bussa alla mia porta e mi chiede che programmi ho per il giorno a seguire. Io, come uno scolaretto colto a rubare la merendina al vicino di banco, abbozzo. Forse, voglio andare in una città che comincia con L a fare un po’ di compere, forse. Ok, allora se vuoi posso venire anch’io, dice lui. Sì, ma tu ci sei già stato in quella città che comincia con L, non è un po’ noioso quando hai mille altri posti in cui poter andare? No, a me è piaciuta L, questo fine settimana volevo andare a N in realtà ma io ci torno pure a L! Ma guarda che io sono un notevole piede nel culo quando vado a fare shopping, forse è meglio se vado da sola. Cioè, se vuoi puoi venire a L poi però io vado a fare le mie commissioni da sola. Insomma, abbi pazienza, ci penso e ti faccio sapere se davvero ci vado a L.

Alla fine a L non ci sono andata, un po’ per non dover lasciare a casa il porta borse o per non dovermelo tirare dietro controvoglia. Ho fatto le mie spese, ho mangiato la mia torta, bevuto il mio tè e pensato che alla fine qui non è poi così male. Ma se lo penso non è per merito dell’Algerino, oh proprio no!

À suivre…

Riguardati

Come nelle migliori tradizioni, il mese di Giugno è paragonabile in spirito e leitmotiv al mese di Maggio, anche se manca della spontaneità del mese passato e si concentra sulle consolidazioni di quanto seminato nei trentuno giorni precedenti.

E no, non stiamo parlando di botanica qua.

Il problema del mese di Giugno è che l’Università finisce e tanti che fino a qui hanno allietato queste tiepide giornate se ne vanno per l’estate tornando ad Agosto, che francamente è già inverno e buona notte al secchio.

Tra quelli che se ne vanno almeno per un po’ figura anche il mio quasi collega Svedese Camomillo che a tempi alterni ha fatto da gosthwriter a questo blog, come spesso accade quando abbiamo una cotta per qualcuno e, seppure non ammettendolo ci sentiamo influenzate dalla presenza di questo qualcuno facendo o dicendo idiozie con il puro scopo di compiacerci nella fugace sensazione di aver guardato la stessa stella anche se da due posti diversi.

Lo Svedese Camomillo appare qui per la prima volta e non ci fa una grande figura, visto che gli appioppo questo pseudonimo e visto che in realtà stavo a rosicare perchè su di lui era stato apposto il bollino. Il bollino è quel cerchietto adesivo che viene apposto sui  già quadri venduti alle mostre per  dirti che non ti devi fermare a guardare e puoi andare a cercare qualcos’altro da un’altra parte. Ecco, lui era stato bollinato da una mia ex-collega che forte del fatto di lasciare il lavoro da lì a poche settimane aveva reclamato un diritto di prelazione, annunciando “sarà mio” . E non lo fu.

Ma per arrivare fino a qui dobbiamo passare per assurdi incontri in palestra in cui non mi degna di uno sguardo (come è il modo di fare svedese) e per un concerto in cui sono stata attratta con l’inganno dalla mia ex-collega bollinatrice in cui lui non la degna di uno sguardo e io che mi sorbisco tutte le paranoie di lei che mi e si dice quale inutile perdita di tempo è correre dietro a costui. E lei per quanto ad oggi goda di tutta la mia indifferenza ad oggi, viene fuori che aveva anche ragione.

Ma quando il mese di Maggio arriva tutto il mondo appare in colori nuovi. Anche gli Svedesi Camomilli dai capelli rossi. Così finalmente iniziamo a parlarci e io scopro che lui o ha una memoria ai limiti dell’autistico o si ricorda per filo e per segno conversazioni che abbiamo fatto mesi fa e me ne chiede anche conto. E io che anche ho una buona memoria mi rendo conto che non mi ricordo cosa abbiamo detto o fatto a Febbraio. Ma lui sì. E allora per un qualche misterioso processo noto alle sole portatrici di ovaie inizio a fare congetture e a convincermi che lui fin da quei freddi mesi avesse tenuto un file nella sua testa con tutte le mie informazioni che annotava con dovizia di particolari e se lo rileggeva nelle fredde notti d’inverno pensando a me. Già, già.

Ammetto che c’è lui dietro al film Låt den rätte komma in e anche a una recente visione di The Game of Thrones in cui sono stata tirata in mezzo e che mi avrebbe lasciato del tutto indifferente se non fosse che a quanto pare lui se lo veda proprio di gusto. E non capisco se siano le scene di accoppiamenti more ferarum, le teste mozzate o tutte quelle incongruenze spazio-temporali che a noi dei fantasy ci piacciono tanto (ma a me no).

Dopo tutti questi mesi arriva il giorno in cui lui deve ripartire per le vacanze estive e visto che non ha ancora finito tutto quello ha da fare qui ritornerà tra qualche mese per completare la sua tesi. In tutta onestà, non mi aspettavo un congedo in stile Rossella O’Hara, con scaloni, gonne ampie e baci col casquè. Però non immaginavo nemmeno che lui si presentasse nel mio laboratorio con una provetta, dicendo di farla avere al mio compagno di laboratorio e poi nell’uscire girarsi e dire “Take care”, che in italiano lo tradurrei come “Riguardati” oppure “Stammi bene”.

Questo saluto rientra nella top ten dei peggio commiati mai visti, peccato non mi abbia dato anche il cinque altrimenti un gradino del podio era tutto suo.

Va bene, Svedese Camomillo, prometto di non prendere il raffreddore quest’estate.

Cose che (non) avreste voluto sapere sugli Svedesi

Vivendo in Svezia da ormai più di due anni mi sono abituata a cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Polpettine galleggianti in un mare di marmellata, galassie di scarpe vicino alle porte di Tannhauser e silenzi inenarrabili in pausa pranzo.

Ma quando queste verità che ogni giorno hai davanti agli occhi le vedi in un film non puoi fare altro che arrenderti alla vera verità. Gran parte di quello che segue (se non tutto) è venuto fuori dalla visione di Låt den rätte komma in, che in italiano era tradotto come Lasciami entrare.

Pronti per sapere quello che non avreste voluto sapere sugli Svedesi?

Hanno dei maglioni orrendi. Forse non tutti ma una buona parte lo fa senza pudore. Avete presente i maglioni di Natale, quelli rossi bianchi e blu con i ghirigori? Quelli che le nonne, inesorabili, regalano ogni anno con la ferma speranza che noi li indosseremo? Ecco quelli. Ma come ci insegna Elio “fossi figo indosserei vestiti trendy, certe volte son dei capi orrendi” e loro sono trendy. E fighi anche con i capi orrendi.

Adorano i sottopassaggi. Ci saranno non più di centomila automobili in tutta la Svezia e al solo pensiero di dover sfidare la fortuna e attraversare la strada costruiscono un sottopassaggio. Se proprio non possono mettere un sottopassaggio fanno un ponte ma che non ti venga in mente di guardare a destra, a sinistra (realizzare che non c’è nessuno nel raggio di mil svedesi) e correre dall’altra parte.

Esistono padri, madri, mariti, mogli e partner e questi ruoli possono essere ricoperti da un numero che tende a più infinito in una famiglia, il cui concetto è molto elastico. Ovvero c’è il padre del bambino, il marito della madre e il (la) partner del padre e a nessuno gliene può importare di meno che a Beautiful la situazione è molto meno complicata. E meno male dico io!

Sospetti sempre che siano gay e/o alcolisti. Tanto qui, soprattutto per la prima delle due, non gliene frega niente a nessuno. In questo film c’è una scena in cui a casa il padre apre la porta a un signore che si siede e inizia a parlare con imbarazzo al bambino. Qui la mia esperienza in vita vissuta svedese mi ha fatto subodorare che c’era qualcosa sotto. Ok, la so: è il partner del padre! Appena raggiunta questa soluzione, il padre tira fuori un bottiglione di vodka mi balena un nuovo pensiero: alcolista! Ma poi intravedo degli sguardi languidi. Ok, gay. Però, guarda come beve. Alcolista? Alcolista e gay? Per la vostra pace mentale era un alcolista, ma per la mia pace mentale ho letto che la maggior parte delle persone ha pensato che il padre e l’amico fossero una coppia.

Gli Svedesi, se sobri, tenderanno a mantenere una distanza di sicurezza tra voi e loro simile a quella che vi insegnano a scuola guida per le automobili. Per sicurezza.

Questi corrono come instancabili Forrest Gump a qualsiasi ora del giorno e della notte, ma proprio anche a quelle più impensabili. Se c’è una cosa che gli piace è fare esercizio fisico, far vedere come il freddo e le intemperie abbiano forgiato una nazione di fisici scolpiti dal vento, mentre a noi quello che ci a scolpiti doveva avere un pessimo senso delle proporzioni e una discreta miopia. Come se non fosse abbastanza corrono avvolti in tutine aderenti che vi permettono di vedere ogni singola fibra muscolare tendersi in un tripudio di sudore e fatica. Per la gioia della mia autostima, non sono proprio tutti degli adoni / delle Miss Svezia per cui ritirate dentro la lingua e asciugate lo sbavino.

Gli Svedesi amano l’inglese. Loro parlano della cosa più banale e ci infilano dentro espressioni inglesi che non hanno la benchè minima ragione di essere lì e in quel momento. (Tratto da conversazioni realmente ascoltate). “Compra della frutta, mele o pere. Whatever.”. “Ho comprato dei tanga. O almeno sembrano dei tanga, I guess.”

Per imparare lo svedese è meglio non guardare film, soprattutto questo film, in cui ci saranno dieci minuti di dialoghi su un totale di due ore. Alcuni dei dialoghi sono in codice morse e solo adesso capisco tante cose su quei ticchettii durante il lacerante silenzio della pausa pranzo.

Fortunatamente, in Svezia il tasso di omicidi è praticamente nullo, i bambini sono (per lo più) adorabili e non ci sono vampiri.

PS: Svedesi miei, io vi voglio bene e voi mi piacete tanto però facciamocela ‘na risata ogni tanto. Anche su di voi.

LOL (Lots of Love)

/FrouSvedese