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All you need is

(E il caso vuole che quando io ero in quella città la ascoltavo mentre mi perdevo per i vicoletti e ora, che in quella città ci sono tornata per altre ragioni di cui vado ora a raccontare, eccola che ritorna con un nuovo album. Mi piacciono queste sovrapposizioni tra la musica e le mie esperienze. E adesso devo ancora capire dove e quando la riuscirò a vedere: se qui o là. Spero là.)

Sono partita per un viaggio. Più o meno. Avevo accennato a qualcosa tempo fa, avevo alluso a delle regole che mi ero messa e che avrei potuto infrangere. Viene fuori che, alla fine, del foglio delle regole ne ho fatto una palletta e l’ho buttata nel cestino. Io parto, non mi importa.

La volta precedente che mi ero imbarcata in un viaggio del genere dovevo averlo preso più come un viaggio spirituale e avevo sostenuto che ci volesse fede. Ma per una che in chiesa ci va solo per i matrimoni o i funerali, fa scena muta per tutta la cerimonia e si guarda con sospetto attorno pensando a quanto è surreale tutta la situazione, forse rifugiarsi nella fede non è la soluzione. E i fatti lo hanno provato.

Allora cerco di trarre vantaggio dai miei errori precedenti, invece di lasciare perdere un’occasione per paura di rimanerci ancora bruciata. E questa volta è un altro viaggio, metaforico e non, quello in cui mi sono imbarcata e quando si parte è bene fare una lista, per ricordarsi quello che serve, per non dimenticarsi le cose a casa.

Serve un biglietto aereo. Più d’uno, andata e ritorno. Per quella città in cui ascoltavo Sharon van Etten e uno per lui direzione Svezia. Serve un biglietto del treno, come quello su cui viaggio ora, con il mare sulla destra, grigio e arrabbiato come il mare d’inverno, che inverno non è. Ne serviranno altri di biglietti, credo.

Serve pazienza. Per convivere con le spigolosità che ho accumulato nel tempo, per la mia facilità di giudicare qualcosa dalla prima impressione. Serve pazienza per capire le spigolosità altrui e i punti di vista che non sono i miei, a volte così uguali e a volte no. Prendere quegli angoli e guardarli, non cambiarli. Che dire “lo cambierò” non ha mai portato a niente di buono e chissà che tutti quegli angoli non vadano a combaciare un giorno.

Serve un piumone più grande, chè l’estate Svedese è soltanto un ricordo e nemmeno dei più belli.

Serve una scatola in cui riporre tutti il “nostro”, per dividerlo dal “loro”. Ci sono cose che sappiamo solo in due. Cose che credo nemmeno questo blog verrà a sapere. Probabilmente è per questa ragione che mi ci è voluto così tanto a scrivere questo post.

Serve pazienza, che l’ho già detto ma ne serve ancora. Per quando non siamo insieme, che è la maggioranza del tempo. Meno poeticamente, serve uno smartphone, una serie di app di messaggistica online e skype. Preferirei non servissero ma servono eccome. Serve pazienza anche per passare la giornata ad aspettare di parlarsi e poi finire a raccontarsi cosa si è mangiato a pranzo, se c’era il sole o no e se la coinquilina è tornata a casa o è ancora fuori con quello là.

Serve un libro di ricette perchè ho sfoderato i miei più grandi successi culinari degli ultimi 28 anni e adesso sto raschiando il fondo del barile. Che non sono una massaia ma lo spirito da matrona Italiana si impossessa sempre di me in queste occasioni. Serve davvero perchè lui è più bravo di me a cucinare.

Serve dello spazio per riporre i bagagli di esperienze sentimentali accumulati in questi ultimi anni. Tanti piccoli bagagli per me, uno solo grande grande per lui. Alcuni di questi bagagli sono leggeri e si spostano alla svelta, altri pesano e rimangono in vista, a ricordare che ci sono stati e ancora occupano spazio.

Serve un nuovo vocabolario per colmare le differenze lessicali. Le parole di questo vocabolario sono:  cara ve, ces!, criminale, riposo gli occhi, tesoro. Dal dizionario sono state cancellate altre parole (alcune di queste non andrebbero mai usate a prescindere): baci baci, branda, buondì.

Servono altri due vocabolari, uno per ciascun paese in cui abitiamo.

Serve un piano, perchè a fare questo avanti e indietro mi sono già quasi stancata. Il piano si sta delineando poco per volta, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, sperando che le fondamenta su cui si trama questo piano reggano. Chè non si sa mai, anche i piani meglio pensati possono andare a finire in niente.

E con questo penso di aver preso tutto.

Si parte.

Hai ascoltato la pioggia?

Non voglio parlare di tempo, sia chiaro. Questo è un altro di quei post in cui parlo di un concerto a cui sono andata e il titolo del post è quel che è perchè traduco in Italiano il titolo dell’ultimo album. E questo non è nemmeno un album ma un EP perchè siamo ancora allo stato embrionale di cantante e in un certo modo anche di concerto: il cantante perchè è nato nel ’93 (facendo sembrare Tom Odell un anziano) e il concerto perchè era in un locale molto piccolo con al massimo un centinaio di persone, nonostante fosse sold out.

Per una volta nella breve vita di questa serie di post ci sono buone possibilità che il cantante sia conosciuto in Italia, meno all’estero, nonostante lui sia di Bristol, che è guarda caso in Galles che fa parte del Regno Unito, che sembra essere un po’ il filo conduttore dei mie ultimi post. Comunque divagazioni a parte, il Gallese che mi ha cantato a venti metri un paio di sere fa è George Ezra. E in questo caso è d’obbligo mettere al massimo il volume, e far partire il video in cima al post (sperando che non parta la pubblicità) e ascoltare in religioso silenzio e straordinaria ammirazione il primo minuto e spiccioli di solo voce. La qualità audio del video non rende giustizia alla performance dal vivo, che è ancora più vibrante, ancora più blues, ancora più brivido sulla schiena.

A un certo punto di quel minuto si vede che alza lo sguardo e inizia a guardare il pubblico, uno per uno, e anche l’altra sera mi sono trovata più d’una volta ad avere un prolungato contatto visivo con il mio migliore amico George. Chè anche i cantanti hanno gli occhi e a un certo punto dovranno pur guardare da qualche parte. Per non provocare svenimenti, deve aver scelto di ignorare le teenager in visibilio appena giù dal predellino e si è affidato agli occhi di quelli più contenuti nelle seconde linee del pubblico (che sono contemporaneamente seconde linee e penultime linee visto il bugigattolo in cui ci troviamo). In seconda linea ci siamo io, il mio amico L. e i suoi due compagni di viaggio.

Il mio amico L. l’ho conosciuto ai tempi dell’Erasmus, faceva parte del gruppo di amici hippie da morire che giravano in lungo e in largo la Svezia in autostop, con cui ci si divertiva con poco (tipo rubare le chiavi del monolocale di un amico, riempirgli la stanza di palloncini per vedere la faccia che fa) e che si cibavano di bacche e radici. Infatti prima del concerto mi hanno portato in un ristorante a Vesterbro che serve solo cose biologiche, e avrei trovato la cosa fantastica se nel piatto che ho ordinato ci fosse stato qualcos’altro oltre alla verdura biologica, tipo qualche carboidrato biologico, un legume solingo, o qualcosa che non fosse fatto di fibre e acqua. Fortunatamente c’era la birra più buona che esista a farmi dimenticare (anche un po’ letteralmente) la fame e anche un buon numero di cose da fare la mattina dopo al lavoro, ma questa è un’altra storia.

Il mio amico L. è senza ombra di dubbio lo Svizzero più fantastico che io conosca, e non solo per quella storia dei palloncini o perchè a distanza di anni mi chiama e andiamo a un concerto o perchè quasi tutti gli Svizzeri che conosco abbiano fatto tutto il possibile per risultarmi detestabili. Lui è uno di quelli che un po’ invidio: nella vita fa il critico musicale per un giornale Svizzero che parla di cinema teatro e musica, che non sarà Pitchfork o Rolling Stone, però va a un sacco di concerti gratis. Ok, la paga da giornalista è una miseria così per arrotondare aiuta a organizzare festival cinematografici e anche questo sembra proprio un brutto lavoro. È una vita un po’ sregolata, fatta di non sapere che ne sarà da qui a un mese ma per il momento, a lui, va bene così. Soprattutto perchè da quattro anni a questa parte è una fonte inesauribile di ottimi consigli e perchè anche se siamo cambiati tutti e due quando L. è in giro succedono sempre cose magiche. Dopo il concerto, stavamo andando a prendere una birra, un’altra, e sulla via c’era una chiesa con delle persone dentro. Così siamo entrati e ci hanno dato in mano una candela e sparse per la chiesa c’erano delle foto da guardare in quella luce flebile, che non erano foto bellissima ma io non lo avrei mai trovato senza L.

L. secondo me si è un po’ innamorato di George Ezra e infatti lo aveva già visto a Zurigo ma ha colto l’occasione di rivederlo anche a Copenhagen e non gli si può dare poi torto. Quando fanno quella domanda stupida da Novella 2000 e chiedono “qual è la cosa che attrae di più in un uomo?” e sento rispondere “le mani”, io prenderei quelle stesse mani e assesterei un coppino bello secco: che cosa te ne fai della mani se poi uno ha una voce come Paperino? George Ezra ha una voce che io potrei ascoltare per giorni, unita a uno di quegli accenti british sciogli-mutande che buttiamolo via. Non solo canta con quella voce profondissima ma pure ci parla, come Filippo Timi ma con una faccia un po’ più raccomandabile.

Avevo già ascoltato George Ezra su consiglio di L. qualche mese fa e mi era piaciuto ma se non ci fosse stato lui non so se sarei andata a vederlo suonare. Gli arrangiamenti dell’album sono fatti un po’ alla cazzo di cane, soprattutto quello di Did you hear the rain?, che nella versione Spotify ha per tutti i 2 minuti e 57 di canzone una specie di soffio a ritmo che mi ha dato noia fin dal primo ascolto. Fortunatamente, al concerto George Ezra arriva da solo e suona con la sua chitarrona bene, ma proprio bene, e quando chiude il concerto con questa canzone decreto che chi gli ha mixato l’album dovrebbe essere esposto alla gogna. A un certo punto si mette anche a fare i coretti in farsetto perchè non ha le coriste ma ci piace così, un po’ ruspante.

A metà concerto suona la sua canzone più famosa, Budapest, e racconta in breve la storia che ci sta dietro. A quanto pare, era in giro a fare il backpacker e doveva prendere un treno per andare a Budapest ma lo perse e a Budapest non ci arrivò mai. E ci starebbe un bel chissenefrega, non fosse che la ragione per cui perse il treno era che ha fatto le ore piccole nella bolgia della festa al parco durante l’Eurovision dell’anno scorso a Malmö, a cui ero anch’io. Insomma, Geroge Ezra: uno di noi.

Ammetto che la voce e le musiche fanno la parte del leone, mentre i testi sono un po’ miseri ma il ragazzo ha potenziale. A vostro rischio e pericolo lascio qui sotto il video a un’altra sua canzone che sto cantando ininterrottamente da due giorni e che mi ci vorrà un esorcista per mandarla via dalla mia mente. Schiacciate play, se avete il coraggio.

Canzoni da un altro amore

(Il titolo ha una precisa ragione di essere e non sono semplicemente in una fase iper-melodrammatica: se la precedente recensione del concerto era la traduzione italiana del titolo dell’album di Moonface anche qui seguo lo stesso schema. Oh, che gioia che mi dà fare le cose con uno schema! Anche se a dire il vero questa è la traduzione del primo EP di Tom Odell, la traduzione dell’album è Lunga via giù ma mi piaceva più Canzoni da un altro amore, un po’ perchè si traduce meglio e un po’ perchè calza di più con la storia che vado a raccontare. A voler ben vedere, anche Lunga via giù ha un suo senso visto che il concetto che vuole rappresentare è che ci sono miliardi di modi di incasinarsi l’esistenza e che al peggio non c’è mai fine. Comunque il post è mio, il titolo pure, quindi poche storie e chiudiamo questa parentesi infinita)

La stagione concerti di un certo spessore è continuata questa settimana con Tom Odell. Tom chi? No, dai, questo almeno è semi-famoso. Ha vinto i Brit Awards l’anno scorso e quest’anno è stato almeno nominato. Io come al solito non so se lo radio in Italia lo hanno nemmeno mai passato, ma mi affido alla clemenza dei critici musicali nostrani e spero che il mondo sappia almeno la sua canzone più famosa.

Io, per conto mio, che vivo attaccata a Spotify ma che ascolto poco o niente la radio, lo avevo già sentito in qualche playlist e lì per lì non ne ero rimasta impressionata. Insomma bravo, ma non mi faceva smuovere al punto da mettermi in moto un Giovedì sera per andare a sentirlo suonare fino in Danimarca (va detto che dalla porta di casa a mia a Copenhagen centro ci vuole un’ora giusta, quindi poi tutto questo viaggio non è!). Poi è successo il miracolo: ho intercettato quasi per sbaglio la ripresa di un suo live su youtube, lo stesso che ho messo in cima e, spoiler!, anche in fondo al post. Ed è stato proprio amore a primo ascolto, perchè se anche era un video a me veniva voglia di ballare, cantare le canzoni o addirittura fare solo il labiale credendoci tantissimo, che forse è ancora peggio. E quindi ho comprato il biglietto. Uno solo, come al solito di fretta e senza pensarci troppo, presa dall’ansia che finissero.

Solo il giorno dopo ho scritto alla mia coperta di Linus che abita a Copenhagen e gli ho chiesto se voleva accompagnarmi e questo a scatola chiusa ha comprato il biglietto. Tempo due giorni è successo quello che ho già spiegato, e cioè che lui si trasferirà presto a fucking Cardiff per lavoro, quindi l’innocente concerto diventa d’improvviso una delle nostre ultime uscite, se non proprio l’ultima.

La serata inizia tranquilla, con un panino in stazione e il racconto dell’impresa di trovare un lavoro in 48 ore d’orologio e le mie mille congratulazioni. Arriviamo al concerto e il leit motif della conversazione per tutta la serata è la possibilità di ricominciare dall’inizio, perchè tutti facciamo cazzate e ci lasciamo alle spalle persone che non vorremmo più vedere, quindi avere la possibilità di andare in un posto totalmente nuovo è un indulto per il tuo karma. Ma, come scopriremo presto, il karma è una troia, con o senza indulto.

La ridente città di Copenhagen conta all’incirca un milione di abitanti. A spanne, non ci saranno state più di mille persone al concerto, quindi la possibilità che la ex ragazza del mio amico fosse presente al concerto è una su mille. E come Gianni Morandi profetizza, una su mille ce la fa. Io, grazie al cielo non l’ho incontrata, l’ha vista lui sulla via del bagno. Lui è tornato impietrito e mi ha raccontato l’accaduto: con lei che gli chiede insistentemente con chi è venuto e lui che non le risponde, perchè se non facciamo delle scene che nemmeno a Un posto al sole non stiamo bene. Da quanto ne so, lui a un certo punto, ormai un po’ di tempo fa, si era costituito dicendole della mia esistenza, anche se tecnicamente quando io c’ero loro non erano insieme, e lei ha addossato ogni responsabilità dell’accaduto su di me. Non sul suo ragazzo, che se non ricordo male c’era anche lui!, ma solo su quel serpente concupitore che sarei io. Immaginiamo quindi lo spirito con cui abbiamo affrontato il concerto, lui che si stramaledice per essere andato al bagno proprio in quel momento e io che mi guardo le spalle da una tizia che nemmeno so che faccia abbia. Tom, salvaci tu!

Tom, infatti sembra un po’ un angelo, arriva sul palco con una camicia bianca presa direttamente dalla pubblicità della Dash di un paio di taglie più larghe della sua, portata a mo’ di giacca con sotto una canottiera nera e con un capello biondissimo con un taglio che se io fossi il suo parrucchiere non mi vanterei e che nell’insieme lo fa sembrare ben diverso dai cantanti per cui le ragazzine impazziscono al giorno d’oggi. Perchè Tom Odell ha 23 anni e non è brutto, canta canzoni d’amore e sfido io una teenager qualsiasi a non avere un debole per lui (come si vede nel video sopra, con quindicenni in delirio che gli urlano I love you a ogni pie’ sospinto). Infatti io mi ero preparata a farmi largo tra una fitta coltre di ormoni e di fare la parte della tardona in mezzo a tutta questa gioventù: viene fuori che Tom piace a tutte e tutti, senza differenza d’età o sesso, anche se sospetto che le giovanissime siano state scoraggiate a venirlo a vedere dal prezzo del biglietto che non era proprio gratis.

E già che ci siamo vorrei fare un appello al pubblico Danese che va ai concerti: la volete chiudere quella cazzo di bocca e tacere per tutta la durata dello spettacolo? Già è da maleducati parlare quando il gruppo spalla apre il concerto ma che cosa avrete da dirvi di così importante per non riuscire a tenervelo per voi nemmeno quando è il turno dell’artista principale? Pubblico Danese, sei un po’ ingodibile, sappilo.

Tom Odell suona il piano, ma non è Raphael Gualazzi o Renzo Rubino, anche se pure lui quando suona non sa stare fermo, ma a noi ci piacciono quelli con un po’ di ADHD. Poi ha alle spalle una band con un batterista, un chitarrista e un bassista/contrabbassista che ci conferma senza ombra di dubbio la nota teoria che il bassista di ogni band è sempre il più figo. Tom Odell è di scuola Sprigsteeniana, perchè inizia le canzoni contando One Two Three Four, da non confondere con la scuola dell’istruttore di spinning con le chiappe di marmo che invece conta a decrescere.

Se durante il concerto di Moonface avevo avuto un momento catartico in cui tutte le cose del mondo avevano senso e io ero in pace, così non è successo questa volta, ma non si può avere tutto! In compenso penso che lo spettacolo nel complesso sia stato davvero memorabile. Lui ha cantato e ha tenuto alta il livello dell’esibizione per tutto il concerto dall’inizio alla fine: le canzoni sono abbastanza varie e per questo si sono alternati momenti di piano e voce a pezzi quasi gridati. Seguono una serie di paragoni che mi sono venuti in mente durante il concerto e che per i palati più fini suoneranno come delle bestemmie in chiesa: Leonard Cohen ventenne preso bene, Glen Hansard senza chitarra, Jeff Buckley in un giorno felice, Elton John etero, Joe Cocker con la voce di un ragazzo. Spero di non aver fatto svenire nessuno.

Specialmente le ultime tre canzoni che ha fatto, See if I careI just want to make love to you (ovviamente non sua!) e Cruel (che è quella qua sotto), hanno alzato la temperatura della sala del concerto, come se già non ci fosse  già caldo abbastanza, e il concerto ha preso una piega inaspettata verso un blues da ascoltare con le tapparelle abbassate, intenti in ben più dilettevoli attività, che è stata una nota assolutamente gradita dalla sottoscritta.

A fine concerto, ho notato con piacere che il mio accompagnatore si era ripreso (un po’) dall’incontro e il concerto gli era piaciuto davvero. Per evitare le code al guardaroba e altre piazzate ci siamo fiondati al guardaroba quasi subito e poi fuori sotto la pioggia, con ancora un po’ di blues addosso, ma se questa deve essere la fine almeno l’abbiamo chiusa in grande stile.

Questa è la fine di un’epoca

Verso le sei di sera mi è arrivata una mail, è di uno che si definisce il mio “former spooner”. Mi dice che ha due notizie, una bella e una brutta. Gli dico di dirmi la brutta per prima. Dice che mi lascia. Io non capisco, non stiamo (più) insieme, come pensa di lasciarmi? Allora gli chiedo qual è la bella notizia. Dice che ha trovato lavoro. In fucking Galles.

Da un lato, sono contenta che io sia una delle prime persone che ha pensato di avvisare, nonostante il tempo che è passato, lo spooning e, soprattutto, gli altri cazzi e mazzi che ci siamo sciroppati. Siamo rimasti in buoni rapporti. Di quei rapporti che io sono bravissima a crearmi e per cui anche lui ha un certo talento, quelli in cui non è finita fino alla fine e la fine sembra non arrivare mai. Che non penso a lui una volta al giorno, e nemmeno una a settimana forse, ma che quando lo vedo mi rendo conto che nonostante i cazzi e mazzi di cui sopra è forse la persona che mi ha conosciuto meglio in questi ultimi anni.

Ci siamo incontrati a Dicembre del 2010 in Svizzera, facevamo parte dello stesso gruppo di lavoro, entrambi a fare il dottorato in Scandinavia, entrambe a vederci ogni sei mesi in giro per l’Europa durante meeting di lavoro. Solo che noi si abitava vicini, in due paesi diversi ma vicini. Durante uno di questi meeting io, con il mio solito spirito da Madre Teresa, lo avevo invitato a una festa a casa mia di lì a una settimana e gli avevo detto che sarebbe potuto rimanere a dormire per non dover tornare a casa nottetempo. Io mi ero posta il problema di possibili momenti imbarazzanti per decidere chi avrebbe dormito dove ma sono stati brillantemente risolti da una terapia antibiotica a cui si stava sottoponendo e che lo fece collassare sul mio letto alle 10 di sera, io cinque ore dopo mi andrò ad addormentare su un materasso di fortuna. Viva la cavalleria. Da lì al passo successivo c’è voluto poco e non c’è voluto troppo nemmeno al passo successivo ancora, quello in cui la sua ex-ragazza giorno dopo giorno se lo riprende senza trovare alcuna resistenza da parte mia, non troppo convinta di volermelo tenere. Negli anni ci sono stati tira e molla, promesse a me stessa che mai e poi mai avrei ceduto alle lusinghe, ma soprattutto momenti imbarazzanti con i nostri colleghi durante i meeting in cui, la segretezza di quegli incontri era minata da dettagli snocciolati soprappensiero e relative arrampicate sugli specchi per giustificare la conoscenza di certi dettagli delle rispettive esistenze.

Quello non sarà stato un amore travolgente, era sicuramente un altro calesse, ma conto sulle dita di una mano le cose che non gli ho detto. Non ci vediamo spesso, anche se abita solo di là dal ponte, ma era una di quelle copertine di Linus che sono solita lasciare in giro: magari non le usi da un po’ ma sai che comunque sono lì da qualche parte. E per quanto ne so anche lui mi crede la sua coperta di Linus in terra Svedese.

Questa cosa della coperta di Linus a vederla scritta mi sembra di un cinismo incredibile, ma fino a che ad essere così disillusi si è in due che male si fa?

Il fatto che le persone se ne vadano di continuo è il problema di essere a casa in un paese che alla fine casa non è. Per quanto ce lo continuiamo a ripetere che gli Svedesi non mordono e che gli si può parlare, come un mantra con cui vogliamo autoconvincerci, va sempre a finire che le persone che ho attorno sono dei nomadi come me (cosa c’è da ridere? Non ho detto gonadi). Era già successo, sta succedendo e succederà ancora, fino a quando non sarò io a levare le tende.

Non sono triste, sto solo prendendo coscienza di questo stato delle cose. Anzi, mi è anche spuntato un sorriso in faccia per saperlo finalmente con un lavoro, anche se le cose sono successe così in fretta, prima intervista l’altro ieri, seconda intervista ieri e oggi la comunicazione ufficiale. Lunedì parte per un sopralluogo del fucking Galles. Non ho ancora capito quando si trasferirà ma ne parleremo Giovedì sera, quando andiamo insieme al concerto.

Ma di questo e del concerto ne parleremo poi. Per il momento ho voluto mettere questo titolo importante e banale, chè alla fine la fine di un’epoca non è. Soprattutto per lui, questo è l’inizio di un’epoca.

Giulia con i pantaloni su II

Non che se ne sentisse il bisogno ma devo (devo!) raccontare il concerto di Moonface di ieri sera. Nella vita e quindi anche qui tendo a vivere di proiezioni di quello che sarà e poi mi dimentico di quello che succede davvero nella realtà, mi dimentico di riportarlo e me ne dimentico io.

Di solito, come preparazione a un concerto, ascolto a ripetizione quello specifico cantante, nemmeno dovessi studiare per un esame e poi dopo il concerto ho una specie di rifiuto dell’ascolto che dura per qualche mese. Con Moonface però è stato diverso: da quando ho comprato il biglietto ho centellinato gli ascolti, concedendomelo solo quando camminavo per strada con la neve che cadeva, che va bene che non abito a Capo Verde però non è successo spessissimo. Così sono arrivata a ieri con la mente sgombra.

Alla fine non sono andata da sola, il mio coinquilino di quattro anni fa, lo stesso che mi aveva trascinato al precedente concerto di Moonface, è venuto con me. Il che mi rende una Giulia con i pantaloni su un po’ a metà nelle intenzioni originali della favola della donna semi-indipendente, però è stato bello condividere quest’esperienza con lui, una delle persone con cui avrei dovuto passare più tempo, ma che le contingenze (e la pigrizia?) hanno fatto sì che fosse più una comparsa che una vera e propria presenza negli ultimi anni. Tanto più che fra un po’ si trasferisce in Kazakistan e buonanotte al secchio di andare a fare i presi bene ai concerti. Perchè lui è un po’ barbarian, sometimes.

Comunque, su queste panche di una chiesa sconsacrata si è consumato il concerto. Non c’erano tante persone, a spanne più o meno 200, e il concerto non era nemmeno sold out, ma tanto meglio, visto che noi eravamo in quinta fila in posizione perfetta non solo per sentirlo ma anche per vederlo suonare. A proposito di gente che va da sola ai concerti, nella fila davanti alla nostra c’era un signore sui cinquant’anni che era seduto lì e per tutto il tempo prima del concerto si girava a guardare l’uscita, si alzava in piedi, controllava il telefono. Aveva un aspetto buffo già di suo, non bello e con un qualcosa che gli dava l’aria di essere fuori posto. Ho voluto credere che avesse dato appuntamento a qualcuno. E che lei (o lui) non sia venuto. L’ho rivisto mentre uscivamo dopo aver recuperato le giacche al guardaroba: era ancora da solo e mi sembrava sorridesse.

Adesso però la smetto di divagare e prometto che racconto del concerto. Come ha detto lui prima di iniziare a suonare, per la prossima ora e mezza ci sono io da solo che suono il piano, so che è noioso quindi se ve ne volete andare non c’è problema, non mi offendo. Che poi lui quando canta ha questa voce piena e forte ma appena toglie le mani dal pianoforte e si mette a parlare con il pubblico tra una canzone e l’altra si vede che è un timidone e il tono si fa più flebile, quasi un sussurro, dice le sue cosine che non capisci se ci è o ci fa, fa un sorriso dritto e sottile che intravedi appena i denti  e poi ritorna a suonare. Sorprendentemente ha parlato parecchio con il pubblico, ha dato l’impressione di essere quasi felice e non più il lanciatore di libri della volta scorsa.

La ragione per questa felicità forse è data dal fatto che adesso vive a Helsinki, come ha tenuto a farci sapere prima di cantare Helsinki winter 2013. Visto che non pretendo che la sua storia personale sia conosciuta come quella di una Kardashian qualsiasi faccio un riassunto. Qualche anno fa Moonface si lascia con la morosa e la band in cui suona si scioglie, per non impazzire appena prima dell’inverno si trasferisce da Montreal a Helsinki, dove però si rende conto che non c’è niente da fare per cui inizia a suonare il piano come terapia occupazionale. Più o meno accidentalmente c’è una donna a Helsinki (Julia?) ma fino ad ora non ci era dato sapere cosa fosse successo dopo.

Io nella mia infinita tracigicità mi ero fatta persuasa che lui fosse tornato da dove se ne fosse venuto, complice l’ultima canzone dell’album, Your chariot awaits. Una delle cose che amo dei concerti è che canzoni che non mi avevano colpito fino a quel momento tutto a un tratto mi esplodono davanti: è un emozione difficile da spiegare, come un’epifania, ed è bellissimo e speciale ogni volta. Questo mi è capitato con Your chariot awaits, nella sua fiera rassegnazione di un’alba triste prima di una partenza. E ovviamente ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale.

Invece contro ogni previsione Julia, la finlandese Julia, sembra avercela fatta a superare l’inverno con Moonface e un po’ sono contenta per lui. Dall’altra parte dell’oceano però è rimasta Jenny Lee, quella della canzone che ho messo all’inizio, una canzone che non è nemmeno nell’album ma che suona solo dal vivo, come fosse una nota a margine, per non far pesare il confronto a Julia, per non esporsi del tutto. Jenny Lee è rimasta in Canada, è tornata nella parte in cui parlano inglese perchè lei ha avuto il buon senso di chiedere per qualcosa di più, mentre lui è andato a inseguire Julia in Finlandia, (And now you live back with the anglophiles/ And I am where my lover needed me to go/ And I love her so I step onto the ice/ While you possess the common sense to demand paradise). Brivididabadibidi, per le parole e per la musica.

I brividi venivano perchè lui suonava il piano non solo con le mani ma con tutto il corpo, tanto che a un certo punto la testa ondeggiava avanti e indietro a ritmo della musica e i capelli lunghi arrivavano dove ci sono le corde e io mi chiedevo se fosse possibile che gli si incastrasse la chioma in mezzo a tutte quei meccanismi che ci sono dentro a un pianoforte. Per la cronaca non si è incastrato. Ma quando non rischiava il trauma cranico dondolandosi, lui e il suo pianoforte facevano cose difficili da raccontare. Sono difficili da spiegare i mille riverberi che si propagavano nel silenzio della chiesa nelle pause dalla durata più perfetta che si possa immaginare; i pianissimo e i fortissimo, ma soprattutto gli ultimi; gli arpeggi infiniti, ripetuti cento volte sempre con una piccola variazione che non volevano essere una dimostrazione di bravura ma sembravano più un prendere fiato, uno sperimentare sul posto, un momento privato in cui lui stesso si stava perdendo per poi ricordarsi che invece ha davanti un pubblico e deve continuare.

In definitiva, nel caso non si fosse capito, mi è piaciuto il concerto e tutto quello che c’è stato attorno. Ero un po’ meno soddisfatta del ritardo del treno e della sveglia maledetta di stamattina, però ne valeva la pena anche solo per tornare a casa da sola per le strade deserte ascoltando nelle cuffie ancora Moonface, come se non fosse stato abbastanza.

Giulia con i pantaloni su

Ero indecisa sul da farsi: il caso vuole che la stessa sera ci siano ben due concerti interessanti. Ormai stavo tergiversando da un mesetto davanti alla pagina di billietkungen, valutavo i pro e i contro delle due proposte, facevo calcoli sulla fattibilità logistica visto che i concerti sono un martedì.

Poi l’altra sera attorno a mezzanotte ho visto questo, ho mandato a quel paese quei baggiani dei Bombay Bicycle Club e ho sentito solo il bisogno irrefrenabile di andarlo a sentire. Per la seconda volta. La prima volta, ne parlai anche su queste pagine, non fu proprio un incontro felicissimo. Mi aveva convinto ad andare un coinquilino dei tempi dell’Erasmus e io che mi faccio convincere davvero con poco, avevo ascoltato il disco mezza volta, constatato che non si trattasse di epic metal o hip-hop (che sono le due cose al mondo che proprio non posso godere) ed ero andata. Mi colpirono i bassi, non solo emotivamente ma anche fisicamente perchè erano veramente troppo marcati credo per colpa di un fonico con un principio di sordità, e mi colpì quasi anche un libro che dopo averlo decantatato per un pezzo il cantante, Moonface, lanciò dal palco.

Fu così che il buon Moonface, all’anagrafe canadese Spencer Krug, dopo aver fatto un mediocre disco rock incazzato con un accenno di paturnie, fa perdere le sue tracce per un annetto buono e alla fine di ottobre mi ritrovo per le mani il suo nuovo disco con dieci pezzi fatto solo di voce e pianoforte.

Immaginiamo il mio stupore quando l’ho ascoltato per la prima volta.

Ora immaginiamo il mio stupore quando mi sono resa conto che mi piaceva pure.
A me.
Io che sostengo che Einaudi, Allevi, Yiruma siano i Modà per quelli un po’ snob, mi sciolgo davanti alla musica di quello che lanciava i libri fino ad un anno fa.

Per tutto c’è una spiegazione. Il buon Spencer Krug ha scritto questo disco l’anno scorso (2012? 2011? non ci è dato sapere con esattezza) quando dopo un’ecatombe di sfighe tra cui scioglimento della sua band e mollamento con la fidanzata decide di trasferirsi ad Helsinki proprio quando l’inverno sta per cominciare. Che idea felice. Per non suicidarsi, decide di acquistare un pianoforte e resosi conto che in inverno ad Helsinki non c’è veramente un cazzo da fare suona e scrive un sacco. In realtà, Spencer non è così sprovveduto come ci vuole far credere perchè ad Helsinki ci sono i Siinai (quelli con cui ha fatto il disco del lancio del libro) e una donna, alla facciazza della fidanzata che l’ha mollato, quindi proprio da solo ad espiare i suoi peccati al freddo e al gelo non era. Però gli va riconosciuto che sbarcare un inverno scandinavo non è cosa facile e penso che sia proprio per questo che Spencer questa volta ha colpito e soprattutto affondato.

Ed è così che la sera tra il 9 e il 10 Gennaio ho comprato un solo biglietto per il concerto. Proprio il  giorno in cui cade il quarto anniversario di vita in Svezia. Alla fine non so se andrò da sola, magari quel mio amico dello scorso concerto vuole venire e ho un paio di altre persone a cui potrebbe interessare ma se anche dovessi essere sola non mi preoccuperei più di tanto. Un concerto per piano e voce in una chiesa non richiede una grande compagnia per essere apprezzato. Ti siedi lì e lo ascolti abbassando ogni guardia.

E pensi a tutto quello che è successo negli ultimi quattro anni. A tutti quelli che ci sono stati, tenendo bene in mente che l’unica che è rimasta e rimarrà alla fine sono io e che everyone has to build themselves up alla fine della fiera, perchè in posti come questo volersi bene è fondamentale.

Buon anniversario a me, una Giulia con i pantaloni su qualsiasi. A me soltanto.

Matt Berninger, prega per noi


I wanna hurry home to you
Put on a slow dum show for you
and crack you up.

So you can put a blue ribbon on my brain
god I am very very frightened
I’ll over do it.

Se dicessi che le canzoni sono dei piccoli vasi di Pandora dentro a cui ci vanno a cadere momenti speciali, direi una banalità. E infatti l’ho detta. Mannaggia!

Sarò così prevedibile perchè mi arriva poco ossigeno al cervello visto che è da mesi che sono già in iperventilazione perchè questo sabato, finalmente, vado a vedere, sentire, cantare i The National.

Chi hai detto che vai a sentire? I The National. E chi sono, di grazia?

Io non so se i The National sono famosi in Italia, se MTV li ha mai passati o anche una radio qualsiasi. Comunque i The National sono, a mio modesto parere, una delle band migliori che gli anni 0 abbiano visto. E, ovviamente, una band che ha segnato nel bene e nel male questo ultimo anno e mezzo.

Per ragioni fumose che anch’io fatico a spiegarmi, come vedevo la copertina di High violet (il loro penultimo album) apparire nel lettore di Spotify io mandavo avanti la canzone senza possibilità di redenzione, per cui ho dovuto aspettare fino a quando sono capitata per caso ad ascoltare Brainy, che è di un altro album, un pomeriggio qualunque poco prima di Pasqua 2012. (You know I keep your fingerprints in a pink folder in the middle of my table) Fu quella batteria dominante e che cambia in continuazione che mi ha trascinato dentro il baratro dei The National, facendomi passare anche la paura fottuta per le canzoni di High violet, chè tanto ormai era uscita anche la exteded version che aveva una copertina che mi creava meno repulsione immotivata.

Il caso vuole che proprio in HIgh Violet ci fosse una canzone intitolata England (You must be somewhere in London, you must be loving your life in the rain) e chi è che sarebbe partita a giorni per una vacanza (che poi si rivelerà tragicomica) a Londra? Io, of course. E non potevo per nessuna ragione al mondo lasciarmi scappare l’occasione di avere una colonna sonora semi-personalizzata per una quattro giorni con un mio amico invaghito di me e quello che la ggente crede che sia il mio ragazzo (e che invece è solo un caro amico che si è ritrovato, sapendolo dall’inizio, a fare da chaperone). Mi ricordo che quando arrivavo in albergo (una stanza in una casa vittoriana a Bayswater con il pavimento in pendenza) distrutta da una giornata in giro mi coricavo a letto mi mettevo nelle orecchie i The National, per isolarmi per un momento da quel mondo di chiacchiere che dopo quei giorni di compagnia forzata iniziavano a diventare un po’ vuote di significati.

Una volta tornata a casa ho continuato ad ascoltarli e ad apprezzarli sempre di più, ascoltanto prevalentemente i loro tre album più recenti, High Violet, Boxer e Alligator.

Proprio da Alligator viene un’altra canzone in cui sono inciampata. Era in Olanda, avevo avuto una giornata pessima al lavoro e lui sarebbe arrivato da lì a poco a casa mia. Mi ero sdraiata sul letto, ero stanca e nervosa perchè avevo l’ansia da prestazione per quella serata, avevo lasciato acceso Spotify con l’impostazione radio, quella che più random non si può!, e inizia questa canzone (Oh come, come be my waitress and serve me tonight, serve me the sky tonight) La ascolto impegnandomi perchè non voglio perdermi nemmeno una nota, perchè era esattamente la musica che volevo sentire in un momento come quello, anche se non avevo idea di che canzone fosse. Non faccio in tempo ad andare a controllare il titolo che suona il citofono. E’ arrivato.

Quando sono ritornata in Inghilterra questa primavera mi è sembrato ovvio rispolverare la vecchia colonna sonora che tanto aveva dato soddisfazioni l’anno precedente, per cui mi sono fatta proprio una playlist che si chiama “England”, la fantasia proprio.
Il caso vuole che durante un film con il Belga (il Belga! Guarda chi andiamo a rispolverare…) la canzone finale del film su cui se hai un cuore da qualche parte ti viene un magone infinito e su cui scorrono i titoli di coda (che ci siamo visti tutti fino all’ultimo dei truccatori) era questa (Don’t leave my hyper heart alone on the water, cover me in rag and bones. sympathy. cause I don’t wanna get over you). Da allora questa canzone che già è tristissima di suo, ha guadagnato il gusto extra dell’atmosfera di quelle settimana, di un’amicizia che, va be’, mi ha fatto stare bene e mi ha fatto pensare parecchio. Alle opportunità, al coglierle, allo sprecarle.

Come se questo non fosse sufficiente per far capire che la mia grama vita e quella dei The National tutti sono legate a doppio filo, quando sono ancora in Inghilterra, poco prima che i fantasmi Olandesi ritornassero, i The National rilasciano ben due singoli del loro nuovo album (Cannot stay here I can’t sleep on the floor, drink the blood and hang the palms on the door, do not think I am going places anymore, wanna see the sun com up above New York) Da lì a poco seguirà un album, che purtroppo non amerò incredibilmente come i precedenti, quelli con le canzoni che canto ad alta voce sulla via di casa, che tanto non incrocio mai nessuno, e quelle volte che succede gli sorrido e continuo sulla mia strada. L’unica che salvo è forse (I am having troubles inside my skin, I try to keep my skeletons in, I’ll be a friend and a fuck up and everything but I’ll never be averything you ever wanted me to be. I keep coming back here were everything… slipped)

Sto notando che con il continuare di questo post le citazioni delle canzoni diventano sempre più lunghe, quindi è forse il caso di piantarla qui prima che diventii, più di quanto già non sia ora, una lunga lista di dediche da Smemoranda.

Matt Berninger, io ti vengo a vedere questo sabato. Per favore, tu apri tutti i vasi di Pandora che trovi. Non avere pietà. Chè in questo periodo un po’ grigio ho bisogno che mi rimescoli dentro tutte le emozioni di questi mesi passati insieme.

(In tutto questo sproloquio non ho commentato la canzone iniziale, Slow show, che secondo me è la più onesta dichiarazione d’amore (se, e dico SE, l’amore esiste) che si possa mai fare)