Heart skipped a beat

È successo un po’ di tempo fa, adesso fa un po’ meno male parlarne.

Erano le tre di notte e vedo che la luce in bagno è accesa, quando il mio ragazzo torna in camera gli chiedo “Tutto bene?”, dice “no”. Si sdraia un momento, gli tocco il viso ed è freddissimo. Avendo in condizioni normali la temperatura di una stufa, c’è qualcosa che non va. Lo vedo confuso e mi chiede di chiamare qualcuno subito, sente il cuore che batte forte e il respiro corto. Dopo meno di un’ora siamo al pronto soccorso e gli stanno facendo le analisi del caso. Dopo un po’ di ore in compagnia del bip dell’elettrocardiogramma arriva un dottore e dopo aver fatto una serie di domande conclude che non è stato il cuore, ma la testa. Un attacco di panico.

Le cose qui a Ponte sul Cam al momento sono un po’ in divenire: io sono (relativamente) tranquilla al lavoro 5 giorni a settimana 8 ore al giorno, lui sta per difendere il dottorato, il che implica una serie di viaggia avanti e indietro per mettere le cose a posto in Spagna, e sta cercando un lavoro che al momento non si trova. A questo punto mi piacerebbe dire che non c’è ragione di preoccuparsi e che tutto si sistema, ma, per quanto credo che tutto si sistemerà, sul fatto dell preoccupazione non posso parlare, visto il mestruo perenne che avevo messo su quando ero nella sua situazione.

Di recente avevo letto un articolo sul fatto che la frequenza di episodi di disagio tra i dottorandi sia maggiore rispetto alla norma (qui l’articolo). Che non voglio dire che serve avere un dottorato per avere attacchi di panico ma che di sicuro l’esperienza di un PhD rende alcune parti di noi più vulnerabili.

Avevo iniziato il dottorato da qualche mese e le cose non andavano come volevo. La casa in cui abitavo faceva raccapriccio, la mia vita sociale stentava a decollare, vita amorosa N.P. e la ragione per cui mi trovavo in questa situazione, il mio dottorato, era un fallimento. La mia inesperienza e il menefreghismo generale dei miei supervisori, in chissà quali altre faccende affaccendati, mi facevano sentire come se non fossi in controllo della situazione, in balia di sfortunati e ineluttabili eventi. E fu così che io, Frou Svedese, praticamente perfetta sotto ogni aspetto*, non ero più al comando. Una sera andando a letto ho sentito un peso sul petto e ho iniziato a respirare in affanno. Ho chiamato il numero verde per avere assistenza sanitaria, mi ha risposto una signora che mi ha parlato e capendo la situazione ha cercato di calmarmi. Ero talmente sola che non avevo nessuno da chiamare lì vicino, se non la signora del centralino medico. Poi le cose sono andate meglio con il tempo, ho imparato a farmi valere senza aspettare che qualcuno lo facesse per me, ho cercato di imparare a non prendermela troppo a cuore ma di fregarmene  un po’, ma su questo devo ancora lavorare. Devo ancora lavorare tanto sul far capire a chi mi è vicino che va tutto bene, che andrà tutto bene.

Don’t you worry bout a thing. Cause every little thing is going to be alright.

*citazione da Mary Poppins, non che abbia tutta questa stima di me!

  1. Elle

    Oh il dottorato, la fonte dello stress infinito. A me manca ancora un anno e mezzo alla fine (se tutto va bene) ma di stress ce n’è stato già un sacco, ero diventata insonne l’anno scorso e sull’orlo di un esaurimento nervoso. Quindi niente, crisi di panico, inappetenza, insonnia, ingestione di dosi massicce di alcool (in UK è socialmente inevitabile), etc sono tutti parte del gioco.
    Spero vada meglio per il tuo ragazzo.
    Good luck!

  2. fughetta

    Cara Frau, non so decidere se questo post capiti nel momento perfetto o in quello perfettamente sbagliato. Non ho mai avuto attacchi di panico (finora) ma mi ritrovo molto in questa esperienza in generale. E niente, sentire di supervisori assenti, progetti assurdi, situazioni in cui (forse dovremmo smetterla di attribuirci tutte le responsabilità e dirlo) siamo capitate male mi conforta un po’. Per un lunghissimo periodo, che non si è forse ancora concluso, mi sono sentita un gran bel fallimento. Nel mio caso non è nemmeno la sensazione di “non essere al comando”, che l’ansia da controllo non ce l’ho mai avuta, ma il timore di aver sempre fatto il passo troppo lungo sì.
    Tutto il mio sostegno!

    • Frou Svedese

      Pensa che un giorno il dottorato finirà e di tutte le preoccupazioni rimarrà un ricordo lontano. Quel che non uccide fortifica, no?
      Dopo un annetto dalla fine del dottorato, se ripenso a quanto ho pianto nelle settimane prima di consegnare la tesi mi chiedo se fosse davvero necessario. Ma sono impazzita anche quando era la volta di consegnare la tesi della triennale (quella del master non me l’aveva nemmeno corretta qualcuno!) e ho pianto e urlato contro chiunque mi capitasse a tiro dopo la prova di matematica della maturità (perchè non ero sicura di averla fatta giusta, e invece era praticamente tutta giusta). E dopo tutti questi ettolitri di lacrimi migliaia di capelli persi dallo stress, riguardo a queste cose in prospettiva e non sono sicura che ne valesse la pena di scorarsi.
      Così, spero di poter riguardare a questo evento in qualche anno e rendermi conto che non c’era ragione che lui stesse in ansia. Spero che anche tu in qualche anno potrai dire “ok, il passo era (o non era!) più lungo della gamba, ma ora come ora chissenefrega!”
      In bocca al lupo!

  3. wif

    Scusa Frou, in Svezia il PhD è considerato un lavoro, non una perdita di tempo da studentelli che hanno ancora bisogno del prof che dica loro come e cosa fare.

    • Frou Svedese

      Il dottorato è un lavoro certamente. Ma nessuno dovrebbe perdere il sonno per il lavoro, a maggior ragione se non sei il CEO di qualche multinazionale, ma solo un povero malcapitato che “spera che se la cava”.

  4. elithewalrus

    Che roba. Forse l’ho già detto, ma secondo me siamo qualcosa come gemelle separate alla nascita.
    Mi accingo a dover decidere se accettare o meno un dottorato, il mio moroso probabilmente farà lo stesso, e le lacrime e l’angoscia per queste cose (già per la tesi master) sono il mio pane quotidiano.
    Niente, non scrivo per commentare o dire qualcosa di intelligente. Solo per dire, prima o poi dovrò conoscerti.

    • Frou Svedese

      Si dice “mal comune mezzo gaudio”. Non che sia particolarmente “gaudente” della tua o della mia situazione ma sapere di non essere soli e che (prima o poi) ne si esce è dà una piccola spinta.
      Forza!

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