Etichettato: Today you call me nerd. Tomorrow you’ll call me boss

Revolucion Buenaventura

Era il 6 Gennaio e stavo per bere un tè che non aveva nessun sapore. Il bar, apparentemente molto rinomato e in pieno centro, si chiamava Buenaventura, Horno San Buenaventura. E se sei una a cui piacciono i segni del destino non puoi fare altro che credere che quella non fosse una coincidenza.

Qui urge un rewind spaventoso perchè la mia latitanza dal blog (che posso spiegare!) rende tutto molto fumoso.
Allora, appena arrivata a Barcellona ricevo la mail da un’azienda a cui avevo mandato un curriculum, di quelli senza troppa speranza messo insieme alla buona, e mi invitano per un colloquio per metà Dicembre. Per due settimane quindi sono stata impegnata nella preparazione di una presentazione su misura per questa azienda, oltre che nell’invio matto e disperatissimo di altri brillioni di CV. Una cosa che ho scoperto in questo mese di Dicembre da disoccupata (anche se in trasferta) è che io sono una che non è capace di rimanere a casa senza far niente. Fare il planning settimanale delle pulizie/lavanderia di tutto, anche il cambio estivo/preparazione di un menù variato e sano non sono cose per me. La vita da casalinga non è il mio pane e nemmeno la vita di quella che se ne va allegra a zonzo senza prospettive in tempi brevi. Mi piacerebbe essere quella che prende e se ne va senza paranoie del futuro e invidio chi lo fa, ma è saltato fuori che questa non è roba per me. Che ci posso fare?! Buono a sapersi, dico io.

Nonostante la lunga preparazione per l’intervista, non ero particolarmente nervosa per il colloquio in sè. Mi sono detta che in qualche modo l’avrei svangata. E se proprio fosse andata male che ci sarebbero state altre occasioni. Così in un viaggio quasi Fantozziano (sveglia alle 3.30 del mattino, taxi e volo alle 6.20. Rientro 10 ore più tardi con un’ora di jet lag e occhiaie da panda) mi sono recata all’intervista. La prima intervista vera della mia vita, se non contiamo quella del dottorato in cui avevano sbagliato a segnare il giorno e nessuno era preparato per ricevermi. Io, nel mio inadeguato look total black con i jeans neri pure loro, non sapevo a cosa andavo incontro. L’intervista andò, a mio parere, peggio delle più tetre previsioni. Durante la mia presentazione sono stata interrotta più volte con domande a bruciapelo e dopo la presentazione non è andata meglio. Praticamente un esame di Chimica Organica di quasi 2 ore, che io chimica non sono, durante il quale stramaledicevo il mio professore di quel corso di inizio triennale, quello che si era lamentato che solo 19 persone su 200 avessero passato l’esame. Esame composto di tre, dico tre!, prove in itinere di durata di tre, ridico tre!, ore ciascuna. Corso in cui l’assistente per le esercitazioni (il Dott. Porta) era stato ripudiato per volontà popolare e sostituito da un dottorando (si chiamava Andrea) che ha fatto più del bene lui in qualche ora che il professore e il Dott. Porta in un corso intero. E con questo vorrei anche aprire una parentesi su quante informazioni totalmente inutili conservo nella mia memoria. Terabyte di ciarpame che vengono buoni solo ad allungare questo post di dimensioni già spropositate.

Dicevo. L’intervista è stata le Termopili, una Caporetto, Waterloo e tutte le altre debacle degli ultimi millenni. Quando il fuoco incrociato di domande è finito mi sono risieduta al tavolone presidenziale con poltrone in pelle umana della sala riunioni e mi è stato detto “Hai qualche domanda da fare tu a noi?”. Che cosa vi chiedo?! Come ho recitato?! Capirai… Sta figuraccia che ho fatto! Ho abbozzato una domanda che nemmeno ricordo e ho disconnesso totalmente. Dopo, quando mi hanno affidato a qualcuno per farmi fare un giro della struttura, penso di aver avuto un’espressione catatonica e di aver annuito a caso e sorriso qua e là. Insomma, un’esperienza fortemente traumatica.

Così, sono tornata a casa con le pive nel sacco e non la volevo più nemmeno nominare quell’intervista. Anzi, ero già pronta il lunedì seguente a ricevere una mail di benservito, visto che poi sarebbero arrivate le vacanze di Natale, e mi ero fatta l’idea che avrebbero scelto prima della pausa. Con mia sorpresa non ci furono più notizie. Non prima di Natale e non dopo. Almeno non fino al 6 Gennaio.

Quel 6 Gennaio, davanti al tè insapore, vedo una mail del responsabile risorse umane che mi chiede un numero di telefono alternativo perchè non riesce a contattarmi ed inizio ad agitarmi. Se mi vuoi dire che non hai scelto me, perchè mi vorresti telefonare? Rispondo e aspetto. Arriva la chiamata ed esco in strada, che era appena meno rumorosa del bar in cui stavo. Mi dicono che il posto è mio, se lo voglio. Seguono, pezzi di frase a caso in inglese mentre mi esibisco in pubblica piazza in una galleria di espressioni di stupore.

Nei giorni seguenti alla telefonata non potuto fare a meno di chiedermi se fossero davvero sicuri, se non ci fosse stato uno scambio di file da qualche parte, se le identità non fossero state confuse. Sai che bello arrivare il primo giorno e sentirsi dire “Ah, ma sei tu?! No, perchè c’è stato un errore… Ma davvero credevi che avessimo scelto te?!”.

A botta fresca ho pianto. Non per la gioia ma per la consapevolezza di avere un sacco di cose da fare in poco tempo, ripartire da zero in un posto nuovo che non conosco, almeno all’inizio da sola, e per dover lasciare una vita da señora che non mi soddisfa ma che ha i suoi vantaggi. Poi ho iniziato a razionalizzare e a pensare che se tra tutti hanno scelto me un motivo ci sarà. Che gli inizi sono sempre un po’ spaventosi. Però un’altra cosa che ho imparato in questi anni è che a me gli inizi mi fanno sì tremare le gambe ma poi mi gasano anche. Sono quelle situazioni in cui devi tirare fuori il meglio di te e questa sfida m’intriga da sempre.

E quindi sono qui, in una camera d’albergo di una cittadina universitaria a nord di Londra, bagnata dal fiume Cam (giusto per non confondersi con quell’altra!), alla ricerca di un nuovo posto da chiamare casa. Ho un contratto firmato nella borsa, un po’ di emozione per il mio primo vero lavoro e anche un po’ di strizza.

Di solito ad inizio anno ci tengo a scrivere un post sui buoni propositi per l’anno nuovo. È una di quelle cose che ritengo imprescindibili, che ci sia un blog da scrivere o che siano riflessioni che faccio tra me e me. Quest’anno invece, un po’ perchè avevo ospiti Svedesi a cavallo del nuovo anno e un po’ perchè il 2 Gennaio sono partita per una vacanza*, non ho scritto niente. E nemmeno mi sono impegnata a pensarci a cosa volevo per questo nuovo anno, in un limbo di procrastinazione e incertezza su ciò che sarebbe stato di me e sarebbe stato meglio per me.

Credo che alla fine questa notizia (leggi botta di culo) sia stata una benedizione. Forse. Così quest’anno il mio proposito è già bello e che pronto. Affrontare a testa alta questa nuova situazione, cercando di trarne tutto il meglio possibile, sia sul lavoro che per il resto. E buenaventura a noi!

*un fantastico mini-foto-reportage della vacanza presto su questi schermi!

Fatto

È fatta.

Ho consegnato la tesi di dottorato, con ben due ore di anticipo sulla scadenza. Perchè fare le cose all’ultimo è uno stile di vita.

È stata un’esperienza. La scrittura è durata sei mesi, di cui solo negli ultimi due o tre è diventata un lavoro a tempo pieno. L’ultimo mese è stata una maratona, sempre di corsa e non si molla un cazzo. L’ultima settimana non saprei come definirla. Ho pianto praticamente tutti i giorni. Ho pianto di rabbia, per il nervosismo, ho pianto di gioia e ho anche pianto perchè ho riassunto in due pagine di ringraziamenti quattro anni di vita, quella fuori dal laboratorio, quella che conta davvero.

Sono stanca mentalmente e fisicamente. Mi fanno male la schiena e le gambe. A me, che il massimo sforzo di questi ultimi giorni era andare dall’ufficio alla stampante.

È una sensazione strana. È come essere arrivati nel posto in cui una fine e un inizio si incontrano, chè la fine di qualcosa è sempre l’inizio di un’altra (che magari questa sembra un’uscita da baci Perugina, ma quando la lessi su un volantino di uno spettacolo teatrale alle medie ne rimasi folgorata). E come sia la fine più o meno si sa.

E del doman? Non v’è certezza, ovviamente. Però qualche idea di massima c’è.

Perfetto.

Premessa: questo post contiene un po’ di disagio. Ho anche messo in cima i Verdena per rendere il tutto ancora più palese. Così, per avvertire.

E’ successo più o meno un mese fa mentre ero in vacanza. Quelle due settimane abbondanti di vacanza che mi sono ritagliata quest’anno, ben meno delle vacanze che mi sarei potuta prendere, ma si sa che qui dentro brucia il fuoco sacro dell’autolesionismo. Di queste due settimane di assenza avevo avvisato ripetutamente tutte le persone che, lavorativamente parlando, avrebbero potuto sentire la mia mancanza. Inutile aggiungere che queste mie e-mail sono state ignorate e mi sono continuate ad arrivare incarichi che dovevano essere fatti asap e che in casi veramente imprescindibili sono state anche svolte dalla sottoscritta asap (autolesionismo: burn burn burn!), con buona pace delle mie vacanze.

Il problema è sorto quando una e-mail diversa dalle altre è arrivata. Questa era la risposta dell’editore di un giornale scientifico riguardo alla pubblicazione di un mio articolo. Questo genere di lettere contengono pareri anonimi sul tuo lavoro e decidono se il tuo articolo può essere pubblicato o meno. Alla prima lettura ho avuto un nodo allo stomaco: gente che nemmeno sai chi è ha sparato a zero sul mio lavoro, chi giudicandolo buono ma con delle mancanze, chi cassandolo senza pietà, chi facendo domande superficiali. Tutti i commenti e le domande che ci (mi) ponevano sembravano essere fatte con spocchia, come se gli avessi fatto perdere il tempo più prezioso della loro vita e mi sentivo personalmente imputata di quelle mancanze verso cui loro puntavano il dito.

La realtà è un’altra. E’ che questa lettera ha toccato due dei miei punti debolissimi in una volta sola: l’iper-auto-responsabilizzazione per gli errori e l’ansia da perfezione.

Non so quale sia l’eziologia di questi mali, forse sono un retaggio della latente cultura cattolica, o una cosa comune tra la popolazione mondiale, tipo l’intolleranza al lattosio, solo che la gente non te lo viene a dire a te che ha certe paranoie. C’è che nel mio piccolo mondo, con la mia piccola esperienza queste paturnie contano e mi influenzano. Il rimuginare all’infinito sul passato, su quello che è andato male, su quello che non ho fatto io. Senza mai pensare che magari io non ero l’unica persona coinvolta in quella situazione, che invece di andare male poteva andare peggio (poteva piovere!).

Da qui alla voglia di uber-perfezione il passo è breve. L’imposizione di standard creati da me medesima su tutto e tutti, che portano alla rimuginazione sul non raggiungere quegli standard, che portano alla creazione di nuovi standard. E questo vale in tutti i campi del pensare e del fare. Al lavoro. Con gli amici. Con me. E ovviamente con gli “amici speciali”.

Quando mia madre mi dice che non è che non lo trovo ma che non lo cerco, mi fa arrabbiare, ma ha ragione. Perchè per me uno normale non va bene nemmeno per provarci, per vedere che succede. C’era quello a cavallo tra l’etero e l’omosessualità (più d’uno), quello che affogava tra mille interessi, quello che aveva problemi di relazione con gli altri, ognuno con le loro piccole peculiari manie, che per me erano le cose che li rendevano speciali.

Perchè questo non è un paese per un Joe Sixpack qualunque. O almeno vedremo.

Alla fine di tutta questa pippa esistenziale, il mio articolo è stato accettato per la pubblicazione. Perchè sono andata oltre alle critiche che avevo visto come personali, le ho affrontate e controbattute. Alcune accettandole, altre rigettandole con delle motivazioni. Un po’ come in una grande metafora di quello che dovrei fare quotidianamente. Invece che stare qui a ripensare a Joe Sixpack.

A Disagioville, per seguir virtute e canoscenza

Mi sembra chiaro da questo titolo che ho passato troppo tempo con persone più intelligenti della media. Non che io faccia necessariamente parte di questo gruppo, ne ho solo respirato la stessa aria e un po’ di aria me la do anch’io.

Sono tornata da ormai cinque giorni ma solo ieri ho preso pieno possesso della mia vita, disfando bagagli, pagando bollette e cucinando schifezze. Quindi oggi, ineluttabile, mi aspetta l’aggiornamento del blog.

Che detta così sembra un po’ un obbligo. E non lo è. E poi non che non abbia materiale di cui scrivere ma è che sono confusa sulla costruzione che tale materiale dovrebbe assumere, per evitare l’ormai abusato stile “a cazzo” di cui questo blog si erge recentemente a baluardo e avanguardia.

Dicevo, che sono tornata da poco da Disagioville, in cui sono stata per qualche giorno a causa (o per merito) di una conferenza. Disagioville è nel nord di Cruccoland, seconda città per numero di abitanti e prima città Europea più popolosa ma non capitale, giusto se ve lo stavate chiedendo. La popolazione di Disagioville, come dice il nome, è prevalentemente fatta da persone con un certo disagio addosso. Tipo che io arrivo alla stazione e mi trovo a far lo slalom tra gente ubriacherrima alle tre di pomeriggio e con dei cani che sembravano i figli di Cerbero; per non parlare della orda di metallari che mi ha incrociato una sera brandendo tra le mani il nuovo vinile dei Grave (nientepopodimenochè!), il cui nome è sembrato per qualche istante una previsione di dove sarei finita nel giro di qualche ora. Nonostante il disagio regnasse sovrano a Disagioville, devo dire che sono sempre tornata a casa intera e che alla fine ci avevo quasi preso gusto a mettermi in ghingheri, prendere il treno la mattina con il mio caffè lungo da portar via e arrivare all’università dove si teneva la conferenza.

La conferenza di per sé non ha brillato per momenti indimenticabili, se facciamo eccezione per la cena di gala a bordo di un battello che mi sembrava di essere sulla crociera di Love Boat, con i camerieri tutti impomatati che hanno dato il via alla cena facendo un’entrata con tanto di giochi pirotecnici in mano sulle note di qualche canzone che era famosa prima che io fossi nata. Che se non fosse che le finestre erano sigillate avrei potuto (e dovuto) tentare la fuga. Io non capisco perchè gli organizzatori di conferenze sentano l’urgenza di proporre momenti di kitsch estremo. Forse sono solo dei sadici e adorano far sprofondare la gente in un tremendo imbarazzo, forse l’ultima conferenza che hanno organizzato era sulla vera barca di Love Boat e hanno dei peculiari standard di ciò che è socialmente accettabile.

Comunque io non sono andata fino a Disagioville per disquisire su usi e costumi di camerieri nei battelli ma perchè dovevo illuminare il mondo con il mio impareggiabile contributo scientifico. L’illuminazione è partita più o meno dopo cinque minuti dall’apertura della mostra dei poster quando le due uniche persone (su 350!) che fanno più o meno quello che faccio io, si sono presentate davanti al mio poster per carpire i più subdoli dettagli, sbavando ingordi di particolari e anticipazioni. Ovviamente i due erano Crucchi, come gran parte dei partecipanti, e come tali noiosi. Così noiosi e prevedibili che dopo avermi fatto più domande che Carlo Conti in tutta la sua carriera, hanno finto di non vedermi per il resto della conferenza. Sulla fine (dopo giorni e giorni!)  sono riuscita a sgelare un po’ il Crucco facendo la simpatica e sottolineando come quello di cui trattiamo noi sia un lavoro di merda, con poche gioie e futuro incerto. Alla fine lui ha riso e abbiamo parlato di ovvietà per tipo cinque minuti, mentre la Crucca faceva solo dei sorrisi finti. Sospetto stessero insieme, ma alla fine della fiera anche un bel chissenefrega.

La mia socialità al limite dello pseudopatologico mi ha fatto conoscere un bel po’ di persone, prevalentemente di sesso maschile (ma guarda un po’ che caso!). Ci sono diverse ragioni per cui si intavola una conversazione a una conferenza e le vado qui ad elencare:

1. Per riempire un silenzio altrimenti imbarazzante. E questo è un po’ il filo conduttore di un buon 90% delle conversazioni che originano dalla condivisione forzata di spazi limitati con pressoché sconosciuti. Il fatto che si inizi a parlare fa diventare te e lo sconosciuto delle conoscenze, per cui la prossima volta che vi reincontrerete in uno di questi spazi limitati sarete tenuti a un minimo sindacale di convenevoli e nel giro di cinque giorni sarete diventati amici per la pelle, vi chiamerete per nome senza più guardare la targhetta e vi prometterete di sentirvi per e-mail al fine di iniziare fruttuose collaborazioni scientifiche.

2. Per interesse/ ammirazione/ curiosità nei confronti del loro contributo al mondo della scienza. In questo caso ci si appropinqua con un sorriso all’interessato/a e ci si relaziona usando termini scientifici, come se si stesse a disquisire di quisquilie ma con il tono di voce con cui si esclama “Ah, la tauromachia!”. Una tazza di caffè in mano è raccomandata. Niente latte, niente zucchero, solo caffeina. Al termine del colloquio, complimentarsi per il lavoro svolto e per la piacevole conversazione, girare i tacchi e scomparire tra la folla senza mai voltarsi e senza mai chiedersi che cosa vi siete veramente detti. A volte parlare a una conferenza è come parlare in danese (per ulteriori informazioni guarda qui).

3. Per caso. Capita ogni tanto che tu voglia ingaggiare una comunicazione come al punto 2. ma invece ti trovi davanti a un tizio sorridentissimo che dopo cinque minuti ti ha già detto ti amo in Svedese e che ha sempre voluto venire a vedere la città in cui vivo. Gli incontri casuali al caffè e i saluti nelle aulette in cui si tenevano le sessioni parallele sono continuati serrati. Alla fine, come al solito, non è successo niente di cui vale la pena raccontare. Ma il mondo è pieno di conferenze, per cui non importa in quale lidi sarà la prossima, e sarà altamente probabile che io e il MSc Sorriso ci si riveda. (MSc Sorriso è ovviamente Crucco pure lui e mi ha già mandato all’aria l’inossidabile teoria che i Cruc… ehm… Tedeschi sono noiosi, per cui farà meglio o a diventare noioso o a costituire una robusta eccezione alla regola!).

Lasciati quindi da parte i sogni di gloria della conferenza, torno con i piedi per terra all’appartamento Svedese. Manca un mese all’incirca al nuovo espatrio, verso Tulipanigian ed è tutto in salita. Ma di questo ne riparleremo presto.

Le tazzatorte

Sottotitolo: Volevo fare la food blogger, liberamente ispirato a questo post che merita.

Nonostante le mie origini, io in cucina non sono mai stata un fulmine.

Quello che mi spaventa e mi blocca non è tanto il cucinare ma lavare i piatti. Se avessi una lavastoviglie sono certa che cucinerei di più, o semplicemente troverei un’altra scusa per non cucinare.

Dopo aver dato questo pietoso saggio della mia pigrizia passiamo alla ciccia. Giovedì mi tocca preparare la fika per il mio gruppo di lavoro, che detta così avrò fatto cadere dalla sedia chiunque abbia letto questa frase. In Svedese dicesi fika l’atto di bere una tazza di caffè accompagnato da un piccolo companatico, generalmente dolce ma sti vichinghi buttano giù di tutto, specialmente dei simil spalmabili riomare che mi viene il voltastomaco solo a vedere il tubetto. Per voltastomaci cliccare qui.

(Avevo scritto un paio di paragrafi con battute scontatissime sull’argomento fika con doppio senso becero che ho cancellato. Ciò nonostante vi invito a fare i più bassi giochi di parole tra voi e voi. Mi raccomando, zero vergogna.)

Dicevo, che sono responsabile per la preparazione del companatico per la pausa caffè, la prima pausa caffè della stagione autunno inverno e, ovviamente, la prima pausa caffè dove c’è un responsabile per la preparazione del companatico. Che culo, insomma.

La lieta novella è stata annunciata da una mail una settimana fa o giù di lì e il mittente era questo figuro qui. In tutta la sua sfacciataggine ha aggiunto: “E’ altamente apprezzato che la fika sia fatta in casa.”, come se io, donna moderna del 21° secolo, non ho altro a cui pensare che a sfornare dolci e prelibatezze.

Da qui è nata la vendetta, tremenda vendetta.

In quanto prima della lista ho l’onore e la fortuna di stabilire lo standard per il companatico, infatti non essendoci precedenti qualunque cosa porterò, sarà ben accetta. Qualunque. Quindi, per far capire a quest’uomo che prima di scrivere le cose dovrebbe pensare due volte e poi stare zitto ho deciso che farò un dolce che potrebbe essere stato rubato a dei bambini dell’asilo, giusto per allinearmi alla sua età mentale. Mi sono rimboccata le maniche e ho cercato e cercato e cercato e cercato e finalmente ho deciso che preparerò delle tazzatorte. Le tazzatorte (forma plurale di tazzatorta) sono cupcake incartate in un pirottino rosa baby o azzurro fiocco da remigino, ricoperte da glassa e palline di zucchero colorato.

Il fine ultimo è di fare qualcosa che il gruppo possa gustare (si spera!) e che il cerebroleso possa vedere come una diretta sfida alla sua integrità di Uomo, uno di quelli che non deve chiedere mai e che per questo non vorrebbe involontariamente ritrovarsi a mangiare qualcosa che si addice a una baby shower o al primo compleanno di mia nipote. So che il messaggio che voglio lanciare è arrotolato in una bottiglia fatta di vetro scuro, tappata che naviga al largo dell’oceano, ma tentare non nuoce. Difatti, è notorio che la vendetta è un piatto che va servito con gli zuccherini colorati.

Domani è il gran giorno della preparazione di questa stupendezza, state sintonizzati che se alla fine di domani sera ho ancora un paio di neuroni accesi potrei condividere una foto con twitter (che poi sto twitter io ancora non lo sto capendo, ma appena mi sono raccapezzata ve lo dico come funziona, eh!). Il più grande ostacolo tra me e le tazzatorte in questo momento si chiama Stäm. Si sappia che qui avere una bilancia da cucina in casa è un po’ come bestemmiare in chiesa, perchè lo Svedese medio non ha bisogno di sapere quanti grammi di quello o di questo ci vogliono. Loro vanno a coppette. Una coppetta grande di farina, due coppette medie di zucchero, tanto amore ed eccoci pronti. Ho trovato un sito che trasforma le coppette in grammi, per cui dovrei essere coperta ma solo domani lo sapremo.

Un altro ostacolo, sul quale spero di soprassedere, è che non ho lo stampo da forno dei muffin ma spero e confido nel fatto che i pirottini, tanto più se in colori improponibili, tengano.

Ricapitoliamo: domani, tazzatorte; giovedì, vendetta/corsa al supermercato a comprare una torta; venerdì, ritorno a casa base; sabato, un cazzo; da domenica fino a giovedì prossimo, Cruccoland per lavoro. Chè non vorrei che si dicesse in giro che sono andata in vacanza. Io sarò in un posto orrendo a lavorare e a fare mercimonio del mio corpo. Quando torno ragguaglierò sul tutto, fino ad allora vi auguro una dolce settimana.

Ricetta per 24 tazzatorte 

(Ventiquattro?! 24?! Te sei Paz-za!)

240 grammi di burro (olè)

240 grammi di farina

2 cucchiaini di lievito chimico (suppongo sia bicarbonato o almeno io quello ho)

1 limone

sale q.b.

4 uova

una bustina di vanillinavanillina non pervenuta nel mio supermercato, per cui ci mettiamo un po’ di zucchero vanigliato

240 grammi di zucchero (di cui un tot è lo zucchero vanigliato di cui sopra)

Per la guarnizione:

zucchero a velo (che qui sarà lo zucchero vanigliato perchè gli svedesi se lo sbriciolano ci butano anche un po’ di vaniglia, se no non ne vale la pena), acqua calda e (ovviamente) palline di zucchero technicolor.

Preparazione

Unire zucchero e burro e sbattere con la frusta elettrica, quindi aggiungere le uova e continuare a darci di frusta.

Per ultimo, aggiungere la farina e il lievito setacciati e mescolare con un cucchiaio di legno (potere di Kali, vieni a me!). Distribuite l’impasto nei pirottini, posizionati nello stampo per muffin (ho come l’impressione che sto fatto che mi manca lo stampo mi fregherà). I pirottini devono essere riempiti per metà.

Infornare per 20 minuti a 180 gradi.

Preparare la glassa mescolando lo zucchero a velo con l’acqua calda q.b. Spargere sulle tazzatorte e incastonarci sopra le palline di zucchero.

Et voilà!

(Immaginare una foto bellissima di tazzatorte qui.)

Del mettersi giù da gara

Quando ero ancora nelle terre mie, quelle del vino e salame, quando arrivavo tra i miei amici e mi si diceva che quella sera ero “messa giù da gara”, voleva dire che quei cinque minuti passati al trucco e guardaroba erano stati momenti produttivi.

Ingredienti fondamentali per guadagnarsi lo status da “giù da gara” non sono scarpette chiodate e calzoncini ma una miscela di intrigo ed esibizione. Ma più la seconda.

Sì, cari miei. Questo post sembra frivolo ma in verità non lo è. Non è che Agosto fa impennare il tasso di tette-e-culi anche su questo blog, con i vip in spiaggia, i tormentoni in radio e il colore dell’estate. Ammetto che qui si andrà a parlare di vestiti e di apparenza, ma in maniera del tutto funzionale al lavoro. Che qui Agosto è un po’ il vostro Settembre, siamo già con le gambe sotto alla scrivania (e la testa altrove) e la-vo-ra-re. Tac!

Nello specifico, tra tre settimane sarò a una conferenza in Germania, perchè apparentemente le mie conferenze sono solo in Cruccoland o in altri posti incredibilmente noiosi (L’anno scorso che era in Sicilia il mio capo non ha voluto che andassi per poi pentirsene!). Una conferenza nel mio campo è un evento con rapporto uomo donna più o meno 50-50, che rispetto al campo dell’IT è tutto grasso che cola, in cui si respira una certa aria nerd ma non troppo. A parte alcuni casi disperati ci sono anche persone dalle sembianze normali, che fa sempre piacere. L’età media è attorno ai 30-40, quindi io sono ancora nella parte bassa della media che mi dà lo svantaggio di essere potenzialmente la figlia di chiunque conti qualcosa in questo gruppo di persone ma al tempo stesso sono definibile come il nuovo che avanza o, più francamente, carne fresca.

L’ho detto davvero. Carne fresca. Perchè la legge della jungla è valida sempre e ovunque: un po’ di pilu non guasta mai. Il pilu tuttavia deve essere assolutamente funzionale a far interessare  un potenziale interlocutore al vostro lavoro scientifico, quindi la sua quantità ed esibizione deve essere sapientemente dosata.

Per fare un esempio, l’anno scorso ero a questa piccola conferenza e durante una pausa caffè mi sono trovata a parlare con due rappresentanti di una casa farmaceutica. Mentre si discuteva vedo che gli occhi di uno dei due svolazzavano di tanto in tanto al di sotto del mio mento. Poco dopo mi resi conto che la mia camicetta di tendenza, giallo senape con le rouge, tendeva con lo scollo a V molto in basso, lasciando la puntina della V a metà seno e dando spazio a qualcosa altro che non la sola immaginazione.

Quindi, memore di questo fallimento, il mio obbiettivo è di migliorare la tecnica nel far notare le mie qualità scientifiche attraverso altri generi di qualità.

L’acquisto incauto numero 1 è già stato effettuato e se non sapevate dell’esistenza di questo capo fantastico, bè sapevatelo da adesso: un paio di jeggins neri. Rispondono al nome di jeggins pantaloni a metà tra i leggins e i jeans, che se fossero gli anni 90 li chiameremmo jeans elasticizzati (e nel dubbio ci attaccheremo una staffa, che sai mai che poi ti vengono su per la caviglia) ma siamo nel 2012 e se non volete sembrare mia zia li chiamate jeggins. Da lungo tempo mi vanto di aver osteggiato la calata dei leggins con tutte le mie forze, specialmente quando spacciati per pantaloni, ma i jeggins sono diversi. Quando si acquista un paio di jeggins è meglio andare al negozio digiune, come per gli esami del sangue. Il jeggins, per sua definizione, deve essere stretto ma ciò nonostante una volta indossato permette di mangiare maialini sardi di traverso, che lui si adatta alla nuova bizzarra forma del corpo senza esitazione.   Che non è male, se si contano le torte e pasticcini che vengono propinati nelle mille pause caffè e che vengono spazzolati a ritmo costante per riempire gli imbarazzanti momenti di silenzio nella discussione con lo sfigato scienziato di turno.

Adesso viene la parte più difficile, perchè se il pezzo sotto è sistemato, devo trovare qualcosa da mettere sopra che è anche la parte più vicina al viso, ovvero dove immagino che il mio interlocutore stia guardando (il chè, come già dimostrato, non è sempre il caso). E se i pantaloni dicono “il corso di step sta dando i risultati sperati!”, il pezzo sopra dovrebbe dire “quando non sono a step, le mie passioni sono il cinema d’autore francese e l’ikebana” che è un bel discorsone da far fare a una camicetta.

Sabato sono andata alla ricerca di questo capetto dei desideri ma tutto quello che mi sono sentita dire dai capetti è stato “Glastonbury quest’anno era una sacco bello”, “uh, davvero ci voleva un reggiseno qua sotto?!” e “leggere la Bibbia: che divertimento!”, quindi immagino di dover continuare le ricerche.

E saranno ricerche lunghe e penose, perchè come se non bastasse, sono anche limitata nella scelta dei colori. In breve, alle conferenze se sei una schiappa come me vai e ti porti un poster in cui riassumi il tuo lavoro che verrà appeso per un’oretta durante una delle tante pause e tu dovrai fare il cane da guardia da parte al poster in attesa di un avventore, al fine di dare il via a intense chiacchierate scientifiche in cui tu avrai un’epifania che ti permetterà di salvare il mondo, debellare ogni malattia infettiva e vincere il premio Nobel.

Quindi, in questo mondo di scienziati semi-autistici che vagano per i poster bisogna andargli un po’ incontro ed è stato provato scientificamente che se ci si veste in tinta con il poster la mente malata del vostro pari scienziato sarà più facilmente portata a riconoscervi come l’autore di quel lavoro. E questa è l’unica cosa davvero seria di questo post e di cui voglio farvi partecipi, perchè d’ora in poi qualsiasi presentazione pubblica avrete dovrete andare in abbinato con il power-point o le trasparenze e fare i grafici a seconda di che cravatta/maglia/borsa indosserete quel giorno, ricordandovi ovviamente che i vostri vestiti dicono cose e voi volete che parlino bene di voi, o mentano, se necessario.

Mi raccomando, fate mercimonio del vostro corpo, responsabilmente.