Etichettato: entropia

Matt Berninger, prega per noi


I wanna hurry home to you
Put on a slow dum show for you
and crack you up.

So you can put a blue ribbon on my brain
god I am very very frightened
I’ll over do it.

Se dicessi che le canzoni sono dei piccoli vasi di Pandora dentro a cui ci vanno a cadere momenti speciali, direi una banalità. E infatti l’ho detta. Mannaggia!

Sarò così prevedibile perchè mi arriva poco ossigeno al cervello visto che è da mesi che sono già in iperventilazione perchè questo sabato, finalmente, vado a vedere, sentire, cantare i The National.

Chi hai detto che vai a sentire? I The National. E chi sono, di grazia?

Io non so se i The National sono famosi in Italia, se MTV li ha mai passati o anche una radio qualsiasi. Comunque i The National sono, a mio modesto parere, una delle band migliori che gli anni 0 abbiano visto. E, ovviamente, una band che ha segnato nel bene e nel male questo ultimo anno e mezzo.

Per ragioni fumose che anch’io fatico a spiegarmi, come vedevo la copertina di High violet (il loro penultimo album) apparire nel lettore di Spotify io mandavo avanti la canzone senza possibilità di redenzione, per cui ho dovuto aspettare fino a quando sono capitata per caso ad ascoltare Brainy, che è di un altro album, un pomeriggio qualunque poco prima di Pasqua 2012. (You know I keep your fingerprints in a pink folder in the middle of my table) Fu quella batteria dominante e che cambia in continuazione che mi ha trascinato dentro il baratro dei The National, facendomi passare anche la paura fottuta per le canzoni di High violet, chè tanto ormai era uscita anche la exteded version che aveva una copertina che mi creava meno repulsione immotivata.

Il caso vuole che proprio in HIgh Violet ci fosse una canzone intitolata England (You must be somewhere in London, you must be loving your life in the rain) e chi è che sarebbe partita a giorni per una vacanza (che poi si rivelerà tragicomica) a Londra? Io, of course. E non potevo per nessuna ragione al mondo lasciarmi scappare l’occasione di avere una colonna sonora semi-personalizzata per una quattro giorni con un mio amico invaghito di me e quello che la ggente crede che sia il mio ragazzo (e che invece è solo un caro amico che si è ritrovato, sapendolo dall’inizio, a fare da chaperone). Mi ricordo che quando arrivavo in albergo (una stanza in una casa vittoriana a Bayswater con il pavimento in pendenza) distrutta da una giornata in giro mi coricavo a letto mi mettevo nelle orecchie i The National, per isolarmi per un momento da quel mondo di chiacchiere che dopo quei giorni di compagnia forzata iniziavano a diventare un po’ vuote di significati.

Una volta tornata a casa ho continuato ad ascoltarli e ad apprezzarli sempre di più, ascoltanto prevalentemente i loro tre album più recenti, High Violet, Boxer e Alligator.

Proprio da Alligator viene un’altra canzone in cui sono inciampata. Era in Olanda, avevo avuto una giornata pessima al lavoro e lui sarebbe arrivato da lì a poco a casa mia. Mi ero sdraiata sul letto, ero stanca e nervosa perchè avevo l’ansia da prestazione per quella serata, avevo lasciato acceso Spotify con l’impostazione radio, quella che più random non si può!, e inizia questa canzone (Oh come, come be my waitress and serve me tonight, serve me the sky tonight) La ascolto impegnandomi perchè non voglio perdermi nemmeno una nota, perchè era esattamente la musica che volevo sentire in un momento come quello, anche se non avevo idea di che canzone fosse. Non faccio in tempo ad andare a controllare il titolo che suona il citofono. E’ arrivato.

Quando sono ritornata in Inghilterra questa primavera mi è sembrato ovvio rispolverare la vecchia colonna sonora che tanto aveva dato soddisfazioni l’anno precedente, per cui mi sono fatta proprio una playlist che si chiama “England”, la fantasia proprio.
Il caso vuole che durante un film con il Belga (il Belga! Guarda chi andiamo a rispolverare…) la canzone finale del film su cui se hai un cuore da qualche parte ti viene un magone infinito e su cui scorrono i titoli di coda (che ci siamo visti tutti fino all’ultimo dei truccatori) era questa (Don’t leave my hyper heart alone on the water, cover me in rag and bones. sympathy. cause I don’t wanna get over you). Da allora questa canzone che già è tristissima di suo, ha guadagnato il gusto extra dell’atmosfera di quelle settimana, di un’amicizia che, va be’, mi ha fatto stare bene e mi ha fatto pensare parecchio. Alle opportunità, al coglierle, allo sprecarle.

Come se questo non fosse sufficiente per far capire che la mia grama vita e quella dei The National tutti sono legate a doppio filo, quando sono ancora in Inghilterra, poco prima che i fantasmi Olandesi ritornassero, i The National rilasciano ben due singoli del loro nuovo album (Cannot stay here I can’t sleep on the floor, drink the blood and hang the palms on the door, do not think I am going places anymore, wanna see the sun com up above New York) Da lì a poco seguirà un album, che purtroppo non amerò incredibilmente come i precedenti, quelli con le canzoni che canto ad alta voce sulla via di casa, che tanto non incrocio mai nessuno, e quelle volte che succede gli sorrido e continuo sulla mia strada. L’unica che salvo è forse (I am having troubles inside my skin, I try to keep my skeletons in, I’ll be a friend and a fuck up and everything but I’ll never be averything you ever wanted me to be. I keep coming back here were everything… slipped)

Sto notando che con il continuare di questo post le citazioni delle canzoni diventano sempre più lunghe, quindi è forse il caso di piantarla qui prima che diventii, più di quanto già non sia ora, una lunga lista di dediche da Smemoranda.

Matt Berninger, io ti vengo a vedere questo sabato. Per favore, tu apri tutti i vasi di Pandora che trovi. Non avere pietà. Chè in questo periodo un po’ grigio ho bisogno che mi rimescoli dentro tutte le emozioni di questi mesi passati insieme.

(In tutto questo sproloquio non ho commentato la canzone iniziale, Slow show, che secondo me è la più onesta dichiarazione d’amore (se, e dico SE, l’amore esiste) che si possa mai fare)

Perfetto.

Premessa: questo post contiene un po’ di disagio. Ho anche messo in cima i Verdena per rendere il tutto ancora più palese. Così, per avvertire.

E’ successo più o meno un mese fa mentre ero in vacanza. Quelle due settimane abbondanti di vacanza che mi sono ritagliata quest’anno, ben meno delle vacanze che mi sarei potuta prendere, ma si sa che qui dentro brucia il fuoco sacro dell’autolesionismo. Di queste due settimane di assenza avevo avvisato ripetutamente tutte le persone che, lavorativamente parlando, avrebbero potuto sentire la mia mancanza. Inutile aggiungere che queste mie e-mail sono state ignorate e mi sono continuate ad arrivare incarichi che dovevano essere fatti asap e che in casi veramente imprescindibili sono state anche svolte dalla sottoscritta asap (autolesionismo: burn burn burn!), con buona pace delle mie vacanze.

Il problema è sorto quando una e-mail diversa dalle altre è arrivata. Questa era la risposta dell’editore di un giornale scientifico riguardo alla pubblicazione di un mio articolo. Questo genere di lettere contengono pareri anonimi sul tuo lavoro e decidono se il tuo articolo può essere pubblicato o meno. Alla prima lettura ho avuto un nodo allo stomaco: gente che nemmeno sai chi è ha sparato a zero sul mio lavoro, chi giudicandolo buono ma con delle mancanze, chi cassandolo senza pietà, chi facendo domande superficiali. Tutti i commenti e le domande che ci (mi) ponevano sembravano essere fatte con spocchia, come se gli avessi fatto perdere il tempo più prezioso della loro vita e mi sentivo personalmente imputata di quelle mancanze verso cui loro puntavano il dito.

La realtà è un’altra. E’ che questa lettera ha toccato due dei miei punti debolissimi in una volta sola: l’iper-auto-responsabilizzazione per gli errori e l’ansia da perfezione.

Non so quale sia l’eziologia di questi mali, forse sono un retaggio della latente cultura cattolica, o una cosa comune tra la popolazione mondiale, tipo l’intolleranza al lattosio, solo che la gente non te lo viene a dire a te che ha certe paranoie. C’è che nel mio piccolo mondo, con la mia piccola esperienza queste paturnie contano e mi influenzano. Il rimuginare all’infinito sul passato, su quello che è andato male, su quello che non ho fatto io. Senza mai pensare che magari io non ero l’unica persona coinvolta in quella situazione, che invece di andare male poteva andare peggio (poteva piovere!).

Da qui alla voglia di uber-perfezione il passo è breve. L’imposizione di standard creati da me medesima su tutto e tutti, che portano alla rimuginazione sul non raggiungere quegli standard, che portano alla creazione di nuovi standard. E questo vale in tutti i campi del pensare e del fare. Al lavoro. Con gli amici. Con me. E ovviamente con gli “amici speciali”.

Quando mia madre mi dice che non è che non lo trovo ma che non lo cerco, mi fa arrabbiare, ma ha ragione. Perchè per me uno normale non va bene nemmeno per provarci, per vedere che succede. C’era quello a cavallo tra l’etero e l’omosessualità (più d’uno), quello che affogava tra mille interessi, quello che aveva problemi di relazione con gli altri, ognuno con le loro piccole peculiari manie, che per me erano le cose che li rendevano speciali.

Perchè questo non è un paese per un Joe Sixpack qualunque. O almeno vedremo.

Alla fine di tutta questa pippa esistenziale, il mio articolo è stato accettato per la pubblicazione. Perchè sono andata oltre alle critiche che avevo visto come personali, le ho affrontate e controbattute. Alcune accettandole, altre rigettandole con delle motivazioni. Un po’ come in una grande metafora di quello che dovrei fare quotidianamente. Invece che stare qui a ripensare a Joe Sixpack.

Legit?

Cari ancora teenager, ho una pessima notizia per voi. Se credevate che i vostri tormenti psico-esistenziali finiranno una volta raggiunta la ventina vi sbagliate di grosso.

Molto probabilmente non raggiungerete nessun equilibrio interiore e la non ancora decennale esperienza in relazioni simil-amorose, maturata fin da quella prima storiella durata tre giorni a Cave di Lavagna, non sarà di alcun aiuto. Se possibile i problemi aumenteranno. E non solo perchè con l’età che cresce crescono anche le responsabilità, ma perchè l’entropia è in costante aumento. Con il tempo che passa incrementiamo continuamente il numero di persone che conosciamo e parallelamente aumenta anche il numero di persone con cui abbiamo avuto qualche intrallazzo. L’espansione di questi due insiemi continua ininterrotta e si interseca, creando quello che viene definito dai migliori studiosi in questo campo come un “gran casino”.

Difatti i confini tra persone che conosci, persone con cui hai auto un intrallazzo e persone con cui vorresti averlo si assottigliano fino a  sovrapporsi e a creare quelle zone d’ombra note come “paranoie”.

Ma facciamo un esempio.

Ipotizziamo che ci sia qualcuno che vi abbia dichiarato ormai un bel pò di tempo fa tutta la sua devozione, usando paroloni che iniziano con la L-word (perchè lo ha dichiarato in inglese) e che voi abbiate accolto tali parole con lo stesso entusiasmo con cui accolgiereste un nuovo album di Gigi d’Alessio. Ipotizziamo anche che il soggetto dichiarante insita nei suoi propositi e che, per quanto la parte di voi più ottimista si illuda che tutto sia passato e sotto controllo, la realtà dimostra che c’è ancora del mal celato interesse nei vostri confronti.

Date queste premesse, vedete da voi che ci sono molti spazi per la creazione di paranoie.

Ad esempio, cosa succederebbe se, per citarne una, vi trovaste ad essere interessate ad un amico di un amico del dichiarante? Immaginiamo che vi venga presentata questa persona in una cena un po’ noiosa, una di quelle cene un po’ svedesi in cui per colmare i vuoti si fanno tanti mm-mm (per capire questa è necessaria una esperienza sul campo Scandinavo). Diciamo che l’amico del dichiarante si porta appresso un soggetto medio, di piacevole aspetto e a differenza dello svedese modello base costui è dotato di loquacità, savoir faire e senso dell’umorismo. E a un certo punto della serata giurereste che vi ha fatto l’occhiolino. Comunque tale individuo, definito come l’aspirante, capita avere numerosi interessi condivisi con il dichiarante che li portano e porteranno a passare tempo insieme, e conseguentemente a passare un potenziale maggiore tempo insieme a voi.

Ora, ritenete possibile che in un futuro, per quanto ipotetico e prossimo, ci possa essere qualcosa fra voi e l’aspirante? Considerate che è ammessa la variabile che l’aspirante possa venire a conoscenza del passato tra voi e il dichiarante e che il coefficiente di sfiga in queste situazioni è di solito nell’ordine di del brilliardo.

Prego, svolgimento!