Questa è la fine di un’epoca

Verso le sei di sera mi è arrivata una mail, è di uno che si definisce il mio “former spooner”. Mi dice che ha due notizie, una bella e una brutta. Gli dico di dirmi la brutta per prima. Dice che mi lascia. Io non capisco, non stiamo (più) insieme, come pensa di lasciarmi? Allora gli chiedo qual è la bella notizia. Dice che ha trovato lavoro. In fucking Galles.

Da un lato, sono contenta che io sia una delle prime persone che ha pensato di avvisare, nonostante il tempo che è passato, lo spooning e, soprattutto, gli altri cazzi e mazzi che ci siamo sciroppati. Siamo rimasti in buoni rapporti. Di quei rapporti che io sono bravissima a crearmi e per cui anche lui ha un certo talento, quelli in cui non è finita fino alla fine e la fine sembra non arrivare mai. Che non penso a lui una volta al giorno, e nemmeno una a settimana forse, ma che quando lo vedo mi rendo conto che nonostante i cazzi e mazzi di cui sopra è forse la persona che mi ha conosciuto meglio in questi ultimi anni.

Ci siamo incontrati a Dicembre del 2010 in Svizzera, facevamo parte dello stesso gruppo di lavoro, entrambi a fare il dottorato in Scandinavia, entrambe a vederci ogni sei mesi in giro per l’Europa durante meeting di lavoro. Solo che noi si abitava vicini, in due paesi diversi ma vicini. Durante uno di questi meeting io, con il mio solito spirito da Madre Teresa, lo avevo invitato a una festa a casa mia di lì a una settimana e gli avevo detto che sarebbe potuto rimanere a dormire per non dover tornare a casa nottetempo. Io mi ero posta il problema di possibili momenti imbarazzanti per decidere chi avrebbe dormito dove ma sono stati brillantemente risolti da una terapia antibiotica a cui si stava sottoponendo e che lo fece collassare sul mio letto alle 10 di sera, io cinque ore dopo mi andrò ad addormentare su un materasso di fortuna. Viva la cavalleria. Da lì al passo successivo c’è voluto poco e non c’è voluto troppo nemmeno al passo successivo ancora, quello in cui la sua ex-ragazza giorno dopo giorno se lo riprende senza trovare alcuna resistenza da parte mia, non troppo convinta di volermelo tenere. Negli anni ci sono stati tira e molla, promesse a me stessa che mai e poi mai avrei ceduto alle lusinghe, ma soprattutto momenti imbarazzanti con i nostri colleghi durante i meeting in cui, la segretezza di quegli incontri era minata da dettagli snocciolati soprappensiero e relative arrampicate sugli specchi per giustificare la conoscenza di certi dettagli delle rispettive esistenze.

Quello non sarà stato un amore travolgente, era sicuramente un altro calesse, ma conto sulle dita di una mano le cose che non gli ho detto. Non ci vediamo spesso, anche se abita solo di là dal ponte, ma era una di quelle copertine di Linus che sono solita lasciare in giro: magari non le usi da un po’ ma sai che comunque sono lì da qualche parte. E per quanto ne so anche lui mi crede la sua coperta di Linus in terra Svedese.

Questa cosa della coperta di Linus a vederla scritta mi sembra di un cinismo incredibile, ma fino a che ad essere così disillusi si è in due che male si fa?

Il fatto che le persone se ne vadano di continuo è il problema di essere a casa in un paese che alla fine casa non è. Per quanto ce lo continuiamo a ripetere che gli Svedesi non mordono e che gli si può parlare, come un mantra con cui vogliamo autoconvincerci, va sempre a finire che le persone che ho attorno sono dei nomadi come me (cosa c’è da ridere? Non ho detto gonadi). Era già successo, sta succedendo e succederà ancora, fino a quando non sarò io a levare le tende.

Non sono triste, sto solo prendendo coscienza di questo stato delle cose. Anzi, mi è anche spuntato un sorriso in faccia per saperlo finalmente con un lavoro, anche se le cose sono successe così in fretta, prima intervista l’altro ieri, seconda intervista ieri e oggi la comunicazione ufficiale. Lunedì parte per un sopralluogo del fucking Galles. Non ho ancora capito quando si trasferirà ma ne parleremo Giovedì sera, quando andiamo insieme al concerto.

Ma di questo e del concerto ne parleremo poi. Per il momento ho voluto mettere questo titolo importante e banale, chè alla fine la fine di un’epoca non è. Soprattutto per lui, questo è l’inizio di un’epoca.

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  1. andreambetti

    Primo: mi hai un attimo destabilizzato, te lo dico. Con quell’ “entrambe” ad inizio del terzo paragrafo mi sono interrogato se fossi dell’altra sponda e sono andato nel panico per non averlo capito prima. Ho ripassato a mente tutti i vecchi post e non me ne capacitavo. Se mi capita un momento di panico in sede di discussione di laurea sappi che se non collasserò sarà solo per merito dell’allenamento che mi hai fatto fare oggi. Und… Che dire. Ti capisco perfettamente, proprio in questo periodo quello del “nomadismo esistenziale di cui sono vittime le persone che ci gravitano attorno” è il tema di discussione preferito col mio migliore amico (altro esule in terra straniera). Hai ragione, non c’è tristezza, ma una certa disillusione di fondo, beh quella si, almeno per me: mi sento come una pianta che mette radici, ben sapendo che quel terreno in cui affonda le sue ditina non è affatto un giardino stabile, ma piuttosto un vasetto piccolo piccolo (di quelli di Ikea, per farteli un po’ più familiari). Non si è mai certi di nulla, tutti vanno, alcuni tornano, altri sembrano voler restare. Ma alla fine quello che non sa se davvero rimarrà fermo in un luogo sei proprio tu. Bah. Quando ci penso mi viene in mente una frase di un film che vidi tanto tempo fa, “To Wong Foo, Thanks for Everything! Julie Newmar”: “c’è un cuore spezzato per ogni luce di Broadway” ed in effetti il mio cuoricino si è spezzato un sacco di volte, anche solo all’idea della fisiologica perdita delle persone che incontro e che si trovano solo per caso e per un tempo x nel mio stesso luogo e tempo.

    Tiè, senti che malinconia… xD sono proprio una drama queen!
    Un saluto!

    • Frou Svedese

      Intanto mi felicito per farti fare le prove da infarto in sede di laurea con le mie sviste grammaticali. Il problema è che a me entrambi con la i mi è sempre sembrato cacofonico, mentre entrambe ha un suono più bello. Il soggetto del post è un lui e già che c’ero ho corretto anche il testo e ho pure tolto quel doppio spazio in mezzo a due paragrafi che era non voluto.
      Questo post è uscito ieri, di getto, ma le considerazioni malinconiche le faccio anch’io da un pezzo. Inizialmente il titolo era “Gente di mare che se ne va” ma poi ho deciso che il drammone era più consono perchè alla fine È un drammone, almeno per me (e anche per te!). Quasi ogni volta che qualcuno (a cui tengo) se ne va.
      Drama queen, sono solidale e bellina la frase dal film!

  2. HappyAladdin

    Mia cara,
    come capisco bene alcune delle sensazioni… Soprattutto vorrei giurare eterno amore a tutte le copertine di Linus. Non mi sembra cinismo il cercare rifugio nei rapporti “familiari” (nel senso di usuali, non di parentela), mi sembra piuttosto un modo saggio per fare rete e proteggersi dal vento freddo che c’è fuori.
    Però la malinconia la condivido, anche se è una malinconia bella. Ti abbraccio.

  3. virginiamanda

    Quanta tenerezza e quanta disarmante sincerità tutta in un post.
    Mi hai fatto venire in mente riflessioni che ho fatto anch’io a lungo.
    Ho iniziato (non so se sia la strada giusta, è solo quella che pratico io) a considerare gli altri come compagni di viaggio. Non è detto che ti accompagnino sempre, non è detto che ti accompagnino fino alla fine. Magari ti accompagnano solo per qualche tappa, ma non è detto che dopo non tornino, e non ti accompagnino per altre due, tre, o magari davvero per sempre, chi lo sa?
    Con questi spostamenti che facciamo di continuo, con queste radici che non ci sono (ma ci sono, in realtà, più corte, ma ci sono, in più posti, ma ci sono) le cicatrici si rimarginano più in fretta. Ci hai mai fatto caso?
    C’è stato un periodo (uhm, diciamo cinque/sei anni?) che quando lasciavo qualcuno cambiavo Paese.
    Non lo sapevo allora, ma mi ha permesso di non stare troppo male per le rotture.
    Credo che tutti i cambiamenti di cui ci circondiamo non siano fatali, ma voluti. C’è più malinconia nelle nostre vite che in altre, ma in fondo io credo che ci piaccia (sennò faremmo altre vite, no?).
    Poi, per un periodo (anche questo, lunghetto) ho lasciato in giro delle “coperte di Linus”, come dici tu, dei piccoli rifugi a cui pensare nelle tempeste, e piccoli capisaldi per l’autostima.
    Ma le tenevo e le mantenevo, tutte queste relazioni sospese perché volevo negarmi delle relazioni reali e ancorate al terreno.
    Sembra banale (forse lo è) ma non ero pronta ad avere dei rapporti seri (e per serio intendo che ti posso dire quello che penso, al netto della poesia, che ti posso dire veramente quello che ho voglia di fare, al netto di quello che penso che tu potresti pensare se io te lo dicessi ed al netto della costruzione di me che cerco di creare ai tuoi occhi per essere l’immagine che stai cercando o anche solo affascinarti) e questi andavano benissimo. In più aiutavano appieno il mio animo di “malinconia seeker”.
    So che il commento è lungo, so che di metà delle cose che ti ho detto non ti importa niente, ma fidati: il disincanto passa, quando la tua spietata sincerità ti porta ad accettare le cose per quelle che sono e le persone per quello che possono darti. Serenità is the key.
    Ps: dovessi mai passare di qui una tazza di caffè non svedese (o tè) ti aspetta

    • Frou Svedese

      Ti dirò dopo aver scritto questo post mi sono chiesta: “era davvero necessario pubblicarlo?”. È successo che io mi vedevo con uno (che ultimamente era più un amico che altro) e adesso che se ne va frigno, se vogliamo fare un riassunto impietoso.
      Grazie per il tuo commento, non importa se è lungo, mi fa piacere che tu ti ci sia ritrovata e condivido parecchie cose a cui hai accennato (il rimanerci meno male, le radici un po’ ovunque e l’animo da malinconia seeker.
      Condivido anche la tua chiosa “Serenità is the key”, per ragioni che sento in prima persona, ma così tanto in prima persona che mi ci hanno pure chiamata così, a ricordarmelo ogni giorno che qualcuno dice il mio nome.

      Se dovessi passar di lì verrò a riscuotere il tè e se anche tu scendi (ma non troppo a Sud) ce n’è una tazza anche per te!

  4. Pingback: Canzoni da un altro amore | Appartamento Svedese

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