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Revolucion Buenaventura

Era il 6 Gennaio e stavo per bere un tè che non aveva nessun sapore. Il bar, apparentemente molto rinomato e in pieno centro, si chiamava Buenaventura, Horno San Buenaventura. E se sei una a cui piacciono i segni del destino non puoi fare altro che credere che quella non fosse una coincidenza.

Qui urge un rewind spaventoso perchè la mia latitanza dal blog (che posso spiegare!) rende tutto molto fumoso.
Allora, appena arrivata a Barcellona ricevo la mail da un’azienda a cui avevo mandato un curriculum, di quelli senza troppa speranza messo insieme alla buona, e mi invitano per un colloquio per metà Dicembre. Per due settimane quindi sono stata impegnata nella preparazione di una presentazione su misura per questa azienda, oltre che nell’invio matto e disperatissimo di altri brillioni di CV. Una cosa che ho scoperto in questo mese di Dicembre da disoccupata (anche se in trasferta) è che io sono una che non è capace di rimanere a casa senza far niente. Fare il planning settimanale delle pulizie/lavanderia di tutto, anche il cambio estivo/preparazione di un menù variato e sano non sono cose per me. La vita da casalinga non è il mio pane e nemmeno la vita di quella che se ne va allegra a zonzo senza prospettive in tempi brevi. Mi piacerebbe essere quella che prende e se ne va senza paranoie del futuro e invidio chi lo fa, ma è saltato fuori che questa non è roba per me. Che ci posso fare?! Buono a sapersi, dico io.

Nonostante la lunga preparazione per l’intervista, non ero particolarmente nervosa per il colloquio in sè. Mi sono detta che in qualche modo l’avrei svangata. E se proprio fosse andata male che ci sarebbero state altre occasioni. Così in un viaggio quasi Fantozziano (sveglia alle 3.30 del mattino, taxi e volo alle 6.20. Rientro 10 ore più tardi con un’ora di jet lag e occhiaie da panda) mi sono recata all’intervista. La prima intervista vera della mia vita, se non contiamo quella del dottorato in cui avevano sbagliato a segnare il giorno e nessuno era preparato per ricevermi. Io, nel mio inadeguato look total black con i jeans neri pure loro, non sapevo a cosa andavo incontro. L’intervista andò, a mio parere, peggio delle più tetre previsioni. Durante la mia presentazione sono stata interrotta più volte con domande a bruciapelo e dopo la presentazione non è andata meglio. Praticamente un esame di Chimica Organica di quasi 2 ore, che io chimica non sono, durante il quale stramaledicevo il mio professore di quel corso di inizio triennale, quello che si era lamentato che solo 19 persone su 200 avessero passato l’esame. Esame composto di tre, dico tre!, prove in itinere di durata di tre, ridico tre!, ore ciascuna. Corso in cui l’assistente per le esercitazioni (il Dott. Porta) era stato ripudiato per volontà popolare e sostituito da un dottorando (si chiamava Andrea) che ha fatto più del bene lui in qualche ora che il professore e il Dott. Porta in un corso intero. E con questo vorrei anche aprire una parentesi su quante informazioni totalmente inutili conservo nella mia memoria. Terabyte di ciarpame che vengono buoni solo ad allungare questo post di dimensioni già spropositate.

Dicevo. L’intervista è stata le Termopili, una Caporetto, Waterloo e tutte le altre debacle degli ultimi millenni. Quando il fuoco incrociato di domande è finito mi sono risieduta al tavolone presidenziale con poltrone in pelle umana della sala riunioni e mi è stato detto “Hai qualche domanda da fare tu a noi?”. Che cosa vi chiedo?! Come ho recitato?! Capirai… Sta figuraccia che ho fatto! Ho abbozzato una domanda che nemmeno ricordo e ho disconnesso totalmente. Dopo, quando mi hanno affidato a qualcuno per farmi fare un giro della struttura, penso di aver avuto un’espressione catatonica e di aver annuito a caso e sorriso qua e là. Insomma, un’esperienza fortemente traumatica.

Così, sono tornata a casa con le pive nel sacco e non la volevo più nemmeno nominare quell’intervista. Anzi, ero già pronta il lunedì seguente a ricevere una mail di benservito, visto che poi sarebbero arrivate le vacanze di Natale, e mi ero fatta l’idea che avrebbero scelto prima della pausa. Con mia sorpresa non ci furono più notizie. Non prima di Natale e non dopo. Almeno non fino al 6 Gennaio.

Quel 6 Gennaio, davanti al tè insapore, vedo una mail del responsabile risorse umane che mi chiede un numero di telefono alternativo perchè non riesce a contattarmi ed inizio ad agitarmi. Se mi vuoi dire che non hai scelto me, perchè mi vorresti telefonare? Rispondo e aspetto. Arriva la chiamata ed esco in strada, che era appena meno rumorosa del bar in cui stavo. Mi dicono che il posto è mio, se lo voglio. Seguono, pezzi di frase a caso in inglese mentre mi esibisco in pubblica piazza in una galleria di espressioni di stupore.

Nei giorni seguenti alla telefonata non potuto fare a meno di chiedermi se fossero davvero sicuri, se non ci fosse stato uno scambio di file da qualche parte, se le identità non fossero state confuse. Sai che bello arrivare il primo giorno e sentirsi dire “Ah, ma sei tu?! No, perchè c’è stato un errore… Ma davvero credevi che avessimo scelto te?!”.

A botta fresca ho pianto. Non per la gioia ma per la consapevolezza di avere un sacco di cose da fare in poco tempo, ripartire da zero in un posto nuovo che non conosco, almeno all’inizio da sola, e per dover lasciare una vita da señora che non mi soddisfa ma che ha i suoi vantaggi. Poi ho iniziato a razionalizzare e a pensare che se tra tutti hanno scelto me un motivo ci sarà. Che gli inizi sono sempre un po’ spaventosi. Però un’altra cosa che ho imparato in questi anni è che a me gli inizi mi fanno sì tremare le gambe ma poi mi gasano anche. Sono quelle situazioni in cui devi tirare fuori il meglio di te e questa sfida m’intriga da sempre.

E quindi sono qui, in una camera d’albergo di una cittadina universitaria a nord di Londra, bagnata dal fiume Cam (giusto per non confondersi con quell’altra!), alla ricerca di un nuovo posto da chiamare casa. Ho un contratto firmato nella borsa, un po’ di emozione per il mio primo vero lavoro e anche un po’ di strizza.

Di solito ad inizio anno ci tengo a scrivere un post sui buoni propositi per l’anno nuovo. È una di quelle cose che ritengo imprescindibili, che ci sia un blog da scrivere o che siano riflessioni che faccio tra me e me. Quest’anno invece, un po’ perchè avevo ospiti Svedesi a cavallo del nuovo anno e un po’ perchè il 2 Gennaio sono partita per una vacanza*, non ho scritto niente. E nemmeno mi sono impegnata a pensarci a cosa volevo per questo nuovo anno, in un limbo di procrastinazione e incertezza su ciò che sarebbe stato di me e sarebbe stato meglio per me.

Credo che alla fine questa notizia (leggi botta di culo) sia stata una benedizione. Forse. Così quest’anno il mio proposito è già bello e che pronto. Affrontare a testa alta questa nuova situazione, cercando di trarne tutto il meglio possibile, sia sul lavoro che per il resto. E buenaventura a noi!

*un fantastico mini-foto-reportage della vacanza presto su questi schermi!

30 anni per due

Poi per un po’ la smetto con Paolo Conte.

Solo che in questo caso questa canzone è proprio necessaria. E non solo perchè al concerto di Paolo Conte ci siamo proprio andati (e alla fine no, non ho rimandato la partenza e comunque quella è un’altra storia).

Sull’onda (su onda!) emotiva di Dallas buyers club* mesi fa avevo fatto un acquisto azzardato: tre biglietti per il concerto di Paolo Conte al Vittoriale in gradinata “poveracci” non numerata (che comunque era l’unica tipologia di posto ancora disponibile). Uno per me e due per coloro che mi stanno dietro da che sono nata, ovvero i miei genitori.

Il regalo aveva piú di una ragione di essere:

1. Perchè mio padre ha fatto sessant’anni quest’anno e lui ama Paolo Conte

2. Perchè i miei hanno fatto trent’anni di matrimonio quest’anno e mio padre adora Paolo Conte (mia madre no, ma se ci siamo io e mio padre lei viene anche solo per la compagnia!)

3. Perchè Paolo Conte inizia ad avere un’età e volevo andarlo a vedere con mio padre (che pure, nel suo piccolo, inizia ad avere un età)

Non voglio raccontare tanto del concerto: è stato bello, ma questo lo si sapeva già. Il vero spettacolo non era Paolo, non l’orchestrina, ma mio padre. Non è che a casa mia non si sorrida, ma gli ho visto in faccia una espressione così soddisfatta alla fine del concerto che non la vedo spesso. Un sorriso autentico, dimenticate le tensioni di quel lavoro che si è scelto e stramaledice quotidianamente, la faccia rilassata con quelle poche rughe sul viso pieno. Un sorriso sotto ai baffi, come quelli di Peul, che se se li tagliasse non lo riconoscerei più. Gli stessi baffi che gli avevo diseganto su una carta d’identità che ci avevano fatto fare all’asilo, quella in cui asserivo che era alto trenta metri.

Mio padre dice che quando va in pensione vuole trovare un pezzo di terra per allevare dei vitelli biologici. Poi i vitelli li vuol portare in giro a pascolare e li chiama Vitellozzo, seguito da un numero crescente. In questo piano infallibile non ha tenuto conto che i Vitellozzi non sono autosufficienti e se non vuole passare ogni giorno dell’anno con i suoi Vitellozzi gli serve un socio, ma appena lo trova e appena va in pensione è fatta. Mio padre è campione inter-regionale di idee bislacche.

L’eccentricità delle sue idee può essere dovuta dal fatto che da giovane era un’artista. Aveva addirittura fatto una scuola e ci sono dei suoi lavori appesi al muro in casa. Dalle poche foto che visto di lui da giovane doveva essere un capellone (paga per ora!) fascinoso. In più con l’aggiunta della frequentazione della scuola d’arte mi immagino che avesse il suo mercato. Immagino perchè delle vite amorose dei miei genitori prima che si incontrassero so davvero poco. Per mio padre è stata nominata una volta una morosa di quando era a militare in Puglia ma chissà che fine avrà fatto. Chissà se se lo chiede anche lui. Chissà che cosa ha combinato mia madre da giovane.

Per risolvere tutti questi interrogativi potrei semplicemente farle queste domande. Però, nonostante la curiosità, non me la sento proprio. Ho un ottimo rapporto con i genitori, una roba da pubblicità del Mulino Bianco, ma in quelle pubblicità ci si sorride e ci si vuole bene ma non si fanno domande imbarazzanti. Ecco, l’unica differenza tra la mia famiglia e quella del Mulino Bianco è che i miei non si baciano. Mai. Non ho memoria di un bacio tra i miei genitori, nemmeno a stampo. A me sì ma tra loro mai. Fortunatamente, dico io, con l’età, la figlia fuori di casa e magari una puntina di demenza senile hanno iniziato ad avvicinarsi e a stuzzicarsi a vicenda come dei pre-adolescenti quando ci chiamiamo via skype. A guardare bene mio padre non sembra questo campione di romanticismo. La sua massima espressione di romanticismo in tempi recenti è stato recitare appena sveglia a mia madre un pezzo della canzone qua sopra “Marisa, svegliami, abbracciami. È stato un sogno fortissimo”. Mia madre, di tutta risposta, sgrana gli occhi e chiede “Chi è questa Marisa?”.

Così come sono mancati i baci, sono anche mancate le liti. Ho memoria di una sola volta in cui i miei genitori hanno avuto una discussione. La totale assenza di brutti momenti nella mia infanzia fa sì che il mio ricordo di quest’episodio sia piuttosto vivido, nonostante i più di vent’anni passati: c’era il TG2 in TV, erano in cucina, credo parlassero di soldi. Non credo sia l’unica discussione che abbiano avuto ma è l’unica di cui io so. Anche qui, mi chiedo se in questi trent’anni sia andato tutto bene, se ci siano stati momenti in cui la tentazione di lasciare perdere tutto sia venuta.

Ma questa è una domanda retorica. Non la voglio sapere al risposta. Preferisco pensare a loro come alla coppia più salda che ci sia, quella che si prende in giro ogni giorno e che è l’esempio più vivo che ho di come si sta insieme.

Io spero che con l’età possano diventare come quegli anziani che, dopo essere stati insieme una vita, si riscoprono come fossero dei ragazzini alla prima cotta. Quegli anziani che passeggiano all’ombra dei viali alberati dei paesini di provincia, che si tengono per mano e lui, nonostante gli acciacchi del tempo, si china ancora a raccogliere un fiore dall’aiuola per fare colpo sulla sua morosa.

 

*non guardate questo film se a) non volete piangere tutte le lacrime che avete in dotazione, b) fare gesti impulsivi dettati dalla improvvisa catarsi che la vita è troppo breve

Sogni caldi/Aquila pericoli

Era da un po’ che non aggiornavo il memorandum dei concerti e visto che ce ne sono stati un paio degni di nota negli ultimi tempi, mentre di tempo per scrivere non ce n’è, ho pensato di metterli insieme e buona lì.

Il primo concerto (che risale a più di un mese fa!) è quello di Timber Timbre. Il biglietto, come al solito, è stato acquistato in un momento di improvviso entusiasmo. Ed è stato acquistato appena prima che i biglietti del concerto andassero esauriti, per cui, questa volta sì, sono andata davvero da sola. Premesso che non è la prima volta che andavo ad un concerto da sola (una volta durante un festival il mio amico mi pianto là da sola a metà pomeriggio dicendo “I’m a bit tired” e un’altra volta la mia amica era prima in ritardo e poi era rimasta imbottigliata nel traffico per ore e quindi mi ero fatta metà giornata da sola) questa volta mi ha fatto un po’ strano essere là solinga in mezzo alla folla. Che puoi guardare il cellulare per cinque minuti come un bimbominkia qualsiasi ma se arrivi con un’ora d’anticipo devi trovare qualcosa da fare. Per ovviare al problema mi sono messa a fare un mini esperimento antropologico e guardavo gli altri astanti del concerto. Tra tali astanti ho riconosciuto il signore che sedeva davanti a me al concerto di Moonface, quello che guardava continuamente l’ingresso come se aspettasse qualcuno che alla fine non arrivò. Anche questa volta era da solo con lo stesso sorriso speranzoso. Mi sono chiesta se il sorriso speranzoso non fosse in realtà un sorriso disturbato. La differenza tra le brave persone e gli psicopatici a me viene difficile coglierle.

Comunque inizia il concerto. Anzi no. Inizia il gruppo spalla. Niente contro i gruppi spalla ma certe volte mi chiedo se non li prendano scarsi apposta. Questo più che scarso era strano. Stranissimo.

Per quanto riguarda il concerto, ammetto che Timber Timbre io non è che li conoscessi proprio benissimo. Ci sono un paio di canzoni che mi facevano venire la pelle d’oca. Come questa e questa. Ma soprattutto la seconda che mi è salita sulle spalle come una carogna durante il film “Stories we tell”. Non li avevo mai visti in faccia questi Timber Timbre e quando un signore sulla quarantina, stempiato, stretto in un completo giacca e pantaloni di una taglia più piccola della sua sale sul palco e si mette a cantare sono rimasta stupita. È questo l’uomo che canta con una voce tremula nel disco o è un impiegato delle poste? Le apparenze ingannano. Rimpiango i tempi di MTV in cui sapevi a cosa andavi incontro.

Il concerto passa tranquillo nella sua ora e qualcosina. Hanno fatto più o meno tutto il nuovo album “Hot dreams” e qualche canzone vecchia ma non la seconda la sopra, of course. Non so se era la situazione, se era il gruppo spalla, se era il concerto in sè ma non è stato poi questo gran che. Bravi, per l’amor del cielo ma di solito quando si ascolta la musica dal vivo si è sempre più coinvolti. Ma non quella volta. Vuoi forse perchè hanno cambiato ogni singolo arrangiamento delle canzoni che hanno suonato che era quasi difficile capire cosa stavano cantando? Forse.

Forse è per questo che ci ho messo tanto tempo a scriverne.

Si vede che mi ci voleva lo stimolo di un bel concerto per parlare della mezza delusione di cui sopra.

Per colpa dei miei genitori che mi hanno cresciuto a pane e Goran Bregovic, quando parte la cosidetta “musica balcanica”* mi si innesca un meccanismo di coordinazione piedi-bacino-spalle e devo assolutamente ballare. Tipo incantatore di sperpenti con il flauto, la cesta e il turbante. Uguale. Però se vai ad abitare in Svezia non ti puoi aspettare di trovare la “musica balcanica” e invece sì: non solo è musica ed è simil-balcanica ma è pure disco!

A farla sono un gruppo che si chiama Discoteka Yugostyle (nomen omen) e son proprio della cittdina in cui abito. E non solo! Due dei ragazzi che suonano nel gruppo lavorano nel mio supermercato di fiducia (ora ex supermercato di fiducia perchè ho traslocato ma il thè PG ce l’hanno solo loro per cui ogni tanto ci torno pure). Uno dei ragazzi (che non ho mai ben capito che ruolo abbia al supermercato) è quello che viene adescato con il biscotto e poi (spoiler) rimane schiacciato dalla lavastoviglie, invece l’altro che penso sia il fruttivendolo è quello che si accuccia e suona la tromba per vendicarsi dello schiacciamento del suo collega. So che sembra non aver alcun senso quello che ho scritto ma a guardare il video si capisce tutto e ci si fa un trip mica da ridere.

Ovviamente, i miei concittadini qui li ho già sentiti tre volte dal vivo, quattro con l’ultimo concerto. Come ogni gruppo beniamino del paese, godono di quell’aurea un po’ tipo Max Pezzali a Pavia ed ogni volta che suonano diventa sempre un evento.

La cosa più bella dei loro concerti sono loro e il pubblico. Nonostante siano algidi Svedesi gli deve scattare la molla pure a loro con la “musica balcanica” e alla fine si vedono scene di gente che si muove più o meno scoordinata e balla come se non ci fosse un domani. Bravi Discoteka Yugostyle!

 

* “musica balcanica” viene virgolettato perchè mi sembra di fare una generalizzazione spropositata. Poi magari i balcanici non se la prendono, ma io sì.

 

PS: questo post giaceva scritto e finito da qualche settimana. In realtà c’è ben altro che bolle in pentola di cui dovrei scrivere ma certe cose prima di scriverle bisogna passarci in mezzo. Cose belle, eh. Poi torno. Poi.

Prove di fuga #2: il mercato del pesce e altri scoramenti


È passato più o meno un mese dalla mia dichiarazione d’intenti di lasciare il villaggio in cui, che lo voglia ammettere o no, ho passato più di quattro anni della mia vita. Les jeux sont quasi fait, rien ne va plus qui in Svezia. Mancano cinque mesi alla difesa della tesi e sono scesa in campo per trovarmi un lavoro.

Riassunto della puntata precedente: appena presa coscienza della mia condizione di disoccupata nel giro di sei mesi, inizio a guardare su siti specializzati se qualcuno nel mondo ha bisogno di me, lavorativamente parlando. Sorprendentemente, le offerte di lavoro sono tante e ghiotte. Spesso, anche in posti non dimenticati da Dio, tipo Londra (o zone limitrofe). Armata di buona volontà, pazienza e (poca) coscienza di me stessa compilo un curriculum.

Eccoci, dopo che ho compilato il curriculum ho pure scritto una lettera di presentazione, e quest’ultima impresa si è rivelata ben più semplice. Con una frase a finale ad effetto che ero sicura avrebbe sciolto il cuore di ghiaccio di qualunque selezionatore delle risorse umane, ho mandato quel curriculum ad un’azienda vicino a Londra. E poi a un’altra (sempre a Londra). E un’altra a Copenhagen. E ancora un’altra a Copenhagen (anche se solo un mese dopo scoprirò che non avevo approvato qualcosa in qualche schermata finale perchè nel mio profilo non risulta che io abbia mai mandato un bel tubazzo).

Dopo un mese sono ancora qui, io e il mio bel curriculum e non è successo niente. Niente mail o chiamate notturne di capi di azienda anelanti per avermi nelle loro fila. E la cosa non mi sorprende più di tanto. Il pacco è che non ho nemmeno ricevuto un bel no come risposta, perchè a quanto pare, soprattutto in Scandinavia si risentono e fanno gli incubi se ti devono dare una brutta notizia per cui scelgono la via più facile (per loro): fare gli gnorri.

Per tenermi occupata però ho deciso di partecipare a un imprescindibile evento: una fiera del lavoro.

Già dal nome si dovrebbe subodorare che niente di buono può succedere in un posto del genere. A casa mia, quando si dice “fiera” si pensa alla “fiera d’agosto” o alla “fiera della gallina grigia”, eventi a cui un tempo si andava a vendere il bestiame, ora di quelle origini contadine sopravvive solo un’esposizione di macchine agricole e si trova per di più bancarelle con ciarpame di dubbia provenienza. Raramente si fanno affari sulla fiera, da cui il termine “aver fatto la fiera” quando questo accade. Per questa ragione, la fiera del lavoro (lavoro: sostantivo maschile, concetto intangibile) è un po’ la fiera dell’aria fritta.

Mi dicono che alle fiere del lavoro ci vai e fai networking, business card exchanging (ce-lo, ce-lo, manca), self-promotion e un sacco di altre cose che se le traduci in Inglese sembra che ti hanno fatto studiare. Io alla fiera del lavoro sono andata piena di buoni sentimenti e sono tornata con il mal di piedi e le idee confuse.

Forse era il mio approccio che era sbagliato, sai mai. Mi avvicinavo a uno stand e con un bel sorriso in faccia dicevo a uno di questi rappresentanti di questa o quell’altra azienda il mio nome, cosa faccio nella vita e che conosco/ero interessata a conoscere l’azienda e che volevo sapere di più su possibili opportunità per aitanti (presto) dottori. Al chè la risposta media era “guarda sul sito se ci sono degli annunci”. Che è un po’ la risposta che ti aspetti a una siffatta domanda. La quale domanda però è un po’ la cosa che ti aspetti ti venga chiesta a un evento del genere. Cosa devo andare a chiedergli al tipo dello stand? Allora, a casa tutto bene? Il gatto è ancora costipato?

L’unico scambio un po’ più normale che ho avuto è stato con un ragazzo di un’azienda, quella che fa la gnorri, e che mi ha raccontato un po’ la rava e la fava di com’è lavorare in quel posto lì. Però era tipo una chiacchierata normale, non una roba con dei sorrisi forzati in cui tu mi dici che la tua azienda è il posto migliore del mondo che fa le cose più belle del mondo e che però sì, devo guardare sul sito.

Agli antipodi si registra anche un tizio di un’altra azienda che quando io, ormai vaccinata, gli dico allora guardo sul sito lui mi risponde: “Sul sito?! No! Io per esempio ho mandato il mio curriculum alle risorse umane una volta a settimana per sette settimane. Alla fine è venuto fuori qualcosa che faceva al caso mio e mi hanno chiamato”. Pensavo avessero chiamato la neuro io, ma evidentemente si fa anche così  a trovare lavoro. Si stracciano le palle al prossimo.

Comunque non mi do per vinta, sia chiaro! Sta per partire una nuova controffensiva di curricula, uno in particolare a me caro. Un curriculum in direzione Germania sud, che ho pure dovuto farmi fare la foto da un fotografo con lo sfondo bianco, i vestiti della festa (ma solo sopra chè invece i pantaloni erano dei jeans di H&M che stanno insieme con lo sputo) e il sorriso finto.
Che io temevo di fare una faccia alla Chandler ma invece non è venuta poi nemmeno così male.

A-way

Temevo sarebbe successo prima o poi: mi tocca iniziare un post scusandomi per l’assenza. Che poi magari si stava vivendo benone anche senza il mio sproloquiare, sia chiaro, ma mi sento in debito io e lo devo mettere per iscritto.

Sono in debito di qualche storia, almeno di un concerto, un viaggio e di una rubrica “Prove di fuga”, se non di qualcos’altro, ma qui viene sera e c’è tutto da fare (come diceva la mia professoressa di lingue delle medie).

La ragione di questo non scrivere è proprio la mancanza di tempo per l’essere troppo a zonzo e quando non sono in giro sono in casa a fare pacchi, come questa sera, in cui mi sono autoinflitta una reclusione al sabato perchè sono uscita mercoledì, giovedì e venerdì, e se poi mi prende uno scioppone si sa con chi prendersela. E perchè comunque i pacchi non si fanno da soli.

Pacchi, dicevo. Sto impacchettando tutto perchè trasloco. Niente di trascendentale sulla carta, vado ad abitare a un paio di chilometri da dove sono ora, un po’ più distante dal mio ufficio per delimitare geograficamente casa e lavoro, un po’ meno circondata da quella menomata mentale della mia (ormai) ex coinquilina.
Costei è stata citata in questi luoghi ormai due anni fa e lungi da me andare a rivangare istanze passate, presenti e (speriamo di no) future. Però posso dire che ha messo a dura prova i miei nervi comportandosi scorrettamente in ogni modo possibile e immaginabile. Alla fine tutto è andato più o meno per il meglio per entrambe le parti, io ho avuto quello che chiedevo senza scendere al suo becero livello e lei ci ha guadagnato un centinaio di euro e un bilancio stranegativo di punti karma.

Se sono riuscita a superare il mobbing della mia coinquilina negli ultimi mesi lo devo un po’ anche a Christopher Owens, l’ultimo dei cantanti disadattati che mi scaldano tanto il cuore e che mi canta sempre la canzone giusta al momento giusto. Quest’anno con l’inno della buona creanza che ho messo sopra, l’anno scorso con l’album della storia a distanza naufragata penosamente, un po’ di anni prima con delle canzoni bellissime e basta in un disco che si chiama “Father son and holy ghost” che il mio compagno di ufficio aveva sperato in una mia conversione e invece poi viene fuori un capellone biondo, una decina di toni di tinta più chiara di gesù. Tra poco uscirà un suo nuovo album e se tanto mi da tanto parlerà di traslochi, ricerca di lavoro e di una deludente vita amorosa.

Nonostante la recente overdose di Christopher Owens, qualche notte fa mi è apparso in sogno Manuel Agnelli, che anche lui è un po’ un gesù con i capelli più scuri. Mi ha detto (in inglese) che andrà tutto bene, mi ha ricordato quali sono, o dovrebbero essere, le mie priorità e poi è suonata la sveglia.

Credo di aver bisogno di una pausa ma dopo questo trasloco si cambia musica. Figurativamente parlando.

Hai ascoltato la pioggia?

Non voglio parlare di tempo, sia chiaro. Questo è un altro di quei post in cui parlo di un concerto a cui sono andata e il titolo del post è quel che è perchè traduco in Italiano il titolo dell’ultimo album. E questo non è nemmeno un album ma un EP perchè siamo ancora allo stato embrionale di cantante e in un certo modo anche di concerto: il cantante perchè è nato nel ’93 (facendo sembrare Tom Odell un anziano) e il concerto perchè era in un locale molto piccolo con al massimo un centinaio di persone, nonostante fosse sold out.

Per una volta nella breve vita di questa serie di post ci sono buone possibilità che il cantante sia conosciuto in Italia, meno all’estero, nonostante lui sia di Bristol, che è guarda caso in Galles che fa parte del Regno Unito, che sembra essere un po’ il filo conduttore dei mie ultimi post. Comunque divagazioni a parte, il Gallese che mi ha cantato a venti metri un paio di sere fa è George Ezra. E in questo caso è d’obbligo mettere al massimo il volume, e far partire il video in cima al post (sperando che non parta la pubblicità) e ascoltare in religioso silenzio e straordinaria ammirazione il primo minuto e spiccioli di solo voce. La qualità audio del video non rende giustizia alla performance dal vivo, che è ancora più vibrante, ancora più blues, ancora più brivido sulla schiena.

A un certo punto di quel minuto si vede che alza lo sguardo e inizia a guardare il pubblico, uno per uno, e anche l’altra sera mi sono trovata più d’una volta ad avere un prolungato contatto visivo con il mio migliore amico George. Chè anche i cantanti hanno gli occhi e a un certo punto dovranno pur guardare da qualche parte. Per non provocare svenimenti, deve aver scelto di ignorare le teenager in visibilio appena giù dal predellino e si è affidato agli occhi di quelli più contenuti nelle seconde linee del pubblico (che sono contemporaneamente seconde linee e penultime linee visto il bugigattolo in cui ci troviamo). In seconda linea ci siamo io, il mio amico L. e i suoi due compagni di viaggio.

Il mio amico L. l’ho conosciuto ai tempi dell’Erasmus, faceva parte del gruppo di amici hippie da morire che giravano in lungo e in largo la Svezia in autostop, con cui ci si divertiva con poco (tipo rubare le chiavi del monolocale di un amico, riempirgli la stanza di palloncini per vedere la faccia che fa) e che si cibavano di bacche e radici. Infatti prima del concerto mi hanno portato in un ristorante a Vesterbro che serve solo cose biologiche, e avrei trovato la cosa fantastica se nel piatto che ho ordinato ci fosse stato qualcos’altro oltre alla verdura biologica, tipo qualche carboidrato biologico, un legume solingo, o qualcosa che non fosse fatto di fibre e acqua. Fortunatamente c’era la birra più buona che esista a farmi dimenticare (anche un po’ letteralmente) la fame e anche un buon numero di cose da fare la mattina dopo al lavoro, ma questa è un’altra storia.

Il mio amico L. è senza ombra di dubbio lo Svizzero più fantastico che io conosca, e non solo per quella storia dei palloncini o perchè a distanza di anni mi chiama e andiamo a un concerto o perchè quasi tutti gli Svizzeri che conosco abbiano fatto tutto il possibile per risultarmi detestabili. Lui è uno di quelli che un po’ invidio: nella vita fa il critico musicale per un giornale Svizzero che parla di cinema teatro e musica, che non sarà Pitchfork o Rolling Stone, però va a un sacco di concerti gratis. Ok, la paga da giornalista è una miseria così per arrotondare aiuta a organizzare festival cinematografici e anche questo sembra proprio un brutto lavoro. È una vita un po’ sregolata, fatta di non sapere che ne sarà da qui a un mese ma per il momento, a lui, va bene così. Soprattutto perchè da quattro anni a questa parte è una fonte inesauribile di ottimi consigli e perchè anche se siamo cambiati tutti e due quando L. è in giro succedono sempre cose magiche. Dopo il concerto, stavamo andando a prendere una birra, un’altra, e sulla via c’era una chiesa con delle persone dentro. Così siamo entrati e ci hanno dato in mano una candela e sparse per la chiesa c’erano delle foto da guardare in quella luce flebile, che non erano foto bellissima ma io non lo avrei mai trovato senza L.

L. secondo me si è un po’ innamorato di George Ezra e infatti lo aveva già visto a Zurigo ma ha colto l’occasione di rivederlo anche a Copenhagen e non gli si può dare poi torto. Quando fanno quella domanda stupida da Novella 2000 e chiedono “qual è la cosa che attrae di più in un uomo?” e sento rispondere “le mani”, io prenderei quelle stesse mani e assesterei un coppino bello secco: che cosa te ne fai della mani se poi uno ha una voce come Paperino? George Ezra ha una voce che io potrei ascoltare per giorni, unita a uno di quegli accenti british sciogli-mutande che buttiamolo via. Non solo canta con quella voce profondissima ma pure ci parla, come Filippo Timi ma con una faccia un po’ più raccomandabile.

Avevo già ascoltato George Ezra su consiglio di L. qualche mese fa e mi era piaciuto ma se non ci fosse stato lui non so se sarei andata a vederlo suonare. Gli arrangiamenti dell’album sono fatti un po’ alla cazzo di cane, soprattutto quello di Did you hear the rain?, che nella versione Spotify ha per tutti i 2 minuti e 57 di canzone una specie di soffio a ritmo che mi ha dato noia fin dal primo ascolto. Fortunatamente, al concerto George Ezra arriva da solo e suona con la sua chitarrona bene, ma proprio bene, e quando chiude il concerto con questa canzone decreto che chi gli ha mixato l’album dovrebbe essere esposto alla gogna. A un certo punto si mette anche a fare i coretti in farsetto perchè non ha le coriste ma ci piace così, un po’ ruspante.

A metà concerto suona la sua canzone più famosa, Budapest, e racconta in breve la storia che ci sta dietro. A quanto pare, era in giro a fare il backpacker e doveva prendere un treno per andare a Budapest ma lo perse e a Budapest non ci arrivò mai. E ci starebbe un bel chissenefrega, non fosse che la ragione per cui perse il treno era che ha fatto le ore piccole nella bolgia della festa al parco durante l’Eurovision dell’anno scorso a Malmö, a cui ero anch’io. Insomma, Geroge Ezra: uno di noi.

Ammetto che la voce e le musiche fanno la parte del leone, mentre i testi sono un po’ miseri ma il ragazzo ha potenziale. A vostro rischio e pericolo lascio qui sotto il video a un’altra sua canzone che sto cantando ininterrottamente da due giorni e che mi ci vorrà un esorcista per mandarla via dalla mia mente. Schiacciate play, se avete il coraggio.

Prove di fuga #1 – Cronaca semiseria di cosa si scrive su un curriculum

Questo sarà il primo post di una luuuuunga serie, in cui io racconto di come stia provando con tutta me stessa a lasciare questa valle di lacrime e trasferirmi altrove. Ma come posso decidere dove andare a piantare le tende? Al momento l’unica motivazione che ho per trasferirmi in un altro posto è il lavoro. Niente amorazzi esotici, niente chioschetti su spiagge deserte, ma solo una banalissima ricerca di un nuovo impiego. Anche perchè volente o nolente in sette mesi, su per giù, la festa (Svedese) è finita e la prospettiva è fare la disoccupata mantenuta dallo Stato in Svezia alle porte dell’inverno, che se mi conosco un po’ vorrebbe dire che tempo un mese e divento una serial killer*. Quindi, iniziamo ad andare alla ricerca di questo nuovo lavoro.

Contro ogni previsione, trovare un’offerta interessante è stato abbastanza semplice. Non solo ne ho trovata una, ma ben quattro, tutte nel mio campo in una nota multinazionale alle porte di Londra. Che poi la ragione per cui mi sono presa bene con queste offerte di lavoro è che appunto sarebbe nei pressi di Londra. Difatti:

Prima cosa che ho fatto: controllare la fattibilità di essere pendolare Londra-Fabbrica nel sobborgo e la risposta è che ce la si può fare con 25 minuti di treno che probabilmente costeranno un rene di abbonamento ma va bene, si vive (a Londra) una volta sola.

Seconda cosa che ho fatto: controllare le offerte del mercato immobiliare nei pressi della stazione di Londra da cui parte il treno per la Fabbrica nel sobborgo. Anche qui, gli affitti costano una sassata ma confido tantissimo in un generoso stipendio e mi ripeto che si vive (a Londra) una volta sola. Al momento la mia vita a Londra è perfetta: ho una casa, prendo il treno ogni giorno e vado nella Fabbrica nel sobborgo a fare cose bellissime mentre la sera vedo tutti i concerti del mondo, sempre grazie al generoso stipendio di cui sopra, elargitomi a spruzzo.

Terza cosa che faccio (dopo, ma molto dopo): inizio a guardare come fare per ottenere effettivamente il lavoro. Che dicci poco, insomma. La procedura per l’applicazione è tutta on-line e pare una cosa lunga, fatta di pagine da compilare una dopo l’altra. La prima è facile, vogliono un’anagrafica e recapiti vari: la so! Ma alla pagina dopo sono già ferma. Come prevedibile, devo caricare un curriculum. Curriculum che l’ultima volta che l’ho preso in mano era la primavera del 2010, avevo messo una foto del 2008 in cui avevo dei capelli chilometrici e nelle esperienze lavorative avevo inserito anche “receptionist in un ostello in Irlanda”, che al momento un po’ ecchissenefrega. Quindi mi metto le mani nei capelli (tutt’altro che chilometrici) e riscrivo lo stramaledetto curriculum: fosse facile!

Il primo grande ostacolo è trovare un template adatto, perchè un curriculum non ce lo si inventa in un momento d’estro. Scartato (dopo averlo compilato quasi totalmente!) il curriculum formato Europeo perchè a) non richiesto esplicitamente b) se fai un application in Regno Unito pare quasi che li vuoi prendere per il culo con tutte quelle bandierine dell’UE c) il formato non si adatta a quelle che sono le mie esperienze e mi fa sembrare un po’ inetta, inizio a vagare per la rete alla ricerca di un’idea e dopo un po’ di peregrinare la trovo su un motore di ricerca per l’impiego in UK.

Bene, per cominciare viene fuori che in UK si straniscono se gli metti una foto nel CV. E quindi il mio bellissimo primo piano ritagliato con sfondo tempio della Concordia alla Valle dei Templi, abbronzatura qb e fronte stralucida, probabilmente sudata, la lascio fuori a campeggiare sul profilo linked-in, a cui ho messo un bel collegamento sotto al nome per quei curiosoni dell’HR.

Per un inizio ancora più in salita, la prima parte da compilare è un paragrafo in cui fai un “Personal Statement”, una specie di microspot per te stesso. E anche se hai visto tutte le sei stagioni di Mad Men in tre mesi non vuol dire che sei diventata Peggy Olsen. Ma forse proprio perchè ho visto tutto Mad Men e perchè voglio alzare l’asticella laddove nessuno ha mai osato, in questo microspot alludo tra le altre cose anche al fatto che sono un “effective communicator”, un mix tra Vanna Marchi e il Maestro Manzi: datore di lavoro non ti deluderò!

Ben più facili da compilare, ma non per questo banali, erano i campi che riguardavano l’esperienza lavorativa e l’educazione, non fosse che ad ogni voce era suggerito aggiungere quali sono stati i “key achievements” e anche se la mia tentazione era scrivere “fare robe in pratica” non potevo certo mettercelo! In realtà qui il problema era non perdersi in paragrafi infiniti e mettere solo l’essenziale, come mi ha ricordato il mio censore del CV, quello che trova lavori sotto i cavoli in 48 ore.

Il dramma vero e proprio è stata ovviamente la parte finale, quella che accomuna i CV con i siti di appuntamenti on-line, quella in cui il tuo futuro datore di lavoro vuole sapere di te. Cielo, proprio di me vuoi sapere? Allora datore di lavoro, ti traduco pari pari le mie “Personal Skills” ma tu non ridere.

  • Doti comunicative eccellenti, sia orali che scritte (come avrai sicuramente già notato da questo CV. Sic!)
  • Fortemente motivata e orientata agli obiettivi (in pratica sono un ariete, ti sfondo porte e portoni con il solo ausilio della mia fronte alta)
  • Socievole, alla mano e positiva (un ariete sì ma un sorriso te lo faccio pure ogni tanto! E qui è un po’ come quando ti devi descrivere e dici che sei solare, che non vuol dire un cazzo, ma questi datori di lavoro li devi pur rassicurare che non sei un  automa)
  • Lingue parlate: Italiano (madrelingua), Inglese (Avanzato), Svedese (Intermedio) e Francese (Principiante) (Un poker di lingue insomma, di cui il Francese lo metto sempre, anche se l’ho studiato alle medie e l’ultima volta che l’ho usato ho detto “Je te veux” invece che dire “Je t’ai vu” e c’è gente a cui è venuto un infarto ma va bene così)

Ciliegina sulla torta, il campo bianco in cui puoi mettere i tuoi interessi. Penso che scrivere “rotolarsi in un plaid fino alle prime ore del pomeriggio” non sia un opzione percorribile, quindi scrivo “mi piace viaggiare e la musica dal vivo.” (banale ma onesto) “Mi sto allenando con una squadra per un mini-triathlon che sarà nella prossima estate” (ndr la squadra sono altre due persone di cui una vive a Stoccolma ma non è che vorranno sapere le anagrafiche di tutta la squadra e poi devo tenere alto il mio spirito collaborativo di cui andavo blaterando qualche sezione più in su. In più conto sul fatto che se mai qualcuno mi prenderà in considerazione per il lavoro e vorrà cercare di ricordarsi qualcosa di me, penserà “ma sì, dai, quella svanita che vuole fare il triathlon!”)

Fine delle trasmissioni. Ci ho messo una settimana per finire due pagine e mezzo di boiate di siffatto calibro. Di contro, quando ho dovuto scrivere la Lettera di presentazione mi ci sono voluti quindici minuti per buttar giù una pagina di “Scegli me!!! Me! Me! Me!!! Dai, Scegli meeeeeeeeeee!!!”: niente di più facile. E adesso lo mando questo capolavoro della comunicazione moderna, che se le facciano pure gli Inglesi due risate!

 

* Rimane aperta l’opzione “viaggio per il mondo per un po’ e fotte” però mi piacerebbe molto di più intraprendere questa opzione se so di avere un’occupazione ad aspettarmi da lì a qualche mese.