Prove di fuga #2: il mercato del pesce e altri scoramenti


È passato più o meno un mese dalla mia dichiarazione d’intenti di lasciare il villaggio in cui, che lo voglia ammettere o no, ho passato più di quattro anni della mia vita. Les jeux sont quasi fait, rien ne va plus qui in Svezia. Mancano cinque mesi alla difesa della tesi e sono scesa in campo per trovarmi un lavoro.

Riassunto della puntata precedente: appena presa coscienza della mia condizione di disoccupata nel giro di sei mesi, inizio a guardare su siti specializzati se qualcuno nel mondo ha bisogno di me, lavorativamente parlando. Sorprendentemente, le offerte di lavoro sono tante e ghiotte. Spesso, anche in posti non dimenticati da Dio, tipo Londra (o zone limitrofe). Armata di buona volontà, pazienza e (poca) coscienza di me stessa compilo un curriculum.

Eccoci, dopo che ho compilato il curriculum ho pure scritto una lettera di presentazione, e quest’ultima impresa si è rivelata ben più semplice. Con una frase a finale ad effetto che ero sicura avrebbe sciolto il cuore di ghiaccio di qualunque selezionatore delle risorse umane, ho mandato quel curriculum ad un’azienda vicino a Londra. E poi a un’altra (sempre a Londra). E un’altra a Copenhagen. E ancora un’altra a Copenhagen (anche se solo un mese dopo scoprirò che non avevo approvato qualcosa in qualche schermata finale perchè nel mio profilo non risulta che io abbia mai mandato un bel tubazzo).

Dopo un mese sono ancora qui, io e il mio bel curriculum e non è successo niente. Niente mail o chiamate notturne di capi di azienda anelanti per avermi nelle loro fila. E la cosa non mi sorprende più di tanto. Il pacco è che non ho nemmeno ricevuto un bel no come risposta, perchè a quanto pare, soprattutto in Scandinavia si risentono e fanno gli incubi se ti devono dare una brutta notizia per cui scelgono la via più facile (per loro): fare gli gnorri.

Per tenermi occupata però ho deciso di partecipare a un imprescindibile evento: una fiera del lavoro.

Già dal nome si dovrebbe subodorare che niente di buono può succedere in un posto del genere. A casa mia, quando si dice “fiera” si pensa alla “fiera d’agosto” o alla “fiera della gallina grigia”, eventi a cui un tempo si andava a vendere il bestiame, ora di quelle origini contadine sopravvive solo un’esposizione di macchine agricole e si trova per di più bancarelle con ciarpame di dubbia provenienza. Raramente si fanno affari sulla fiera, da cui il termine “aver fatto la fiera” quando questo accade. Per questa ragione, la fiera del lavoro (lavoro: sostantivo maschile, concetto intangibile) è un po’ la fiera dell’aria fritta.

Mi dicono che alle fiere del lavoro ci vai e fai networking, business card exchanging (ce-lo, ce-lo, manca), self-promotion e un sacco di altre cose che se le traduci in Inglese sembra che ti hanno fatto studiare. Io alla fiera del lavoro sono andata piena di buoni sentimenti e sono tornata con il mal di piedi e le idee confuse.

Forse era il mio approccio che era sbagliato, sai mai. Mi avvicinavo a uno stand e con un bel sorriso in faccia dicevo a uno di questi rappresentanti di questa o quell’altra azienda il mio nome, cosa faccio nella vita e che conosco/ero interessata a conoscere l’azienda e che volevo sapere di più su possibili opportunità per aitanti (presto) dottori. Al chè la risposta media era “guarda sul sito se ci sono degli annunci”. Che è un po’ la risposta che ti aspetti a una siffatta domanda. La quale domanda però è un po’ la cosa che ti aspetti ti venga chiesta a un evento del genere. Cosa devo andare a chiedergli al tipo dello stand? Allora, a casa tutto bene? Il gatto è ancora costipato?

L’unico scambio un po’ più normale che ho avuto è stato con un ragazzo di un’azienda, quella che fa la gnorri, e che mi ha raccontato un po’ la rava e la fava di com’è lavorare in quel posto lì. Però era tipo una chiacchierata normale, non una roba con dei sorrisi forzati in cui tu mi dici che la tua azienda è il posto migliore del mondo che fa le cose più belle del mondo e che però sì, devo guardare sul sito.

Agli antipodi si registra anche un tizio di un’altra azienda che quando io, ormai vaccinata, gli dico allora guardo sul sito lui mi risponde: “Sul sito?! No! Io per esempio ho mandato il mio curriculum alle risorse umane una volta a settimana per sette settimane. Alla fine è venuto fuori qualcosa che faceva al caso mio e mi hanno chiamato”. Pensavo avessero chiamato la neuro io, ma evidentemente si fa anche così  a trovare lavoro. Si stracciano le palle al prossimo.

Comunque non mi do per vinta, sia chiaro! Sta per partire una nuova controffensiva di curricula, uno in particolare a me caro. Un curriculum in direzione Germania sud, che ho pure dovuto farmi fare la foto da un fotografo con lo sfondo bianco, i vestiti della festa (ma solo sopra chè invece i pantaloni erano dei jeans di H&M che stanno insieme con lo sputo) e il sorriso finto.
Che io temevo di fare una faccia alla Chandler ma invece non è venuta poi nemmeno così male.

  1. andreambetti

    Il tipo che ha turlupinato l’azienda h24 7 giorni su 7 quanti anni aveva? No, chiedo per sapere se ai tempi erano già in vigore le leggi anti-stalking! Comunque, al di là di questo, in realtà anche io un tempo – quando ero giovane e pieno di speranze (e capelli) – inviai due volte, a distanza di 6 mesi, un cv al medesimo posto e… ricevetti il lavoro. Parlando poi con la capa mi disse “mi ricordavo il tuo curriculum e pensai che se eri arrivato a mandarlo due volte allora eri davvero motivato”. Bah! Il mondo delle risorse umane è più oscuro di quanto si pensi, io comunque sono dell’idea che sarebbe più opportuno che rispondessero ad ogni curriculum (d’altronde è il loro lavoro!), sta roba – sempre più di moda – del “io ti mando il cv, tu non mi rispondi, io spero, rispero, mi sudano le mani, le ascelle e poi mi rassegno” è una tortura psicologica. Dimmi di no ed amici come prima. Tanto voglio dire, a mandare una mail per sfanculare qualcuno ci vuole davvero 0. Comunque forza e coraggio, ti invio energie positive (è il massimo che posso permettermi, ma tu accontentati!)

    • Frou Svedese

      Va bè… Meglio tardi che mai, no? Che poi se no non sai quanti anni aveva il turlupinatore. Ne aveva una cinquantina, credo. Niente leggi anti-stalking ma i centri di igiene mentale c’era no già, no?
      Grazie per le energie positive. Manderò curriculum a profusione, anche due volte nello stesso posto, con il solo obiettivo di far vacillare le convinzioni di quelli delle risorse umane!

  2. superbalduz

    A me è successo di sfracassare i maroni a un’azienda a suon di curriculum ed essere bellamente ignorata; poi un’altra volta ero stata convocata a un colloquio da un’altra azienda a cui ero stata caldamente raccomandata (contro la mia volontà) da un mio ex capo; ci sono andata solo perchè il mio ex capo ci teneva molto, ma siccome il lavoro non mi interessava ho fatto di tutto per risultare stronza e scazzata….risultato: il titolare mi ha telefonato mille volte per convincermi ad accettare il lavoro (“lei è la persona adatta! Una donna con le palle, sicura di sè!” Non aveva proprio capito una mazza!), e quando ho rifiutato è venuto da Brescia a Verona per portarmi fuori a cena e convincermi ad accettare il lavoro! Boh?? Alla fine ho scroccato la cena e ho detto no al lavoro….ma non ho proprio capito con che criterio i datori di lavoro scelgano chi assumere!!

    • Frou Svedese

      Inizio a credere che la selezione personale sia una grossa scatola nera da cui non puoi spere che cosa ne varrà fuori. Non ci resta che affidarci nelle mani di qualche clemente divinità minore Scandinava e sperare in bene.
      Un abbraccio!

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