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All you need is

(E il caso vuole che quando io ero in quella città la ascoltavo mentre mi perdevo per i vicoletti e ora, che in quella città ci sono tornata per altre ragioni di cui vado ora a raccontare, eccola che ritorna con un nuovo album. Mi piacciono queste sovrapposizioni tra la musica e le mie esperienze. E adesso devo ancora capire dove e quando la riuscirò a vedere: se qui o là. Spero là.)

Sono partita per un viaggio. Più o meno. Avevo accennato a qualcosa tempo fa, avevo alluso a delle regole che mi ero messa e che avrei potuto infrangere. Viene fuori che, alla fine, del foglio delle regole ne ho fatto una palletta e l’ho buttata nel cestino. Io parto, non mi importa.

La volta precedente che mi ero imbarcata in un viaggio del genere dovevo averlo preso più come un viaggio spirituale e avevo sostenuto che ci volesse fede. Ma per una che in chiesa ci va solo per i matrimoni o i funerali, fa scena muta per tutta la cerimonia e si guarda con sospetto attorno pensando a quanto è surreale tutta la situazione, forse rifugiarsi nella fede non è la soluzione. E i fatti lo hanno provato.

Allora cerco di trarre vantaggio dai miei errori precedenti, invece di lasciare perdere un’occasione per paura di rimanerci ancora bruciata. E questa volta è un altro viaggio, metaforico e non, quello in cui mi sono imbarcata e quando si parte è bene fare una lista, per ricordarsi quello che serve, per non dimenticarsi le cose a casa.

Serve un biglietto aereo. Più d’uno, andata e ritorno. Per quella città in cui ascoltavo Sharon van Etten e uno per lui direzione Svezia. Serve un biglietto del treno, come quello su cui viaggio ora, con il mare sulla destra, grigio e arrabbiato come il mare d’inverno, che inverno non è. Ne serviranno altri di biglietti, credo.

Serve pazienza. Per convivere con le spigolosità che ho accumulato nel tempo, per la mia facilità di giudicare qualcosa dalla prima impressione. Serve pazienza per capire le spigolosità altrui e i punti di vista che non sono i miei, a volte così uguali e a volte no. Prendere quegli angoli e guardarli, non cambiarli. Che dire “lo cambierò” non ha mai portato a niente di buono e chissà che tutti quegli angoli non vadano a combaciare un giorno.

Serve un piumone più grande, chè l’estate Svedese è soltanto un ricordo e nemmeno dei più belli.

Serve una scatola in cui riporre tutti il “nostro”, per dividerlo dal “loro”. Ci sono cose che sappiamo solo in due. Cose che credo nemmeno questo blog verrà a sapere. Probabilmente è per questa ragione che mi ci è voluto così tanto a scrivere questo post.

Serve pazienza, che l’ho già detto ma ne serve ancora. Per quando non siamo insieme, che è la maggioranza del tempo. Meno poeticamente, serve uno smartphone, una serie di app di messaggistica online e skype. Preferirei non servissero ma servono eccome. Serve pazienza anche per passare la giornata ad aspettare di parlarsi e poi finire a raccontarsi cosa si è mangiato a pranzo, se c’era il sole o no e se la coinquilina è tornata a casa o è ancora fuori con quello là.

Serve un libro di ricette perchè ho sfoderato i miei più grandi successi culinari degli ultimi 28 anni e adesso sto raschiando il fondo del barile. Che non sono una massaia ma lo spirito da matrona Italiana si impossessa sempre di me in queste occasioni. Serve davvero perchè lui è più bravo di me a cucinare.

Serve dello spazio per riporre i bagagli di esperienze sentimentali accumulati in questi ultimi anni. Tanti piccoli bagagli per me, uno solo grande grande per lui. Alcuni di questi bagagli sono leggeri e si spostano alla svelta, altri pesano e rimangono in vista, a ricordare che ci sono stati e ancora occupano spazio.

Serve un nuovo vocabolario per colmare le differenze lessicali. Le parole di questo vocabolario sono:  cara ve, ces!, criminale, riposo gli occhi, tesoro. Dal dizionario sono state cancellate altre parole (alcune di queste non andrebbero mai usate a prescindere): baci baci, branda, buondì.

Servono altri due vocabolari, uno per ciascun paese in cui abitiamo.

Serve un piano, perchè a fare questo avanti e indietro mi sono già quasi stancata. Il piano si sta delineando poco per volta, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, sperando che le fondamenta su cui si trama questo piano reggano. Chè non si sa mai, anche i piani meglio pensati possono andare a finire in niente.

E con questo penso di aver preso tutto.

Si parte.

Una fisarmonica e i tetti dai camini alti e il sacro cuore. E poi.

Questa è la scena con cui ho salutato Parigi (e te).

Ero sulla RER in direzione dell’aeroporto e questa volta, come la precedente, mi ha preso un po’ di malinconia quando ci siamo salutati. Sul treno c’era un mendicante che suonava una melodia con la fisarmonica e la carrozza riaffiorava dalla galleria, con Parigi che sfilava fuori dal finestrino.

C’erano i binari del treno e i fili che come onde si muovevano su e giù. Palazzoni alti e sottili, con camini a gruppi di tre o quattro che affollavano quei tetti dalla forma che non so spiegare ma che si vede solo a Parigi.

A un certo punto dalla selva dei palazzoni, in mezzo a due caseggiati marroni, si vede la collina di Montmartre e il Sacro Cuore.Da lontano e in mezzo a tutta quella desolazione è ancora più imponente rispetto a quando ci sei dentro e vedi tutta Parigi (ma non la Tour Eiffel).

A vederlo così mi è sembrato tutto ovvio: non siamo altro che un’isola di cose belle in mezzo a tutto il resto, dozzinale e indistinguibile.

Volevo fare una foto, per ricordarmi di quella sensazione, per averne una prova visiva. Ma quando ho finalmente trovato il telefono in un angolo nascosto della borsa era troppo tardi. Il Sacro Cuore era sparito di nuovo dietro ai palazzi e il momento era passato. E il tempo è poco, quasi insufficiente per capire cosa sta succedendo, troppo poco quasi per farne un ricordo.

E poi.

E poi non so cos’è successo. Giorno dopo giorno tu hai fatto un passo indietro, detto una parola di meno. Fino a quando sei scomparso per poi riapparire ora. Sei sfuggente, o meglio sfuggi e basta, e quando ti chiedo delle spiegazioni mi dici che hai degli impegni e io non voglio delle spiegazioni scritte in un fumetto. Le voglio sentite dire da una voce vera.

Non devono essere spiegazioni buone, non ci deve essere per forza un buon motivo, ma voglio capire. Hai visto che verbi uso? Dovere e volere, e non al condizionale. Perchè se ancora non ti era chiaro, sono una che non lascia le cose incompiute. O meglio non lascio certe cose incompiute. Oggi, più che ieri, grazie a degli incontri casuali che ti fanno aprire gli occhi, so che tu sei una di quelle certe cose per cui è necessario sporcarsi le mani, è doveroso sporcarsi le mani. Mi sembra di non aver dato tutto il possibile, di non essermi messa dentro a questa storia mostrandomi completamente. Sono stata sincera ma non trasparente, sono stata carina ma non brillante.

Il problema è che quando ti parlo ancora balbetto e le parole a volte mi escono un po’ stropicciate e per una settimana prima di ogni incontro mi sveglio all’alba e non riesco più a riaddomentarmi. Forse è per questo: perchè quando ti vedo sono in debito di sonno e a volte fatico a mettere una frase insieme, che diciamocelo, non sono proprio degli ottimi presupposti.

Non voglio forzarti di fare quello che tu non vuoi, se non vuoi, ma io sono pronta adesso e voglio farlo e devo.

Perchè tu sei diverso, in mezzo a tutto questo ciarpame, dozzinale e indistinguibile.

 

 

(La prossima volta che mi trovate a scrivere robe melense di questo genere siete autorizzati a spararmi a vista)

Se telefonando…


Questa storia inizia con un “Bubi (quiqu) bi bibumm (quiqu). Bubi (quiqu) bi bibumm (quiqu). Bubi (quiqu) bi bibumm (quiqu)”.

Già le mie doti canore non sono il massimo ma questo è un brano davvero difficile da interpretare.

Nelle mie intenzioni questa è la musichetta a cui mi riferisco. Per quelli che per comunicare con i loro “nearest and dearest” non devono mettersi davanti a una webcam, è l’insopportabile suono che emette Skype quando qualcuno ti chiama. Nella recondita ipotesi che qualcuno abbia indovinato il motivetto dal mio sillabare, per lui ricchi premi e cotillon.

Come in ogni migliore storia dell’orrore, suona il telefono (o chi per esso). Io stavo vivendo la mia vita in pigiama, cercando di recuperare le energie per la serata di venerdì, che sarebbe iniziata da lì a un’ora e mezza. Guardo il computer per vedere chi mi chiama. E’ il mio ex-ragazzo, baciato accidentalmente sette giorni prima durante una serata ai limiti dell’incredibile.

Merda.

Merda perchè questo mi chiama quando io stavo portando avanti con successo una politica negazionista per cui io avrei negato anche sotto giuramento che niente fosse successo senza dare spiegazioni o scusarmi (Che poi, perchè scusarmi? Spiegare cosa e a chi?)

Merda perchè per quanto uno possa essere un ex ragazzo noi donne si vuole sempre apparire al meglio della propria condizione e questo pigiama blu e grigio a fiori tarperebbe le ali anche ad Heidi Klum.

E già che ci sono vorrei sensibilizzarvi al dramma della comunicazione via skype. Durante le videochiamate può capitare che l’immagine si impalli, per usare un termine tecnico. L’immagine che il vostro interlucutore vedrà per qualche secondo sul video (ma gli rimarrà impressa nella mente in eterno!) generalmente vi ritrae in momenti in cui date il peggio di voi. Tipiche pose da video impallato sono gli occhi a mezz’asta (molto peggio degli occhi chiusi), ghigni malefici che nemmeno nell’esorcista, e doppi o tripli menti come se piovesse. Per non parlare della luce che fa sembrare cadaverici se troppo forte o dei partecipanti a una seduta spiritica se troppo fioca. La mia mi fa cadavere.

Quindi, ricapitolando, io stavo per rispondere a una videochiamata in cui tripli menti bianco latte su faccia con occhi a mezz’asta sarebbero potuti essere visti per interminabili secondi, il tutto indossando un pigiama della linea Unwatchable by H&M.

Mi faccio forza e rispondo.

Era effettivamente il mio ex-ragazzo. Che poi non è proprio mai stato il mio ragazzo ma dire qualcuno-con-cui-sono-uscita-per-un-paio-di-mesi-ma-poi-è-andato-tutto-a-catafottersi non suona altrettanto bene. Mi aveva chiamato per fare due chiacchiere, glielo avevo detto io di chiamarmi perchè noi adesso si è amici e questo fanno gli amici: si chiamano e si raccontano cos’è successo da quando si sono visti l’ultima volta. E ricordiamo che l’ultima volta che ci siamo visti eravamo intenti a scambiarci saliva sotto la pioggia, che non è un argomento che offre grandi spunti per una conversazione spicciola, tipo “Come va? Ti ho per caso attaccato il mal di gola venerdì scorso?”.

Per i primi trenta minuti siamo impeccabili, parliamo del più e del meno, di lavoro e di me che tra poco me ne vado. Poi lui dice che anche lui sta facendo il trasloco e che sta lasciando la casa della sua ragazza perchè dopo una lunga ma pacifica discussione hanno capito che era il momento di finirla con tentativi di far funzionare cose che sembrano non andare da nessuna parte.

Se gli rispondo “Evvai!” sono un’insensibile opportunista, se dico “No vedrai che le cose si sistemeranno e che vivrete felici e contenti” sono falsa come una banconota da settante corone. Opto per un “E’ per il meglio”.

Però tra una perla di saggezza e un consiglio da psicanalista di Uno Mattina, e nonostante il pigiama, la luce e il video impallato, l’atmosfera si è fatta rilassata. Si ride, si scherza e alla fine ci si guarda in un momento di silenzio ed è chiaro che ci vogliamo incontrare perchè abbiamo delle questioni in sospeso. Iniziamo a consultare l’agenda perchè i giorni sono pochi e gli impegni mondani troppi. Alla fine viene fuori che quella sera sarebbe l’unica sera in cui sarebbe davvero possibile vedersi.

Era fondamentale vedersi perchè avevamo bisogno di una chiusira, di un punto, semplice o esclamativo. Il problema con noi è che non abbiamo mai avuto un motivo per finire di piacerci. Quando abbiamo smesso di vederci l’ultima volta era perchè o c’era qualcun’altro o eravamo stanchi di questa vita da esule nel fine settimana e da inchiodato a skype per gli altri cinque giorni. Quello di cui avevamo bisogno era di un motivo per litigare furiosamente. Però litigare al telefono non si può, non da soddisfazione e rende frustrati. Anche Mina te lo dice che “se telefonando io potessi dirti addio ti chiamerei”. Ma non può. Poi nel verso successivo sbaglia un congiuntivo però va bè, Mina è e rimane un profeta dei nostri giorni.

Quindi, uno di noi due deve mettersi su un treno per raggiungere l’altro, ma chi? Lui dice che deve andare a lavorare il giorno dopo all’una e che ha paura della mia coinquilina (che è una fobia condivisibile). Io dico che devo fare una commissione prima dell’una il giorno dopo e che mi sento vittima di una booty call internazionale e il mio orgoglio mi impedisce di prendere un treno. Il mio orgoglio fa anche sapere che se però è lui a prendere il treno non si parla di booty call ma di visita con preavviso.

Per risolvere questa spinosa questione ci affidiamo al maturo sasso carta forbice. Carta. Forbice. Vinco io, anche se non succedeva dal 1992: quando si dice il culo. Lui si appella al video impallato ma non funziona. In meno di due ore arriva alla stazione.

In quel momento io ero fuori con i miei amici, ricevo la sua chiamata e insceno un improvviso calo di forma con conseguente uscita di scena. Nel preciso istante che metto la giacca la pioggia è battente ma io convinco tutti che smetterà subito e mi dirigo da sola verso l’uscita. La pioggia non smetterà prima di dieci minuti ma tutti sembrano essersi bevuti la mia commedia mentre io inizio a credere di essere un’attrice mancata e più in generale una brutta persona. Va detto che l’uscita di scena è stata necessaria soprattutto per la presenza dell’amico stalker per cui il mio “ex-ragazzo” ha uno speciale riguardo/rimorso di coscienza/terrore di essere ucciso tra mille sofferenze.

Corriamo fino a casa sotto l’acqua.

Finiamo quello che abbiamo iniziato la settimana scorsa.

Parliamo per ore.

Dormiamo (poco). Soprattutto io. Visto che mi ero dimenticata che russa. E che mi ruba la coperta. Mi sono stupita della precisione chirurgica di questo processo di rimozione che mi ha fatto dimenticare queste cose irritanti sul momento ma mi ricordavo di tutte le altre cose belle che erano nei suoi modi e che lo sono ancora. Solo quando non dorme però.

Un’altra cosa che mi è tornata subito in mente è il suo odore sulla mia pelle. L’olfatto è una brutta bestia, a volte. Dopo due docce sono riuscita a chiudere anche questo cassetto della memoria.

Alla fine, la mattina ci dimentichiamo di litigare e quando arriva il momento di salutarci in stazione rimandiamo la chiusura ancora di una volta. Alla fine siamo dei perfetti ex che non nutrono rancore e che non hanno sentimenti forti uno per l’altra perchè sanno che qui e ora non sarebbe possibile nemmeno provare ad avere una qualsivoglia relazione. E’ il (triste?) trionfo della razionalità dopo il colpo di testa di quattordici ore prima.

Tornare indietro non si può

Questa è ormai l’ennesima versione di questo post, che per chissà quale ragione non riesco a scrivere. Forse l’unico modo per dargli un senso è raccontarlo dalla fine e a salire fino all’inizio della vicenda.

Erano più delle 3 di notte quando il taxista mi ha lasciato sulla soglia di casa, sono entrata e ho dormito un sonno spesso come non mi capitava da tanto tempo. Visto che ho una coscienza, il sonno era farcito di sogni con momenti e persone estrapolati dalla serata, come a ricordarmi cos’era successo.

Il taxi l’avevo preso dopo un terribile viaggio in treno. Lo straniero ubriaco che avevo incontrato all’aeroporto non la smetteva di parlare. In meno di mezz’ora mi aveva già raccontato tutta la sua vita. Ha una bambina di sei anni, ha comprato un appartamento di recente, lavora in un ristorante che ha quasi il mio stesso nome e mi ha snocciolato un serie di autori e sceneggiatori Italiani, perchè lui è un’attore quando non fa il cameriere. Era difficile da credere a vederlo ridotto in quelle pietose condizioni. Lui mi parlava in un inglese pietoso e io cercavo di rispondergli gentilmente ma senza dargli troppa corda. Parlavo piano, un po’ per la stanchezza e un po’ per prendere tempo. L’attore ubriaco mi ha chiesto se volevo andare a casa sua per la notte, così, dopo nemmeno un’ora. Accettare non era nemmeno una possibilità, ma non ho potuto fare a meno di chiedermi che genere di persona potrebbe accettare una tale offerta fatta da una persona in quelle condizioni. Le risposte che mi sono data non mi sono piaciute.

L’attore ubriaco l’ho incontrato all’aeroporto mentre aspettavo il treno, sembrava un po’ perso e io gli ho dato indicazioni. Dopo questa sera mi sentivo in vena di dare indicazioni a persone un po’ perse, per empatia e perchè sentivo di dover recuperare un migliaio di punti karma. Nell’attesa del treno di quasi un’ora all’aeroporto mi sono seduta su dei gradini e ho mangiato del cioccolato comprato al chiosco ancora aperto nonostante la tarda ora. Mi ha calmato un pochino. Mentre aspettavo e mangiavo, pensavo a quante persone ci sono di notte all’aeroporto. Non avevo idea ma forse c’erano degli aerei in ritardo o dei voli internazionali ma al terminal principale ci saranno state almeno cento persone.

La metro per l’aeroporto non passava mai, per cui avevo deciso di prendere l’altra metro e di raggiungere un’altra stazione dei treni per non perdere quello delle 1.26. Quando arrivo all’altra stazione, le transenne chiudono l’accesso ai treni: è chiusa di notte per lavori. Torno alla stazione della metro, sperando che passi presto una metro per l’aeroporto. Da parte a me c’è una coppia, sono belli si toccano appena e parlano con i loro corpi vicinissimi uno all’altro ed entrambe sorridono tantissimo.

Quando vado in albergo a ritirare i miei bagagli per poi andare a prendere la metro e il treno per arrivare a casa mi accorgo facendo le scale che i miei occhiali sono sporchi. L’impatto della mia faccia sulla sua pelle deve avere lasciato quel segno. Cerco un pannetto per le lenti e pulisco gli aloni.

Sono arrivata in albergo dopo una camminata di oltre mezz’ora. Non pioveva ma l’aria era umida. Avrei potuto prendere la metro fino all’albergo ma volevo camminare, anche se già sentivo che la gola mi faceva male e le narici erano chiuse, segno che il mattino dopo mi sarei svegliata con un bel raffreddore e magari un po’ di febbre. Il labbro inferiore mi formicolava e mordermelo come faccio sempre in queste situazioni era come toccare un taglio ancora fresco. Ho camminato veloce per smaltire tutti i sentimenti accumulati nel giro di quei dieci minuti. Rabbia perchè un anno fa non è stato e magari poteva essere. Rimorso perchè lui ha una ragazza e per quanto psicopatica lei possa essere, non se lo meritava, di nuovo. Eccitazione per quel contatto fugace che ha aperto un vaso di pandora di ricordi seppellito qualche tempo fa e che non pensavo sarei andata a rispolverare. Voglia di rimanere quando invece me ne sarei dovuta andare e basta, saltando quegli ultimi dieci minuti.

Gli ultimi dieci minuti li avevamo passati baciandoci, intensamente e senza curare che eravamo nella via principale. Tra un bacio e l’altro le frasi avevano solo condizionali.

Se vivessimo vicini. Se tu non te ne andassi. Se qualcuno ci vedesse.

I condizionali sono una bella invenzione in queste situazioni. Ci siamo salutati dandoci appuntamento al prossimo incontro di lavoro, che sarà più o meno tra dieci mesi. Un tempo sufficiente a far dimenticare l’accaduto. Da venerdì ad oggi non ne abbiamo ancora parlato, come a cercare di non ammetterlo e perchè in fondo non c’era niente da dire. C’è sempre stata chimica e stare a stretto contatto per quattro giorni l’ha fatto venir fuori. Punto e basta.

Quando mi ha accompagnata fuori dalla discoteca per darmi indicazioni sulla strada da prendere ci stavamo salutando ancora e le ultime parole che sono sicura di avergli detto suonavano come “Vedi, tra di noi è a posto. Quando hai voglia di sentire qualcuno per parlare dei tuoi scazzi dovresti chiamarmi. Sì, dovresti chiamarmi più spesso”. Ma poi ho aggiunto “Forse dovremmo smettere di flirtare e io me ne dovrei andare”. E invece non me ne sono andata. A sentire lui è stata tutta colpa dei miei occhi, lo guardavo come facevo un anno fa. Lui mi ha accompagnato fino alla strada principale, che era a meno di venti metri.

Stavamo ballando assieme ai nostri altri colleghi, la notte era più che piacevole ma iniziava a farsi tardi e se io volevo andare a casa con il sole ancora sotto all’orizzonte era meglio mettersi in marcia in quel momento. Inizio il giro dei saluti, che era piuttosto lungo e quando arrivo a lui mi rendo conto che non ho idea di dov’è il locale, per cui mi serve che l’unico autoctono del gruppo mi dia indicazioni. Lui dice che mi accompagna per un pezzo.

Prima che ci mettessimo a ballare, lo vedo che guarda il telefono continuamente. Approfitto di un momento di calma nella mia conversazione, mi giro e metto un mano a coprire lo schermo del telefono e sorrido. Lui capisce perchè l’ho fatto e mi sorride indietro. Iniziamo a parlare e io rimando alla domanda che gli avevo fatto quattro giorni prima, che era “Come va?” e a cui lui aveva risposto “Chiedimi qualcos’altro”. Adesso era il momento di rispondere. Nel frattempo lui si era praticamente trasferito dalla sua ragazza ma lei, come già sapevamo, è un’adoradrammi, una per cui un giorno è tutto bellissimo e il giorno dopo sono fuoco e fulmini. Lui non è da meno in quanto a complicarsi la vita ma lei batte tutti. Il problema è che lui non è in grado di mettere un punto a questa storia che è un tira e molla da ormai due anni. Perchè è innamorato, perchè avere qualcuno a fianco è meglio che stare da soli, perchè non se la sente. Lui dice che adesso con la sua ragazza è un periodo in cui le cose non vanno bene. In più, dovrà lasciare casa, quella solo sua, a Novembre e non sa come fare e dove andare. Lui però mi chiede come sto io e come va con il mio Amico Stalker. Il mio amico Stalker non mi parla più, sono uscita con un ragazzo che era un’idiota e mi sono invaghita di un altro che è un amico dello Stalker e con cui non è funzionata. Mi serve aria, non vedo l’ora di andarmene e ho conosciuto un ragazzo che vive in Olanda e poi chissà. L’ho detto quasi tutto d’un fiato. Dovevo riassumere tante cose che mi sono successe. E in fondo in fondo volevo fargli vedere come mi ero ripresa anche senza di lui. Lui dice che sono cambiata rispetto alla ragazza innocente che si era fatta vecchia aspettando il Principe Azzurro. Lo prendo come un complimento.

I giorni precedenti a questo sono allo stesso modo densi di successi sul lavoro, di apprezzamenti, di proposte. Ero e sono elettrizzata all’idea dei nuovi orizzonti lavorativi e geografici. Ci sarà l’Olanda ma non solo, e di questo se ne parlerà più avanti quando sarà il momento. Questi giorni di meeting per quanto intensissimi, sono una delle ragioni per cui mi piace il mio lavoro e non solo per quello che ho appena scritto ai paragrafi precedenti.

Un ultimo passo indietro per completare la storia. Appena arrivata, entro nell’albergo e lo vedo di spalle. Il suo aspetto è sempre lo stesso, anche se erano otto mesi che non ci vedevamo. E’ sempre bello. Sorrido e intono “Ehi, laggiù! Come stai? Come vanno le cose?”.

“Ok, chiedimi qualcos’altro”.