Etichettato: DIario

Una fisarmonica e i tetti dai camini alti e il sacro cuore. E poi.

Questa è la scena con cui ho salutato Parigi (e te).

Ero sulla RER in direzione dell’aeroporto e questa volta, come la precedente, mi ha preso un po’ di malinconia quando ci siamo salutati. Sul treno c’era un mendicante che suonava una melodia con la fisarmonica e la carrozza riaffiorava dalla galleria, con Parigi che sfilava fuori dal finestrino.

C’erano i binari del treno e i fili che come onde si muovevano su e giù. Palazzoni alti e sottili, con camini a gruppi di tre o quattro che affollavano quei tetti dalla forma che non so spiegare ma che si vede solo a Parigi.

A un certo punto dalla selva dei palazzoni, in mezzo a due caseggiati marroni, si vede la collina di Montmartre e il Sacro Cuore.Da lontano e in mezzo a tutta quella desolazione è ancora più imponente rispetto a quando ci sei dentro e vedi tutta Parigi (ma non la Tour Eiffel).

A vederlo così mi è sembrato tutto ovvio: non siamo altro che un’isola di cose belle in mezzo a tutto il resto, dozzinale e indistinguibile.

Volevo fare una foto, per ricordarmi di quella sensazione, per averne una prova visiva. Ma quando ho finalmente trovato il telefono in un angolo nascosto della borsa era troppo tardi. Il Sacro Cuore era sparito di nuovo dietro ai palazzi e il momento era passato. E il tempo è poco, quasi insufficiente per capire cosa sta succedendo, troppo poco quasi per farne un ricordo.

E poi.

E poi non so cos’è successo. Giorno dopo giorno tu hai fatto un passo indietro, detto una parola di meno. Fino a quando sei scomparso per poi riapparire ora. Sei sfuggente, o meglio sfuggi e basta, e quando ti chiedo delle spiegazioni mi dici che hai degli impegni e io non voglio delle spiegazioni scritte in un fumetto. Le voglio sentite dire da una voce vera.

Non devono essere spiegazioni buone, non ci deve essere per forza un buon motivo, ma voglio capire. Hai visto che verbi uso? Dovere e volere, e non al condizionale. Perchè se ancora non ti era chiaro, sono una che non lascia le cose incompiute. O meglio non lascio certe cose incompiute. Oggi, più che ieri, grazie a degli incontri casuali che ti fanno aprire gli occhi, so che tu sei una di quelle certe cose per cui è necessario sporcarsi le mani, è doveroso sporcarsi le mani. Mi sembra di non aver dato tutto il possibile, di non essermi messa dentro a questa storia mostrandomi completamente. Sono stata sincera ma non trasparente, sono stata carina ma non brillante.

Il problema è che quando ti parlo ancora balbetto e le parole a volte mi escono un po’ stropicciate e per una settimana prima di ogni incontro mi sveglio all’alba e non riesco più a riaddomentarmi. Forse è per questo: perchè quando ti vedo sono in debito di sonno e a volte fatico a mettere una frase insieme, che diciamocelo, non sono proprio degli ottimi presupposti.

Non voglio forzarti di fare quello che tu non vuoi, se non vuoi, ma io sono pronta adesso e voglio farlo e devo.

Perchè tu sei diverso, in mezzo a tutto questo ciarpame, dozzinale e indistinguibile.

 

 

(La prossima volta che mi trovate a scrivere robe melense di questo genere siete autorizzati a spararmi a vista)

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Fine primo tempo

(Se mi dicessero che questa è l’unica canzone che posso ascoltare da qui alla fine dei miei giorni, non la prenderei troppo male)

Sono arrivata a poco più di metà della mia avventura Albionese ed è già tempo di bilanci. Così come è successo durante il periodo Olandese, sono felice. Sono felice della stessa felicità per cui non c’è niente di incredibilmente perfetto da farmi svegliare alla mattina con un sorriso. Ma che lo voglia o no, quel sorriso ce l’ho in faccia.

Sono quasi quattro settimane. Ci sono stati giorni in cui mi sono chiesta che cosa ci facevo qui. Per la prima settimana non ho nemmeno disfatto la valigia, ce l’avevo aperta in mezzo alla camera, con ancora i vestiti piegati all’interno. Nemmeno dovessi decidere di chiuderla, prendere la porta e tornare da dove sono venuta. E invece niente, dopo un po’ la valigia l’ho disfatta e adesso ci ho pure preso gusto.

Scrivo di sabato sera, perchè sono a casa. Il sabato sera a casa era una cosa che non mi succedeva da secoli: il fine settimana, per me sacro e dedicato a qualsiasi attività purchè fuori di casa e in compagnia, non è più imprescindibile. Alla fine qui conosco una manciata di persone, nella casa stasera penso ci saremo solo io e la Cinese.

L’Italiano è probabilmente fuori con la Brasiliana (ve l’avevo detto che c’è una Brasiliana? No? Bè, mi sta sul cazzo e questo è più o meno quanto). L’Algerino è disperso altrove. L’Hondurena visto che non spiccica una parola di Inglese è andata a Vienna per una settimana, magari il Tedesco le riesce più congeniale. L’Indiano se ne è andato e non ritorna più. Il Tedesco sta copulando con la sua ragazza (poichè ho scoperto che questa è la ragione per cui non è mai a casa). Il Belga sta copulando con la sua ragazza pure lui, probabilmente, visto che per qualche giorno è a Londra, con lei e mille altre persone. E io invece sono qui, con la piantina di basilico che il Belga mi ha pregato di curargli in sua assenza, come in una rivisitazione della scena finale di “Leon”, dove alla fine rimango da sola, io con la piantina. Che poi io nemmeno le so curare le piante e se non ci si crede, chiedete a mia mamma del genocidio botanico quella volta che i miei sono andati in vacanza per una settimana e mi hanno lasciato i vasi da innaffiare. Ho seriamente pensato che i miei mi avrebbero disconosciuta quella volta.

Le altre persone che conosco sono le ragazze del laboratorio e con loro sono uscita ieri sera. Alle cinque siamo andate al pub per “una birra”, che è diventata un’altra birra, che è diventata una cena, seguita da tre giri di sambuca e ancora una birra. Morale della favola, alle undici il pub ha chiuso e ci ha buttato per strada, che mai fu così difficile da percorrere anche se erano solo dieci minuti fino alla mia prigione. Oltre a non avere il senso della misura per l’alcool, devo dire che quelle ragazze mi piacciono. A differenza di molta altra gente che conosco attraverso il lavoro, non si prendono troppo sul serio, il che è sempre un valore aggiunto quando il tuo progetto di ricerca riguarda cose che nemmeno a quelli che lavorano nel tuo campo gliene potrebbe fregare di meno.

Questo è il mucchietto di persone che mi accompagnano in questa avventura. Certo, ci sono tutti gli altri, quelli che sono disseminati da qualche parte nel mondo e che di tanto in tanto mi mandano una e-mail con dentro un po’ d’amore sfuso.

E sono felice.

Inizio a sospettare che la ragione di questa estasi, la mia droga, sia questa possibilità che mi è stata data, quella di viaggiare. Una vita da semi-nomade. La vita in Svezia, quattro mesi di fuga in Olanda, un paio in Svezia e poi ancora in Inghilterra. Ogni volta che approdo in un posto nuovo ho la possibilità di ripartire da zero. Zero è un numero che fa un po’ paura però è il brivido che conta, che ti dà la scossa e ti fa cominciare. Ogni volta posso reinventarmi ed essere quello che voglio.

In Svezia, all’inizio, ero quella piena di buoni sentimenti, quella che fa-la-cosa-giusta e dio solo sa a quali terribili risultati ha portato tutta la mia voglia di correttezza.

In Olanda sono diventata Italiana, ho rispolverato un amore per la mia nazione e per le persone che ci vivono. Come ogni mio amore, anche quello per l’Italia è un amore mal riposto, mi pare di capire.

Qui sono una radical-chic che ognuno nel mondo si dovrebbe sentire in dovere di odiare, imparo di film che anche la mamma del regista si è rifiutata di vedere e il Belga mi legge le poesie decadenti mentre mangio gli involtini primavera, mia unica vera fonte di sostentamento.

Il problema è che non posso condurre una vita con la data di scadenza in eterno. Verrà il giorno in cui dovrò mettere la testa a posto, in un unico posto, e provare a rimanerci. Temo quel giorno e allo stesso modo lo aspetto curiosa, per vedere chi sarò allora e quanto detestabile sarò diventata. Per il momento mi godo l’effimera felicità di questa nuova vita, che tra tre settimane finirà in un secondo, proprio come è incominciata.

Le mie prigioni

(Johnny Cash era più figo quando era Joaquin Phoenix, comunque)

Un primo aggiornamento dalla terribile Albione. Che a chiamarla Albione ci ho preso gusto e se il tempo è dalla mia vorrei quasi fare un salto a vedere il vallo di Adriano, giusto per dare un tono ancora più epico a questa calata nel Regno Unito.

Scrivo per descrivere dove sono e cosa sono, a futura memoria.

La casa in cui alloggio ha conquistato in cinque minuti al massimo lo pseudonimo di prigione. La mia cella camera è un cubotto di 9 metri quadri, con lato 3 per 3. L’arredamento può essere descritto come spartano, con un eccesso di generosità verso Sparta e i suoi usi, ed è dotato di un lavabo in camera. La turca in camera, come nelle migliori prigioni di Caracas non c’è, mi devo fare un piano di scale per arrivare al primo pisciatoio disponibile. Le pareti sono bianchine, una fa eccezione ed è grigina, la porta è grigia e il copriletto in comodato d’uso è azzurrino. Per terra, nella mia camera e ovunque, moquette. Moquette a spruzzo. Scale coperte di moquette, uffici universitari con la moquette, moquette con macchie dei secoli nei secoli amen.

Poi io ce l’ho sempre avuto qualche problema di relazione con la moquette, forse per copla di mia madre che mi lanciava anatemi di micosi e altre malattie appena mi azzardavo a camminare senza ciabatte in un albergo (con la moquette, ovviamente). E forse proprio per la sovraesposizione da moquette, a me questa nuova casa ha destato qualche sospetto fin da principio.

Quando arrivai, all’alba di Lunedì!, iniziai a dare un’occhiata in giro (dopo aver scoperto la miserrima dotazione della mia camera). Una vasca da bagno (roba che non vedeva dal 1997), un water, una doccia, un altro water, dieci porte che danno su altrettante stanze e una cucina in cui, fatta eccezione per un bidone dell’immondizia semi pieno, non si scorge traccia di passaggio umano. Apro il frigo per cercare di capire le abitudini alimentari degli autoctoni, e soprattutto, se gli autoctoni esistono. Il frigo è quasi pieno, ci sono bigliettini con i nomi su alcuni ripiani. Ad oggi, coloro che hanno apposto il nome sul cibo non sono ancora stati avvistati. Probabilmente se scrivi il tuo nome e lo metti in frigo morirai dopo sette giorni.

Con il passare dei giorni, sporadicamente, è stata avvistata un po’ di umanità varia, che vi vado a descrivere.

La cinese. Ogni casa condivisa che si rispetti ha una Cinese, che come tradizione parla un Inglese demmerda. A differenza mia, lei sembra apprezzare il comfort della sua cella, tanto che una volta cucinato il pasto corre a mangiarselo in camera. Spesso ho l’impressione che mi dica di sì ma non capisca davvero quello che dico.

L’algerino atipico. Questo mi ha fatto un agguato mentre io ero sulla via per il bagno. Volevo andare a fare la pipì tantissimo e non appena chiudo la porta, ecco che si apre la porta in fronte alla mia: “Ciao, ho sentito qualcuno e volevo vedere chi era!”. Per la serie: chi sei? dove vai? un fiorino! Dopo una sosta in bagno ci sediamo in cucina per fare due chiacchiere. Dice che è Algerino, anche se i tratti nord Africani non ce li ha proprio, ma visto che io sono ignorante come una capra sospetto che ci sia qualche influenza colonica nella sua stirpe e non do peso alla vicenda. Questo suona in un gruppo di musica andalusa (WTF?!) e dopo dieci minuti che parliamo mi sta già troppo addosso: domani mattina andiamo insieme in Università, ci iscriviamo insieme in palestra, andiamo a fare la spesa insieme. Ragazzo, se vuoi possiamo anche sincronizzare i nostri respiri e poi siamo una cosa sola: dammi spazio! Con mia somma sorpresa, dopo avermi promesso sincronia eterna ha metodicamente mancato ogni appuntamento che avevo proposto, nonostante una certa riluttanza nel proporre tali incontri. Ciò nonostante, quando Mercoledì sera ho rincasato alle 11 mi è venuto a bussare alla porta chiedendomi dove ero stata. La più grande canottiera del secolo: non stare addosso!

L’hondureña. Questa più che una coinquilina è un personaggio mitologico. Apparsa due volte in cucina, manco fosse la madonna del monte, con una tazza di plastica in mano si scalda un po’ d’acqua e se ne va. Il suo Inglese è talmente terribile che mi stupisco che sia sopravvissuta in questa nazione per due mesi. Mossa a pietà e per la mancanza di comprensione anche per le domande più basilari (tipo, in che stanza sei? Lei risponde, Sì, mi prendo un po’ di acqua calda) ho provato a parlare Spagnolo e si sappia che il mio Spagnolo è pressochè inesistente. Alle mie domande in Spagnolo lei mi rispondeva sempre in modalità random in Inglese. Probabilmente avrà pensato che sono come una di quei turisti Europei che vanno in vacanza in Centro America e credono di essere autoctoni perchè possono dire La cuenta por favor. Comunque lei adora il mio nome e l’ultima volta che mi ha visto si è messa a cantare una canzone.

L’Italiano. Sappiate che se dovessi morire è per mano sua.  L’ho incontrato sul pianerottolo e mentre io tentavo di ingaggiare una conversazione, forte del fatto che condividiamo la stessa lingua, notavo che lui si teneva saldo alla maniglia della porta della sua camera, lanciando il chiaro messaggio che di parlare con me non ne aveva proprio voglia. I successivi incontri sono stati brevi e io, come mio solito, tenevo banco mentre lui rispondeva a stento e con monosillabi. Gli si sono illuminati gli occhi solo quando ha visto che sto leggendo un libro di Vargas Llosa, per il resto penso che non mi possa reggere. Spera che io decida di ritornare da dove sono venuta il più presto possibile e che le mie corde vocali si recidano nottetempo, così almeno la chiudo ogni tanto quella ciabatta urlante che mi ritrovo al posto della bocca. Ogni mio tentativo di coinvolgerlo in attività di gruppo si sta rivelando vano. (Perchè nel caso ci fosse qualche dubbio, mi sono autoeletta anima trascinante di questa armata Brancaleone e sono determinata ad instaurare un regime di socialità minima tra gli occupanti di questa altrimenti tristissima prigione)

Il Belga. Questo è l’unico che mi sta dando qualche soddisfazione. Oltre ad aver proposto di vedere un film di Jim Jarmush e ad aver avuto più d’una conversazione con me, questo ha anche capito che questa casa, così com’è, è un covo di pazzi. Un posto in cui ognuno ha il suo piatto e il suo bicchiere, la sua padellina e che appena finito di mangiare tutto scompare in una qualche scansia della cucina. Un posto in cui le persone non sono quasi mai fuori dalle proprie stanze e se ci sono tendono a rientrarci il prima possibile. Mi ha anche chiesto: ma come ti è venuto di venire qui appena prima delle vacanze di Pasqua? Caro mio, io faccio scelte prive di senso dal 1986: perchè cambiare proprio ora? Per noia, per mancanza di spunti e per il totale collasso di altre storie pregresse, penso che mi stia prendendo una mezza cotta per il Belga. Sospetto sia gay, ma questa non sarebbe poi una novità per le mie infatuazioni.

Ci sono altre quattro stanze che non hanno un occupante ad oggi, per cui nuovi e improbabili personaggi potrebbero capitare sulla via nei prossimi giorni. E il mistero continua…

L’importante è partecipare

Come se fosse necessario un ennesimo commento a questa tornata elettorale. Come se a qualcuno gliene importasse qualcosa, io lo voglio raccontare.

Nel caso non si fosse capito, io abito in Svezia e non mi sono voluta iscrivere all’AIRE, per cui mi prendo le mie responsabilità e muovo il culo, prenotando con mesi di anticipo il volo, spendendo poco con una compagnia low-cost. No, non quella Irlandese, l’altra.

Esco da lavoro verso le tre per non perdere il volo, mi precipito in aeroporto e dopo che il personale di terra ci ha stipato oltre i cancelletti dell’imbarco, come un branco di lama, aspettiamo che si aprano le porte. All’improvviso un annuncio “Ops, si sono rotti i freni”. Niente paura, solo sette ore dopo arriverà un altro aereo per portarci a destinazione.

L’aereo decolla nel cuore della notte ma dopo poco sono svegliata da un odore acido. Il ragazzo seduto dietro di me aveva deciso di ammazzare l’attesa in aeroporto bevendosi una caraffa di birra (cioè, un sudoku, no?) e si è messo a vomitare a spruzzo. Lo trascinano in bagno, ma nel frattempo due dei suoi amici vomitano pure loro per simpatia. E su un aereo non è che puoi aprire un finestrino, ecco. Arrivo alle cinque di mattina a casa disgustata e stremata, ringraziando quelle anime pie dei miei genitori che mi sono venuti a prendere all’aeroporto ad un orario improponibile, in un revival dei vecchi tempi in cui andavamo a ballare e poi c’era il genitore sfigato di turno che ti veniva a prendere alle 3 e un quarto.

Il giorno dopo, con troppe poche ore di sonno sulle spalle, arriva Narnia. Venti centimetri di neve si sono ammonticchiati nel giro di qualche ora, le strade erano impraticabili perchè alla provincia hanno tirato la cinghia sui mezzi antineve e io ero bloccata a casa e non ho potuto incontrare i miei amici.

Domenica sono andata a votare, prima del primo rilevamento a mezzogiorno, come al solito, nel turno con gli anziani coi problemi di insonnia, dei contadinotti che scendono in paese per il mercato e delle beghine che vanno a messa. So che è il turno degli sfigati ma le tradizioni sono tradizioni e lo faccio per dare un vago valore statistico a questi rilevamenti del Quirinale.

Lunedì mio padre mi dà un passaggio in aeroporto. Abbiamo chiacchierato tanto, una di quelle chiacchiere intense come la giornata che sarebbe arrivata da lì  a poco. Abbiamo parlato di lavoro, di futuro e di politica. Lui era ottimista, credeva che si sarebbero smacchiati leopardi, giaguari e tutte le fantasie animalier. L’ho abbracciato forte e l’ho salutato con un sorriso in faccia, credendoci anche.

L’imbarco per l’aereo del ritorno era alle 3, in concomitanza con l’uscita delgi exit-poll, maledetta a me e a quando prenoto gli aerei senza controllare questi dettagli. Non ho internet e gironzolo nervosa in prossimità degli schermi sperando che il finto telegiornale filo-mediaset di Malpensa trasmetta qualcosa che non sia un oroscopo o i risultati di Serie A. Arriva l’ultima chiamata e degli exit-poll neanche l’ombra.

Appena sbarco accendo il telefono. Mi connetto e mentre cammino spedita per il lungo corridoio cerco di caricare la pagina di Repubblica. Sono le cinque e mezza: Bersani è al 37%, Berlusconi al 29%, Grillo sotto il 20. Sussurro “Sì!” e mi avvio spedita verso la stazione dei treni, perdo la connessione wireless che ritroverò solo dopo una mezz’ora.

Quando ho nuovamente accesso a internet e posso ricontrollare i risultati su Repubblica penso ad uno scherzo. Bè, non c’è bisogno di raccontare quello che è successo. Lo sappiamo tutti, lo sanno pure gli Svedesi, quindi conto sul fatto che i risultati elettorali siano di dominio pubblico.

Ho controllato la pagina mille volte: in treno, alla fermata dell’autobus, sull’autobus, ma niente: i risultati si ostinavano a non cambiare. Anzi, se possibile peggioravano! Piango la prima volta sulla via di casa, mentre trascino la valigia. Chi mi ha incrociato deve aver pensato a tutto il peggio del mondo ma di sicuro non che stavo piangendo perchè i miei connazionali sono un branco di pecoroni ignoranti.

Appena arrivo a casa chiamo a casa per un commento a caldo. C’è solo mia madre. Nemmeno un minuto e sono ancora in lacrime. Questa volta piango semplicemente perchè ho ammesso ad alta voce che le elezioni erano andate di merda. Me la prendo quasi con lei, taglio corto e dico che non voglio parlare. Inizio a disfare la mia misera valigia del fine settimana elettorale, cerco di mendare giù qualcosa anche se la fame proprio non c’è.

Visto che mi sono ricomposta decido di chiamare a casa di nuovo a casa per rassicurarli. Stavolta c’è anche mio padre e anche lui come me è visibilmente incazzato, ma cerca lo stesso di rassicurarmi. Dice che comunque le cose si metteranno a posto, in qualche modo, che non mi devo preoccupare, che io sono fortunata perchè sono all’estero e che loro, anche nella peggiore delle ipotesi se la caveranno. Io nel frattempo mi sono messa a piangere di nuovo. Questa volta piango per tutte quelle brave persone come i miei genitori che si ritrovano in questo cul de sac, il risultato di anni di lobotomie di massa, nasi turati, memorie corte.

La serata passa ascoltando La7 e ricevendo messaggi su facebook e skype da tanti amici, anche loro sbigottiti da quanto successo.

In ultimo mi ha chiamato pure lui, quello del tuffo, se ne parlò sul blog l’ultima volta anche qualche tempo fa. Anche con lui è andata in scena la solita tribuna politica, le lamentele, le domande che rimarranno senza risposta (ma se noi non l’abbiamo votato chi l’ha fatto? dici che dobbiamo tornare in Italia a votare un’altra volta?).

Poi abbiamo cambiato discorso. Come a dimenticarci di quello che era successo. Abbiamo parlato di vacanze, di tende, di estati, di primavere, di fine settimana, di aerei. Ho riso finalmente, perchè lui mi fa ridere sempre. Non sono sicura che quei piani prenderanno davvero vita, se l’ho capito almeno un po’ non dovrei sperarci troppo. Almeno per un’ora quella sera non ho pensato a tutti questi brutti pensieri che la mia nazione mi dispensa a larghe mani ogni volta che i suoi cittadini sono chiamati a eleggere democraticamente chi deve rappresentarli.

Giannino voleva Fare per fermare il declino.

Io sono dell’idea di Flirtare per fermare il declino.

Serramenti

(Che poi uno i serramenti non li deve per forza chiudere, no?)

Succede che ci sono delle sere di Gennaio in cui uno si rimane da soli con i propri pensieri e non si può fare a meno di farsi delle domande (che non bisognerebbe farsi in una fredda sera di Gennaio), tipo “Dove sarò tra cinque anni?”, “Che cosa starò facendo?” o più in generale “Che cazzo sto facendo ora della mia esistenza?”.

Questa vita da nomade in cui mi sono cacciata è bella. Quando siedi a un bar e racconti la tua storia, le città in cui vivi, hai vissuto e in cui tornerai o meno ci sono persone che genuinamente ti invidiano. Peccato, che con questo stile abitativo molto temporaneo non sia possibile creare legami stabili. Non con cose, luoghi e sopratutto persone.

Le persone sono il vero problema: apri porte, finestre e tapparelle, fai entrare persone nella tua vita, altre escono e alla fine è un bazar in cui tanti passano e pochi rimangono. Forse è così per tutti ma la mancanza di un luogo fisico in cui raccogliere tutte queste persone fa sentire il loro passaggio ancora più fugace.

Le persone non sono il problema: il problema è che uno ci si affeziona alle persone, in meno di un giorno, forse meno di un’ora. Disaffezionarsi è il problema.

Succede che ho aperto una finestra per qualcuno. Volevo farlo entrare, lo volevo così tanto che mi svegliavo nel cuore della notte per pensare a quanto sarebbe stato bello se. Immagino che volere a volte non sia abbastanza. Non so se anche lui aveva le stesse intenzioni, così forti, ma è certo che se c’è qualcuno che ha mancato di volontà è stato lui. Lo dico senza rancore: mi sono messa in gioco, ho chiesto, ho scritto, ho ballato, ho sorriso. Adesso scrollo le spalle. Mancano pochi giorni alla fine dell’Appartamento Olandese e ho già due valigie da riportarmi in Svezia, non mi posso portare dietro altri fantasmi.

Succede che avevo socchiuso una porta tempo fa. Fortunatamente non sono l’unica persona al mondo che fa questa vita raminga e succede che io e lui ci veniamo a trovare nella stessa nazione. Ai capi opposti, ma sempre nello stesso Stato, e fino ad ora non era mai successo. Ci sentiamo, parliamo, ridiamo, io sorrido di quel sorrido che lui conosce bene. Lui mi racconta della sua vita Olandese, temporanea come la mia, e dei suoi nuovi incontri, del suo mentore, una ragazza Italiana di Pisa. Gli dico che dovrebbe provarci, perchè io sono una disinvolta e incentivo i miei ex ragazzi a saltare addosso a chiunque gli capiti a tiro.

E lì lui si mette a parlare di porte. Dice che ha chiuso parecchie porte e prima di aprirne di nuove vorrebbe cercare di capire se ne ha lasciata una socchiusa. Forse ci vedremo la prossima settimana. Forse.

Di lui mi piace che posso prenderlo in giro e lui può prendere in giro me. È bello ed insieme siamo uno il complemento dell’altro. Lui capisce quello che faccio al lavoro, frustrazioni, scazzi, (rare) gioie. Crede che io sappia cucinare,l’illuso. Tra noi due lui è la fighetta, io sono quella tutta d’un pezzo che dà consigli e sa consolare. Lui è la drama queen della situazione e la interpreta con la maestria di uno che ha vissuto in un paese del Sud Europa per tutta la vita con una punta di esoticità lasciata da quegli anni in cui era nella sua isoletta in mezzo all’Atlantico.

Di lui non mi piace che per almeno altri quattro mesi non saremo nella stessa nazione e nemmeno in paesi confinanti. Russa come un trattore e ovviamente dorme abbracciato a me, con la pesta appoggiata al mio collo. A volte non sa di avere torto e non sa fermarsi anche quando sa di fare un errore. Di lui non mi piace che tradì la sua ragazza di allora (con me…) e lei non lo è mai venuto a sapere.

Penso alle porte, socchiuse e non, al fatto che non mi sono svegliata stanotte a pensare quanto sarebbe bello se ci incontrassimo la prossima settimana, ma ho sognato l’altro, quello della finestra, quello che mi fa scrollare le spalle. Poi oggi quando il maledetto subconscio era domato ho pensato alle porte, se aprirle, se lasciarle come sono.

Ho promessa a me stessa di ricordarmi che devo morire, penso che farsi prendere dall’entusiasmo per essere finalmente nello stesso posto possa giustificare un incontro, ma quanti altri fine settimana dovremo incontrarci prima di capire cosa dobbiamo fare con questa porta?

NON propositi per il nuovo anno ma opere di bene/3

Questo è l’ultimo proposito opera di bene, credo. Ci sarebbero altri frilioni di cose su cui dovrei aggiustare il tiro (oh, le gioie di essere le più grandi critiche di sé stesse!) ma credo di aver già messo parecchia carne al fuoco.

Ricapitolando, avevo deciso che ci sarebbero stati meno sìssignore e più sticazzi e che I need a fashion shower.

L’ultimo punto che vorrei aggiungere alla mia lista dice ricordati che devi morire.

Adesso spiego. Non che consideri l’eventualità come necessariamente prossima, ma come il frate dice a Troisi in Non ci resta che piangere, ecco: ricordatelo. Infatti mo’ me lo segno.

Chè alla fine io potrei stare qui e annoiarvi con le mie paturnie cosmiche però il nostro tempo è finito (in quanto non destinato a perdurare in eterno) e alla fine c’è da prendere ciò che viene quando viene. E dico prendere non inteso come accontentarsi ma come cogliere ogni occasione. Infatti, mentre io sono qui sul letto, a scrivere queste righe con il computer incastrato tra una costola e una gamba prima di prepararmi per stasera, là fuori il tempo scorre, le persone fanno cose e tu (e io) abbiamo meno tempo di quello che avevamo quando hai iniziato a leggere (scrivere) questa frase. E anche se il concetto è banale adesso che anche tu ne sei a conoscenza l’importante è non farsi prendere dal panico.

Chiudere il computer e iniziare a correre in tondo con le mani nei capelli per l’ansia che potrei averti messo addosso non serve: quello che bisogna fare è farsi prendere da un panico costruttivo.

Per questo, quando capita uno di quei giorni in cui tutto va troppo bene, quando cammini per strada canticchiando nella tua testa “I’m walking on sunshine” e ci credi pure, quello è il momento giusto per farsi prendere dal panico. Un’ansia di vivere, di assaporare appieno quei momenti perchè tempi come quelli non capitano tutti i giorni.

Quest’anno voglio fare cose, non pensarci troppo, sbagliare, rifarle, sbagliare di nuovo, rimanerci male o magari essere soddisfatta. Perchè alla fine devi morire. Magari nel 2113 ma è matematicamente provato che capiterà. E allora tanto vale arrivarci con un sacco di  esperienze e storie da raccontare ai bisnipoti (o ai gatti) piuttosto che essere quella che ha centrato l’obiettivo, si è accontentata e si è seduta lì, smettendo di vivere. Ecco, io non mi voglio sedere, quest’anno rimango in piedi, oh se rimango in piedi.

Cari miei, vi auguro un 2013 pieno di tutte le cose bellissime che volete voi. E ricordatevi che dovete morire.

Caro Babbo Natale, porta un po’ di buon senso in Olanda.

Devo rivelare che prima di scrivere un post passo ore, a volte giorni, a cercare una canzone che faccia da sottofondo. Mi piace trovare una canzone che in qualche modo si riconduca al contenuto di ciò che ho intenzione di scrivere, e mi piace trovare una canzone che mi piace. A volte il nesso tra la canzone e il post è palese, altre volte è uno stupido gioco di parole, altre volte ancora c’ho le mie cose e decido io quello che voglio mettere e basta così.

In questo caso volevo mettere una bella canzone di un artista Olandese. Idea banale ma tutto sommato pertinente. Allora mi accoccolo sulla mia poltrona con il portatile sulle ginocchia (che è il mio locus amoenus per scrivere) e penso. Penso. Penso. Penso di non conoscere nessun cantante Olandese. Tuttavia, in casi estremi come questi c’è sempre Wikipedia. Della interminabile lista di cantanti di dubbia fama Olandesi ho riconosciuto, due punti, elenco numerato, 1. Anouk (che credevo Finlandese), 2. i van Halen (ma nemmeno tutti i Van Halen, solo il bassista e il fonico, tipo) e 3. i Caesars. Gli ultimi li conosciamo per questo motivetto, apposto qui sopra che tanto ci piace cantare a perdi voce, ignari del significato del testo. Quindi questo vi tocca.

Ho trovato questa ricerca abbastanza esemplificativa di quello che è la vita in Olanda. Il loro modo di vivere va secondo alla regola che hanno quello che gli serve ma rifiutano l’eccesso. Fatta eccezione con l’eccesso alcolico, chè quello dalle Alpi in su è un requisito minimo per la cittadinanza.

Per quanto ne posso aver capito io (che ricordiamo essere in questi lidi da due mesi e quindi non sono la voce più autorevole in socio-psicologia Olandese) tutto quel mito della combo droga-sesso legale non è altro che un richiamo per turisti. Non senti due che discorrono per strada accordandosi per la cannetta del giovedì, quindi non pensiate che questi trombino o fumino con la stessa frequenza con cui giocano a squash (e io non ho mai visto tanti campi di squash in tutta la mia vita).

Dicevo che questi Olandesi sono una noia. Noia. No-ia.

Se già gli Svedesi non sono questa vagonata di simpatia, almeno sono carucci e sono sempre posati e gentili e a confronto mi trovo a rimpiangere i Vichinghi. Infatti un clichè sugli Olandesi (che in realtà è un dato di fatto) è che siano persone molto schiette, gente che non te la manda a dire. Se devono farti un’osservazione non si preoccupano certo di indorare la pillola e vanno dritti al punto che questi non hanno mica tempo da perdere (che alle 6 devono cenare!) quindi la reazione media del non Olandese è una forte depressione e la sensazione che il mondo (Olandese) ce l’abbia con lui. In realtà loro lo fanno per te e per la tua crescita personale, però cari miei se foste in grado di far crescere anche le vostre capacità dialettiche non sarebbe male.

Quantomeno tutta questa voglia di dire la propria potrebbe essere sfruttata per darti un onesto parere quando devi andare a fare shopping, così eviteremmo di comprare tubini aderenti di paillettes rossi, per dire.

Ah, no dimenticavo. Non esiste un qualsivoglia gusto nel vestire. Dal lunedì alla domenica qui ci si mette le stesse cose, le stesse scarpe, lo stesso trucco. Si salvano con le megagalattiche catene intercontinentali, il caro socialismo fashion della Scandinavia, perchè se aspettavamo di vedere la moda autoctona allora mi sarei trovata a rimpiangere le bancarelle dei Cinesi del mercato del Mercoledì. Enzo Miccio, perdonali perchè non sanno quello che fanno.

Ma torniamo in carreggiata perchè se ho voluto scrivere questo post è perchè volevo infamare questa nazione per la barbarie con cui festeggiano il Natale. Erano i primi di Novembre e ricevo una e-mail annunciando di non prendere impegni per il 5 di Dicembre (largo anticipo tutto Nord Europeo) che si sarebbe festeggiato San Nicola al Dipartimento in cui lavoro. La missiva era firmata da un certo Pietro Nero (Zwarte Piet), lì per lì non gli do peso e mi concentro a ridere di loro perchè mandano queste mail quando ho ancora il crone di halloween in faccia. Solo dopo capii che il problema era un altro.

L’ultimo fine settimana di Novembre mi trovavo in centro per alcune commissioni e mi accorgo che un preoccupante numero di bambini è vestito con un costume tipo paggetto fatto al 200% acrilico che se due bambini si scontrano si rischia l’autocombustione. Il modello è questo, se foste interessati in usi e soprattutto costumi. La cosa mi puzza ma continuo a pensare che questi Olandesi sono dei burloni e forse il 24 Novembre è il Paggeto-Day. Solo dopo capirò che quel giorno arrivava San Nicola, in persona personalmente, da Madrid per festeggiare il compleanno in Olanda (scelta peraltro discutibile) a bordo di una nave che sarebbe arrivata a destinazione solo quindici giorni dopo (maledette chiuse Olandesi). A bordo della nave, il vegliardo Nicola e frotte di Pietri Neri. Che sono più o meno così:

San Nicola, Pietri Neri e un bambino che a giudicare dalla faccia sta vivendo uno degli attimi più felici della sua vita

Io, oltre a non essere un esperto in socio-psicologia Olandese, non ho nemmeno preso una laurea in storia moderna, però se non ricordo male gli Olandesi hanno avuto un periodo in cui andavano in lungo e in largo per i mari colonizzando instaurando relazioni di natura politico-economica con nazioni extra Europee. E se tanto mi da tanto questi hanno fatto due conti e hanno pensato: “Facciamo una cosa divertentissima: San Nicola arriva a bordo di una nave e i suoi aiutanti sono tanti uomini di colore, che tanto ci sono utili nei nostri possedimenti oltre mare e che lavorano così alacremente senza essere pagati! Come siamo simpatici! Tutti i bambini lo adoreranno!”.

In pratica, ogni anno in Olanda si festeggia il Natale al gusto colonialismo, con miriadi di adulti e bambini che si colorano il viso come un natio del Gabon incuranti di tutto lo schifo che i loro avi hanno disseminato in passato per il mondo.

Un po’ come se i bambini Tedeschi si vestissero da piccoli Hitler a Pasqua.

Per questo invoco e chiedo:

Caro Babbo Natale,

se ci sei davvero vieni a riprenderti il tuo fratello scemo San Nicola e tutta la sua corte sub-equatoriale. Riporta un po’ di buon senso in questa nazione, dona loro buon gusto, decenza e se riesci fagli chiudere quella bocca ogni tanto. 

In fondo sono brave persone e se me la prendo con loro è solo perchè ho un blog su cui scrivere e non li posso dipingere a tinte pastello, altrimenti sarei noiosa. Però devo confermare che sono tirchi. Tirchissimi. Babbo, già che ci sei, fagli spendere un po’ di soldi a cazzo e se non li vogliono spendere prendi una banconota dai loro portafogli e fai una donazione all’Unicef o una roba del genere, che almeno fanno del bene in giro e spargiamo un po’ di buoni sentimenti che è Natale (quasi).

Per me Babbo non portare niente che a me ci penso io e per quest’anno va bene così.

Ci si vede in giro,

Tua Frou (un po’ Svedese ma non Olandese)